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Note da Maputo #3. Una riflessione sul futuro della cooperazione sanitaria post Covid-19 // FASE 2

La situazione della pandemia in Mozambico è in lenta evoluzione dovuta ad una impossibilità tecnica del paese di testare le persone e quindi di comprendere la reale entità del problema nel paese. Ad oggi esiste un unico laboratorio in tutto il paese in grado le leggere il test, la distribuzione dei kit è di poche decine per provincia e il test, una volta effettuato, richiede anche giorni per arrivare nella capitale, rischiando di compromettersi. Stiamo lavorando per la realizzazione di laboratori in ogni provincia e con centinaia di attivisti per fare informazione nelle comunità e per stabilire un sistema di vigilanza epidemiologica in modo da arrivare capillarmente nelle aree più remote.

Le difficoltà sono molteplici e di diversa natura, dalla carenza di materiale protettivo (tutta l’Africa, direi, ha optato per produrre mascherine fatte in casa, di efficacia parziale ma esteticamente convincenti), alle credenze erronee che si sono diffuse (malattia dei “bianchi”, dei “cinesi”, proteggersi è inutile perche’chi ha la pelle nera è immune..) e di carattere organizzativo-gestionale; i passaggi burocratici necessari per qualsiasi attività che invece dovrebbe essere rapida sono molteplici e rigorosamente ottemperati a tutti i livelli, dal ministero sino al più recondito comitato politico di villaggio, riflettendo un dovere di collegialità avvertito come elemento unificante necessario per la stabilità e la coesione sociale, in un paese mai completamente pacificato e dove chiaramente qualsiasi elemento di criticità assume immediatamente una valenza politica e si presta a strumentalizzazioni.


Il coordinamento tra i molteplici attori internazionali è frammentario e poco lineare, riflettendo agende politiche, piani di lettura e priorità differenti. E’ dalla posizione privilegiata di operatore attivamente partecipante e partecipato che germina una riflessione su come evolverà il panorama della cooperazione internazionale sanitaria quando l’emergenza sarà superata.
Quali modelli, priorità e strategie prevarranno nel prossimo futuro è un tema irrinunciabile per provare a tracciare degli scenari che, per quanto complessi, possono darci indicazioni fondamentali per interpretare (e attrezzarci di conseguenza) le dinamiche e I discorsi relativi al campo semantico dello “sviluppo” e della salute globale.

Sporcandosi le mani nel lavoro quotidiano, possiamo riconoscere e presentare alcuni elementi rilevanti; se gli “obiettivi del millennio”, il cui ciclo si è concluso nel 2015, identificavano ben 3 obiettivi su 8 in totale come priorità specificatamente sanitarie (gli obiettivi 4,5 e 6, volti alla riduzione della mortalità infantile, quella materna e alla lotta a HIV-AIDS, malaria ed altre malattie) con un impianto teorico e analitico inequivocabile nella sua immediatezza, così come nel fornire ai grandi organismi donatori internazionali indicazioni di investimento inequivocabili, gli “obiettivi sostenibili del millennio” (la prospettiva temporale arriva al 2030) vedono “solo” un obiettivo dedicato ad impattare su indicatori sanitari, il numero 3 volto a promuovere “buona salute e benessere” a tutta la popolazione mondiale. Il suo pronunciarsi accostando “salute e benessere”, se dà vigore ad una interpretazione ampia del concetto di “salute” e dunque apre una rivisitazione ad un rinnovamento di alcuni paradigmi deterministici, circoscrive un arretramento della sanità in sè nell’arco delle priorità planetarie percepite a favore di un programma che vede nella necessità di un riequilibrio tra ecosistemi e impronta umana la propria cifra distintiva.


La pandemia che stiamo faticosamente attraversando pone tutti noi di fronte all’evidenza dell’inadeguatezza strutturale di molti paesi ad affrontare emergenze sanitarie di questa portata. Se tale considerazione può essere tragicamente letta e ritagliata pensando in primis all’Italia (dove però le carenze e le conseguenze derivano da scelte di politica sanitaria degli ultimi trenta anni e da un modello di società che vede nel malato il cliente di un servizio), in Africa e in Mozambico derivano dalla assoluta fragilità del sistema sanitario nella sua totalità, in un paese ancora agli ultimi posti nell’indice di sviluppo umano e che presenta uno dei maggiori indici di Gini del pianeta.

Quali elementi sapranno trarre gli organismi impegnati nella definizione e nell’analisi della salute globale, e quali traiettorie seguiranno le strategie dei paesi in materia di sanità sono temi fondamentali che sebbene ad oggi potrebbero sembrare prematuri, potrebbero comportare scompensi nella già carenti risorse ad oggi disponibili per occuparsi di problemi di minore visibilità emotiva e di minor pericolisità in termini di diffusione ma che impattano in modo decisivo sul futuro dei paesi che ne sono affetti. Le malattie croniche e le malattie mentali sono recentemente state riconosciute dal Organizzazione Mondiale della Sanità come le “pandemie silenziose” del continente africano nei prossimi decenni, come ancora, tra altre, la malnutrizione cronica che comporta il mancato pieno sviluppo delle facoltà cognitive del bambino rappresentando un peso immenso per le generazioni future e le aspettative di “crescita” di molti paesi… o ancora la mortalità neonatale che in Africa rimane un indicatore centrale nel leggere la diseguaglianza nell’accesso a servizi sanitari equi e di qualità…temi sui quali I paesi stavano lentamente iniziando a dedicare risorse e pianificando, inserendoli nelle agende politiche e nei piani strategici; ora si rischia un arretramento dell’attenzione dedicata a queste a favore di investimenti volti ad affrontare presenti e probabili future emergenze.

E’ evidente che, per quanto assolutamente auspicabili, provvedimenti e strategie volte a contrastare le emergenze risponde a criteri e meccanismi altri rispetto a quelli necessari ad impegnarsi contro le “pandemie silenziose”, lasciando tutti noi ad interrogarci sui possibili scenari futuri della cooperazione sanitaria, sul suo ruolo, funzione, autonomia, possibilità di contribuire.
E’ questo chiaramente solo un tassello di un riflessione ampia ma doverosa su come cambierà la cooperazione internazionale dalla sua dimensione attuale, non solo in ambito sanitaria, e quali toni assumerà nell’opinione pubblica l’investimento pubblico per la cooperazione, in un paese come l’Italia ferita gravemente dalla pandemia e che si prepara ad affrontare un crisi economica di proporzioni ancora non immaginabili.

Qui due video (filmato 1 e filmato 2) per un approfondimento sulle attività di Medici con l'Africa CUAMM in Mozambico durante il periodo dell'epidemia da Covid-19.


Maputo (Mozambico), 14 maggio 2020
Edoardo Occa
Medici con l'Africa CUAMM
Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale (DACS)
Università di Milano Bicocca

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Ritorno al futuro // FASE 2

Nel 2016 andai per una breve trasferta in Sierra Leone, per incontrare le principali Università ed alcune istituzioni che si occupano di formazione, Paese di cui colpevolmente conoscevo poco.
Una delle poche cose che ricordavo bene, oltre alla guerra civile, era naturalmente l'epidemia di Ebola che era stata dichiarata conclusa da poco e che aveva colpito duramente in quella fase Liberia, Guinea e appunto Sierra Leone.
Poco prima di partire, grazie a un consiglio di un amico che aveva condotto la sua etnografia lì, avevo visto un documentario, Back in touch, che raccontava il ritorno alla vita normale, dopo un lungo periodo di scuole chiuse, assembramenti vietati, stadi vuoti, relazioni amorose distanti.
Suddiviso in otto capitoli, raccontava di famiglie, sepolture, negozi, partite di calcio, gravidanze indesiderate, economia informale e dello slum di Freetown.
Parlava della vita al tempo di Ebola, che era un tempo con una data di inizio (il cosiddetto “paziente zero”) ma più difficilmente una data certa di fine: i cittadini si trovavano a vivere una fase di convivenza con l'epidemia, fatta di precauzioni, paura, trasgressioni delle norme e grande incertezza, a cui si aggiungevano i problemi strutturali del Paese, la disoccupazione, la povertà, le diseguaglianze.
Durante quel breve viaggio l'epidemia e il suo fantasma erano presenze silenziose, poco citate ma in realtà evocate spesso: cartelli per le città e nei bagni delle università dichiaravano “Ebola is not over”, bottigliette di disinfettante per mani erano sui tavoli di tutti i bar e gli studenti e i professori incontrati avevano a che fare con un anno accademico nuovo, con nuove sfide e carenze.
Lo studio di fattibilità per cui ero partita non si è trasformato in un progetto e in quel Paese non sono più tornata: da alcune settimane però ripenso spesso a quei cartelli e ai racconti della ripresa della normalità, che allora – evidentemente vittima anch'io dell'alterizzazione della malattia e della fragilità – avevo percepito come così distanti e irriproducibili nel mio contesto.


Invece, per le prime settimane di epidemia Covid in cui l'Italia risultava il secondo Paese dopo la Cina per contagi, il mio telefono ogni mattina riceveva messaggi preoccupati da altri Paesi africani frequentati, il Madagascar e il Ghana, che si assicuravano della mia salute e mi chiedevano dettagli della vita in quarantena: come si va al mercato? Come si pagano le multe se non si hanno soldi?
Eravamo noi di colpo l'oggetto di attenzione del mondo, eravamo noi quelli vulnerabili da guardare con apprensione.
La traduzione reciproca di cosa stava accadendo si è per certi versi semplificata quando i confinamenti sono stati applicati anche dalla maggior parte dei governi africani e il tema delle mascherine, del limitare gli spostamenti, del “restare a casa” è diventato quotidiano, seppur con alcune marcate differenze, anche nella vita dei miei amici, conoscenti, interlocutori africani.
E in questo dialogo virtuale di rimandi, in cui a richieste di suggerimenti su precauzioni da prendere che mi sono state fatte o domande sui tempi di produzione del vaccino, si è affiancato l'annuncio il 21 Aprile 2020 del Presidente del Madagascar Andry Rajoelina del Covid-Organics, un rimedio a base di piante medicinali che è stato poi distribuito a tutti gli studenti malgasci in vista della riapertura delle scuole.
Di nuovo, l'assunto base che impariamo nel primo esame di antropologia, il decentramento, si stava realizzando: la medicina occidentale e il credito di fiducia che le si attribuisce “dal sud del mondo” non era più sola al centro della soluzione e, pur con scetticismo e critiche da fronti locali e internazionali, un'isola dell'Oceano Indiano conquistava (alcune) pagine dei giornali e diverse piattaforme delle diaspore africane in Italia.
Nei giorni si sono succedute altre notizie come quella di un test di diagnostica rapida per individuare i positivi al virus prodotto dai laboratori dalla seconda università ghanese, il KNUST di Kumasi, rimanendo nell'ambito dei Paesi su cui mi informo maggiormente.



Questo dialogo a singhiozzo, dove si intrecciano i ricordi di un breve soggiorno in Sierra Leone, la ricerca di notizie sui media africani, le conversazioni con amici malgasci su Messanger, l'immaginazione delle nostre reciproche quotidianità in casa, le riflessioni degli analisti, porta naturalmente ad interrogarsi sul futuro, in una prospettiva globale, che è quella che la pandemia per sua stessa definizione ci suggerisce.
In alcuni contesti culturali, tra cui appunto il Madagascar (e il Perù, in un'espressione quechua), il futuro è visto dietro di noi, perchè non lo possiamo vedere, mentre il passato è davanti agli occhi, in quanto conosciuto e osservabile: questa metafora linguistica mi ha sempre fatto pensare che in contesti dove l'incertezza (economica, sociale, a volte politica) prevale, la capacità di essere radicati nel presente sia maggiore, pur lasciando spazio ovviamente ai desideri e alla “capacità di immaginare” che l'antropologia contemporanea giustamente celebra.

Ripartire allora dal passato che abbiamo davanti agli occhi e da equilibri precari del presente che mai come adesso sembrano venire in superficie in tutta la loro zoppicante verità sembra necessario: dal lavoro ai rapporti di genere, da quale ruolo attribuiamo alla scuola alla questione della casa e dell'abitare, dalle responsabilità individuali a quelle delle istituzioni.
Il mondo che verrà, dall'osservatorio che questi mesi di cambiamenti rappresentano, spero saprà alimentare ancora un dialogo con un altrove che per ciascuno di noi (etnografi in primis) si colloca in alcuni luoghi specifici, ma che è soprattutto un esercizio di distanziamento, questa volta (speriamo) non letterale, dalle nostre convinzioni, dalle nostre certezze, dal nostro modo di guardare alla vulnerabilità e al futuro.

Milano, 2 maggio 2020
Valentina Mutti
Università degli Studi di Milano "La Statale"

Valentina Mutti è Dottore di ricerca in antropologia, lavora come consulente per istituti di ricerca ed enti del terzo settore occupandosi di migrazioni, comunità diasporiche ed istruzione superiore in Africa. È tutor del corso "Antropologia culturale" presso l'Università degli Studi di Milano "La Statale".

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano

Note da Maputo #2. Uno “stato d’emergenza” piuttosto affollato

Il 1° aprile il presidente Felipe Nyusi ha dichiarato lo stato di emergenza in Mozambico come misura preventiva della pandemia di Covid-19. E’ la prima volta, nella sua giovane travagliata storia come stato indipendente, che il paese adotta una misura di tale severità istituzionale e politica.
Il Sudafrica, distante un’ora dalla capitale Maputo, da settimane ha chiuso tutti i confini con il paese consentendo unicamente il passaggio delle merci per garantire approvvigionamento di cibo e beni essenziali. Tutti I voli commerciali da e per il paese sono sospesi. Di fatto, non possiamo uscire. Moltissimi “expats” (come si differenzia, in questi contesti, un “espatriato”, rispetto ad un “immigrato”?) hanno lasciato il paese verso I’Europa, scegliendo la presunta maggiore sicurezza di stare nel contesto che, in questi momenti difficili, avvertono come “casa”, pur abitando qui magari da decenni, o forse spesso anche come calcolo di probabilità di essere curati meglio qualora ne avessero bisogno.
In tutto il Mozambico, ci sono ad oggi circa 34 posti di terapia intensiva. La più parte, si vocifera, all’interno del palazzo presidenziale, inaccessibili alla popolazione.


Come Medici con l’Africa CUAMM stiamo lavorando con il Ministero della Salute nei vari tavoli tecnici di risposta all’emergenza. Logistica di farmaci e materiali, flussogrammi dei servizi per pazienti potenzialmente infetti e non, organizzazione di plotoni di sentinelle epidemiologiche nei villaggi e di raccolta e analisi dei dati raccolti, di training via Whatsapp su come lavarsi le mani dove appena funziona il telefono, campagne informative in 8 lingue diverse da far arrivare ovunque..di negoziazioni con il Consiglio Islamico e di altre confessioni per mettere a disposizione I potenti sound system delle loro moschee e chiese per diffondere informazioni…e ancora di mantenimento dei servizi esistenti, perchè HIV, tubercolosi, mortalità materno-infantile, epidemie di colera si ostinano a non lasciare la scena al covid, e quindi assicurarsi che arrivino I potabilizzanti, e organizzare il follow up telefonico a migliaia di pazienti HIV perchè restino aderenti alla terapia e accedano ai kit nutrizionali…e provare a ragionare su tutto questo, con interviste mirate per indagare la percezione della malattia, le eziologie immaginate, I circuiti paralleli della medicina tradizionale…e ovviamente poi I grandi partner internazionali, che forniscono risorse enormi e vitali, con tutta la loro burocrazia, politica e complicatissimi quadri logici per il monitoraggio quantitative del loro aiuto.


Parafrasando Flaiano, con una battuta potremmo affermare che “la situazione è grave ma non seria”. Ad oggi vi sono “solo” 19 casi dichiarati nel paese, ma considerando il numero infimo di test effettuati purtroppo questi numeri non hanno alcuna valenza epidemiologica. Navi cariche di test arrivano faticosamente dalla Cina, ma poi ci vogliono giorni a sdoganarle, distribuirle, farle arrivare dove servono.
Le autorità locali si stanno farraginosamente adeguando per la presa in carico di un enorme problema di salute e ordine pubblico con capacità organizzative e risorse (di personale, economiche, strategiche, logistiche) preoccupanti.
La dichiarazione dello Estado de Emergencia è stata diluita per tre giorni, con pubblicazioni di decreti legge contraddittori  che hanno diffuso confusione e malcontento tra la popolazione a tutti gli strati di questo paese tragicamente diseguale.

Vi sono stati inizi di manifestazioni di piazza quando si temeva che il governo avrebbe vietato la presenza in strada (il famigerato “lockdown” ossia “Fecha Tudo”) di fatto azzerando l’economia di una città africana che si vive, pensa e agisce nella quotidianità e nel commercio informale.
I mercati cittadini restano aperti con orario limitato, con le forze dell’ordine preposta a “verificare la pratica del distanciamento social” e la presenza di bidoni con acqua e sapone almeno ogni tre banchi….immagino siate stati in un mercato africano…
I trasporti locali, noti come tuc tuc, daladala, chopela o come preferite, simili in tutto il continente, hanno il permesso di circolare ma con solamente un terzo della capienza usuale. Pena multe severe. Il risultato prevedibile è che molti non viaggiano, penalizzando la popolazione, o chiedono il doppio del compenso normale, in una sorta di doppio vincolo che più che a Gregory Bateson fa pensare al celeberrimo romanzo Comma 22.


L’utilizzo di mascherine (e le sue infinite varianti, visto che quelle chirurgiche o altro sono da settimane irreperibili anche per il personale sanitario) è consigliato dalle autorità a mezza voce, poichè si sono già verificati casi di aggressioni a persone che le indossavano, letti come untori tra le comunità.
Di fronte a qualsivoglia pericolo, l’istinto  paleocelebrale porta all’unione, alla difesa collettiva di fronte all’ignoto, ma ora questa situazione ci chiede, e chiede alle culture africane, di adottare “scientificamente” comportamenti contrapposti. 
Stiamo lavorando con le autorità religiose e culturali per istituire riti sostitutivi del funerale, dei riti di iniziazione, di matrimoni e qualsivoglia altra manifestazione di socialità. Cioè della vita.
Sono solo note rapsodiche, per condividere e restare vigili. Atè logo.

Maputo (Mozambico), 9 aprile 2020
Edoardo Occa
Medici con l'Africa CUAMM
Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale (DACS)
Università di Milano Bicocca

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E l'Africa?

#Iorestoacasa, e ripenso alle epidemie vissute in passato. Negli anni di lavoro in Africa, in paesi in guerra o in pace ma sempre con poche risorse, le epidemie non sono mancate. Il ricordo più nitido riguarda l’HIV/AIDS. Far parte dell’ingranaggio sanitario nella Tanzania rurale mi ha permesso di vedere la devastazione prodotta da quel virus fino a poco prima sconosciuto. Ripesco qualche riga scritta in quegli anni:

“La maggior parte delle persone che affollano l’ambulatorio per il trattamento HIV/AIDS sono donne e uomini tra i 20 e 30 anni. Magrissimi, stanchi, stanno seduti per ore, e qualche volta giorni, ad aspettare il loro turno. Ci sono quelli che hanno la tubercolosi, e da lì hanno scoperto di avere anche l’HIV; ci sono donne che hanno scoperto di essere ammalate quando il loro bambino è morto di AIDS; ci sono bambini accompagnati dalla nonna perché entrambi i genitori sono morti.”

Ci sono molte differenze tra l’epidemia attuale e quella dell’HIV, certo. A miei occhi, ci sono aspetti che si sovrappongono. Anche l’HIV, come l’epidemia che stiamo vivendo, aveva sopraffatto il sistema sanitario. Ospedali e centri di saluti sovraffollati, che non riuscivano a dare risposta alle molte persone malate. Con difficoltà e ritardo poi si servizi sanitari sono cambiati per adattarsi alla nuova realtà. Allora si sono ampliati reparti, laboratori e creati ambulatori per le persone in trattamento. Anche oggi si ampliano e si riconvertono posti-letto e si espandono i servizi di rianimazione. Anche l’HIV si era accompagnato a molti pareri diversi, a polemiche, diatribe, sulla strada che la società doveva percorrere. Allora si discuteva di sessualità, adesso dell’uso di mascherine e di distanziamento sociale. Anche epidemia di HIV aveva approfondito le disuguaglianze sociali, colpendo di più i poveri, togliendo la capacità di lavorare a chi di lavorare ne aveva più bisogno.


La vita in Italia è cambiata. Orari supermercati regolari, impegni scolastici dei figli scanditi da calendario e  orologio, treni che partono e arrivano a orari prestabiliti. Una collega mi dice: “in Europa siamo abituati che tutto sia prevedibile”. In Africa, la vita non è prevedibile. I trasporti, le scuole, gli uffici. Anche il tempo, mutevole e tempestoso, fa la sua parte. Le piogge, intensissime, impediscono di rispettare orari previsti: ci si bagna, gli ombrelli non servono, le strade diventano fiumi, si preferisce restare a casa e aspettare. Quando piove i bambini arriveranno in ritardo a scuola, gli appuntamenti non saranno rispettati.  Le malattie in Africa rientrano nell’imprevedibilità della vita. 

Un'altra differenza con l’epidemia di allora viene da un rapporto diverso con le avversità. Parlo con mia zia, medico, dell’epidemia di COVID-19, mi dice: “pensavamo di essere invincibili”. Ecco, sì. La vita nell’Africa rurale invece è una lotta per sopravvivere. Succede che manchi l’acqua. Pochi sono allacciati alla corrente, chi ci è riuscito, è abituato che la corrente si interrompa. Che manchi in mezzo a una partita, oppure in mezzo alla fiction alla televisione. Si va avanti, la vita è piena di avversità. La morte accompagna sempre la vita, tutti hanno avuto in famiglia morti giovani, di bambini, di adulti. Morti improvvise o dopo lunghe malattie, senza spiegazioni.

Mentre #iorestoacasa, l’epidemia di COVID-19 si sta diffondendo anche in Africa. Il distanziamento sociale, lo restare in casa, sono privilegi di cui non molti potranno godere. Forse ci si renderà conto dell’inadeguatezza di un approccio unico per tutti, e che è necessaria una soluzione adatta al contesto. Le risposte all’epidemia di COVID-19 nel continente dovranno nascere dagli scienziati africani, dalle istituzioni locali, in grado di tenere conto delle caratteristiche del contesto e delle risorse disponibili. Soluzioni forse imperfette, ma adatte.

Milano, 4 aprile 2020
Manuela Straneo

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Note da Maputo. La percezione del contagio in una città africana

Condivido alcune note di campo da Maputo, Mozambico, senza ambizioni di particolare spessore analitico nè di ricercatezza stilistica. Un giornale, insomma.

Ad oggi, 17 marzo, Il governo del Mozambico non riporta casi di positività al coronavirus; il Sudafrica, che dista un’ora di auto da Maputo, ha dichiarato oggi lo stato di “disastro nazionale” riportando poche decine di casi; tutte le frontiere con il Mozambico sono state chiuse a eccezione di una, quella che unisce le due metà del parco nazionale Kruger (eroe dell’identità boera), il più grande parco d’Africa. Eswatini, anch’esso molto vicino, si è isolato al resto del mondo.

A Maputo, le scuole internazionali, frequentate dai figli della classe abbiente locale e dagli espatriati, oggi hanno annunciato la chiusura. Il governo, supportato da varie agenzie ONU e internazionali e da alcune ONG (tra le quali noi di Medici con l’Africa CUAMM) ha istituito un’unità di crisi per approntare un piano operativo volto a respondere all’emergenza. È epidemiologia basilare (della quale ognuno diventa goffo apprendista, in questi giorni) affermare che si tratta solamente di stabilire “quando”, non “se”.
La città prosegue la sua vita caotica di città africana, con pulmini scassati stracolmi di persone ammassate, mercati vocianti, capannelli di mame venditrici di frutta che pudicamente cercano ombra sotto agli alberi di papaya o di jacaranda che ostinatamente svettano tra i viali cementati invasi dal traffico.


Il nostro lavoro continua, con alcune accortezze dovute alle limitate possibilità di spostamenti nel paese (molti voli interni sono stati cancellati), cercando di continuare a portare servizi in diverse province di questo immenso paese, che quotidianamente lotta con problemi sanitari da sempre più concreti e letali del (per ora) fantasmatico coronavirus.

Da settimane, in diverse province, in zone rurali poverissime abitualmente colpite da inondazioni, vi è un’epidemia di colera che comporta vittime e acuisce uno stato di miseria già cronicamente drammatico. Il 2019 per il Mozambico è stato un “annus horribilis”, colpito da due cicloni devastanti (a marzo la città di Beira è stata distrutta, numero delle vittime mai accertato, a giugno il cyclone Kenneth ha colpito la costa della provincia di Cabo Delgado, già affetta da due anni da attacchi armati di gruppi poco noti che devastano villaggi, uccidendo e terrorizzando), cicloni dai quali il paese, già fragilissimo, fatica a riprendersi. Per quanto estremamente complesso da stabilire, le dinamiche in corso di alterazione degli ecosistemi hanno avuto un impatto importante, sconvolgendo comunità, stili di vita, linguaggi, capacità di elaborazione delle calamità da parte di un popolo che ha visto terminare ufficialmente la guerra intestina solo nel 1994. 

Gli esperti di global health con cui lavoriamo analizzano il fenomeno coronavirus anche attraverso il paradigma del climate change, illustrando e tessendo una trama di connessioni tra fenomeni complessi che illumina l’interdipendenza tra fattore umano, strategie politiche, culture. Eppure, oggi, a Maputo, il coronavirus pare essere una preoccupazione esclusiva delle fasce di popolazione ricche e informate. Mi è stato riferito che alcuni predicatori di varie confessioni parlano apertamente di un “flagello che colpisce i paesi ricchi” mentre quelli africani ne sarebbero quasi immuni, quasi fosse una nemesi storica letta attraverso un millenarismo non più fondato su profezie di carismatici guaritori, ma che promana dall’iper-realtà dei numeri del contagio che appaiono sugli schermi im-mediati degli smartphone.

Gli unici che salutandosi non si danno più la mano (abbozzando battute di spirito ogni giorno più stanche, forzate e cariche di apprensione), che estraggono da borse e tasche boccette di “sanitizer” con la rapidità di un Tex Willer con la sua Colt, siamo noi. La diseguaglianza sociale di questo paese morde i sensi ogni attimo... vista, olfatto, udito, gusto, tutti coinvolti in una grammatica fisica della sperequazione, descrive una geografia sociale della possibilità statistica di essere contagiati, ritaglia una mappa del mancato accesso ai servizi essenziali, incide le relazioni separando, creando voragini tra le persone, tracciando distanze ingiuste.
È possibile immaginare di arginare la socialità vissuta delle comunità africane proponendo di isolarsi, non toccarsi, di mettere la “giusta distanza” imponendo misure di sanità pubblica? Ci interroghiamo, confrontiamo, gonfi di dubbi come un mango lasciato troppo tempo sotto il sole.

Mi avverto diverso, oggettivato. Sono qui con i miei figli e mia moglie e personalmente la “giusta distanza” che devo stabilire è una intima dimensione interiore tra la mia funzione di operatore umanitario e antropologo e la responsabilità per la mia famiglia. Intuisco, tra la stanchezza fisica che appanna, comunque la necessità di un’analisi costante, di proteggere una ulteriore forma di “giusta distanza”, quella tra i fenomeni spuri e e la lettura antropologica di essi, di tentare consapevolmente un’etnografia di questi tempi e di ragionare sulla percezione del rischio e della  malattia, sui determinanti culturali del contagio, sui possibili scenari futuri.

Oltre al lavoro quotidiano, che deve continuare, in supporto alla salute materno-infantile, alla lotta ad HIV, malaria, colera, in collaborazione con le autorità locali per rafforzare le capacità gestionali del sistema sanitario..da qualche giorno lavoriamo col governo per definire delle strategie di comunicazione adeguate ed efficaci per fare informazione e prevenzione nelle comunità rurali (collaboriamo con alcune centinaia di giovani attivisti), che vivono in condizioni igieniche molto precarie, in comunità che fondano e ri-conoscono se stesse (un processo antropopoietico, potremmo dire) sull’incontrarsi. Stiamo chiedendo il supporto a tutti gli attori influenti a livello comunitario, dai leaders religiosi ai guaritori tradizionali... ai cantanti rap molto apprezzati dai giovani, che compongono più delle metà di questo paese. Ed è già iniziata una nuova giornata di lavoro.Somos Juntos.

Maputo (Mozambico), 18 marzo 2020
Edoardo Occa
Medici con l'Africa CUAMM
Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale (DACS)
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