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Una nuova normalità [STUDENT'S CORNER]

La quarantena non è una situazione semplice da vivere per noi essere umani, animali sociali, che si nutrono e si arricchiscono della relazione con l’altro e con l’ambiente che ci circonda.
Certo sono importanti anche i propri spazi e la propria solitudine, e io ad esser sincera in quella che definisco la vita prima del coronavirus, presa dal flusso di una vita fatta di incastri, ero desiderosa di momenti di sospensione, di cui adesso è caratterizzata la mia vita durante il coronavirus. 
La legge ce lo impone, bisogna stare a casa. Ed è proprio in questo momento che cerco l’adattamento alla norma, di modellarmi attorno ad essa e in qualche modo di reinventarmi affinché io possa vivere ancora momenti di contatto con la strada e la natura, di “incontro” e di comunicazione con l’ “altro”. 
Mi spiego meglio descrivendo semplicemente la mia giornata odierna. 

Dopo pranzo ho deciso di approfittare del bel tempo per fare una passeggiata fino al supermercato per fare la spesa. Sono scesa di casa indossando la mascherina che obbligatoriamente deve essere indossata: lungo il percorso ho incontrato qualche persona, anche loro con indosso qualcosa per coprire naso e bocca. Sia io che loro, a distanza, ci osservavamo con sguardo desideroso di comunicare qualcosa: i miei volevano esprimere il sorriso che la mascherina mi impediva di mostrare, il senso di colpa per la distanza sociale e la vicinanza e la comprensione del momento (d’altronde tutti noi, in modi differenti, stiamo affrontando un’emergenza difficile). Allo stesso tempo, in qualche modo cercavo di interpretare invece cosa gli occhi dell’altra persona mi volevano dire.

Camminando approfittavo di quel momento di aria e di movimento in mezzo alla primavera che è ormai sbocciata, per trarne stimoli e serenità, che solo l’aria aperta mi sa dare. Avevo proprio bisogno di un piccolo momento di “evasione”. Lungo il mio cammino ho incrociato la farmacia del mio quartiere, era ancora chiusa e al di fuori si trovavano in attesa un paio di persone. La farmacia avrebbe riaperto una mezz’oretta dopo, ma loro erano già lì ad attendere, e baciati dal sole si scambiavano qualche chiacchera.

Arrivata davanti al centro commerciale della mia zona, dove all’interno si trova il supermercato, mi sono imbattuta in una fila che partiva dall’entrata del supermercato, faceva il giro del centro commerciale e terminava fuori, vicino alla metropolitana. Insomma, era una fila molto lunga, una situazione che si ripete ormai da giorni.


Mettendomi in fila, ho iniziato a pensare: perché tutte queste persone pazientano tanto in una fila così lunga? Perché tutti i giorni tanta gente? Da quando siamo così improvvisamente tanto pazienti? Ho tentato di interpretare tutto questo, e l’ho realizzato come la messa in scena di nuove modalità di adattamento di fronte ad una situazione di sospensione di ciò che per ognuno di noi era la normalità. L’emergenza coronavirus ha lacerato le nostre abitudini, e l’uomo risponde reinventando nuovi modi di deviare la norma o di adattarsi in essa attraverso azioni e pratiche che prima generalmente non si sarebbero adottate e sopportate, come appunto l’attesa del proprio turno per entrare al supermercato, pur di uscire di casa, oppure la ricerca di comunicazione attraverso lo sguardo, pur di avere un momento di scambio e di “contatto”. Nascono nuovi accordi e convenzioni, per far fronte ad una situazione di spaesamento, per il nostro costitutivo bisogno di apertura e incontro. Come ci ricorda Remotti (2011), la cultura può essere intesa come un insieme di interventi modificatori, dove sono gli individui che agiscono culturalmente, dando vita a nuovi accordi e nuove convenzioni. Piano piano questo momento di lacerazione sta divenendo un nuovo concetto di normalità, dentro il quale si cerca di trovare un compromesso e un equilibrio per sopravviverci. Questa “nuova normalità” interverrà in ciò che mi sento di chiamare la vita dopo il coronavirus? In che modo? Stiamo avendo modo di scoprire il valore di piccole (ma essenziali) cose come la relazione con l’ “altro” e con la natura, come questo si ripercuoterà nella vita individuale e sociale? Non nascondo che la mia speranza sia quella di veder mettere in campo al meglio gli insegnamenti che questa emergenza sta svelando. 

Finita la spesa mi sono incamminata verso casa, con le cuffiette nelle orecchie, ascoltando Se io fossi un angelo di Lucio Dalla: “Sfruttandomi al massimo è chiaro che volerei (…) tutto il mondo girerei…”

Milano, 8 aprile 2020
Martina De Simone
Studente del Corso di Laurea in Scienze Antropologiche ed Etnologiche
Università di Milano Bicocca

Continuiamo con questo post la pubblicazione dei contributi ricevuti da studenti e studentesse di antropologia interessati a condividere il loro punto di vista sulla situazione che stiamo attraversando. Il blog intende così proporsi come uno spazio di ascolto e confronto tra studiosi che si trovano in fasi diverse del loro percorso formativo e professionale.

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Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.