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CALL FOR PICTURES: Oggetti visionari

Le promesse della sharing economy. Lo stile di vita senza radici dei digital nomads. Amazon Prime e le sue consegne in un giorno. Tinder e le altre app di incontri. Le distanze e i tempi che si accorciano sempre di più, almeno per certi gruppi sociali. Questa ci sembrava la direzione intrapresa, che ci piacesse o meno. E poi è arrivata la pandemia di Covid-19 e il futuro che avevamo dato per scontato è diventato improvvisamente meno ovvio, più opaco. Lo sviluppo unilineare  si è rivelato essere ancora una volta un falso mito e l’impensabile si è presentato davanti ai nostri occhi:  Airbnb è in difficoltà economica, gli autisti di Uber si fermano, gli spazi di co-working diventano pericolosi, Amazon non rispetta più i suoi tempi di consegna… Non è la prima volta che eventi considerati altamente improbabili, tanto dalla gente comune quanto da futurologi di professione, si verificano. La fine della Guerra Fredda, o anche, per certi versi, la Brexit, ne sono esempi eclatanti (Minvielle, Wathelet, Lauquin, Audinet 2020: 21). 

La design fiction è un approccio ibrido, fra scienza, fantascienza e design (Bleecker 2009) che, invece di tentare (invano) di prevedere il futuro che verrà, mira ad ampliare lo spettro del pensabile, mettendo a fuoco i casi estremi, statisticamente considerati meno probabili. L’obiettivo non è l’individuazione di trend, ma  piuttosto la coltivazione dell’immaginazione e la problematizzazione della rappresentazione del futuro, affinché si possa meglio agire nel presente. Si tratta di un approccio che mira all’azione più che alla descrizione, anche grazie alla creazione di oggetti concreti, da maneggiare, che, attraverso la loro dimensione sensibile, aiutino le persone a sperimentare scenari differenti e a prendere posizione. La cultura popolare, con le sue creazioni fantastiche, è in questo senso una fonte di ispirazione preziosa, poiché va oltre le visioni convenzionali, proponendo un  panorama vario di situazioni fittizie, più o meno (in)credibili.


Durante la pandemia, abbiamo quanto mai bisogno di coltivare la nostra capacità di pensare futuri diversi, per sfuggire ai riduzionismi e alle semplificazioni, che ci fanno accettare alcune strade come “inevitabili”. All’idea di necessità è importante accostare anche quella di possibilità, per aprire lo spettro del pensabile e visualizzare una pluralità di alternative, da dibattere, confrontare, criticare o accogliere. In un momento in cui la stessa parola normalità è di difficile decifrazione e il futuro è scandito da “fasi” a corto raggio, la fantasia può diventare uno strumento prezioso per complicare le rappresentazioni lineari, stimolando l’immaginazione e la mobilitazione, in vista delle alternative desiderabili. 

In questo spirito, lanciamo una #CallForPictures e vi chiediamo di inviarci fotografie (risoluzione almeno di 800x600 pixel) di oggetti “visionari”, che evochino, attraverso la loro materialità, diversi scenari (desiderabili, distopici, utopici, improbabili, plausibili, vicini, lontani,…), per costruire una sorta di inventario, mai completo, di  futuri possibili. Si può trattare, per esempio, di oggetti auto-prodotti, oppure di oggetti d’uso quotidiano ma posti in nuovi contesti, o ancora di oggetti manipolati creativamente per potere rispondere a bisogni e utilizzi inediti. Tutte le fotografie verranno pubblicate sulla nostra pagina Instagram @anthroday_milano e sul blog #LaGiustaDistanza. Le fotografie migliori saranno anche stampate ed esposte in una mostra che verrà inaugurata durante il World Anthropology Day – Antropologia Pubblica a Milano, a Febbraio 2021. Le fotografie devono avere un titolo ed essere accompagnate da una breve didascalia (20 parole massimo). 

Bleecker J. 2009. Design Fiction: A Short Essay on Design, Science, Fact and Fiction

Minvielle N., Wathelet O., Lauquin M., Audinet P. 2020. Design Fiction and More for your Organization. Making Tomorrow Collective. 

Milano, 18 maggio 2020
Ivan Bargna, Ilaria Bonelli, Giacomo Pozzi, Giovanna Santanera, Francesco Vietti
World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano
Università di Milano Bicocca

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

In stasi, in corsa // FASE 2 - seconda parte

Scambio epistolare tra Vera Pravda [artista] e Giulio Verago [curatore]

SECONDA PARTE

Vera Pravda

Caro Giulio,

Sono felice che tu stia bene, e te lo scrivo non per forma.

Ho temporeggiato a risponderti. La mia testa è densa di pensieri. È entrato lo Shabbat, ho pensato di scriverti dopo l’Havdalà, ma la settimana è iniziata da tempo e i pensieri continuano ad affastellarsi. Stasi inquieta. Scrivo ugualmente, dubito del resto che si acquietino a breve. 

Quanto hai ragione sul futuro, e se la visione è sempre parziale, già nell’immanente, per il futuro sono solo previsioni, giochi d’azzardo. La natura dell’uomo è limitata, finita, i confini qui sono ben delineati, e probabilmente molto più stretti di quanto l’ego vorrebbe. Non ci è dato di sapere, non ci è dato di precorrere il tempo. 

Penso però che, pur nella parzialità estrema - e nella complessità dei sistemi in cui ci muoviamo, di molti dei quali non abbiamo nemmeno coscienza - possiamo esprimere dei desiderata, e che esprimendoli e condividendoli, possiamo sostenere delle idee o delle visioni del mondo e della società. Penso sia il momento della semina, il tempo è propizio e il terreno è aperto, è un caso raro, penso si possa approfittarne per seminare specie che vorremmo più diffuse, rispetto alle colture intensive già in uso, che certamente continueranno ad esistere. Idee come piccoli semi in germoglio.
Personalmente opto per un approccio molto pragmatico: concentrare le forze su obiettivi definiti, fare ‘massa critica’, unire canotti arancioni insieme, per evitare alla nave gli scogli (o gli iceberg) che gli strumenti di bordo non captano perché troppo a ridosso, ma che visti dal vivo, toccati con mano, sono tutt’altro che irrilevanti e rischiano davvero di provocare squarci importanti nella chiglia. Nella mia arte ho deciso di parlare degli iceberg.

Sul ruolo dell’artista sono con te sul preservare il diritto alla contraddizione, alla speculazione, all’errore (errare, vagare alla ricerca di qualcosa): l’allargare i limiti del dibattito è una funzione fondamentale per la società. Altrimenti rischiamo di vedere solo ciò che sappiamo già. È la differenza tra visualizzazione e visione. La visualizzazione porta a business plan a 1-3-5 anni, la visione a riflettere su ciò che vogliamo fare ed essere, a ottimizzare, a ripensarci, a porre sul piatto nuove idee, a evolvere. Servono entrambe e, poiché la visione sia ampia, é fondamentale il dibattito intellettuale, l’apertura, la ricchezza di stimoli, l’humus creativo. Recentemente ho avuto il piacere di tenere una lezione a un master executive su arte e cambiamento e i legami sono molti.

Gli Highlights di /Confini/ su Gli Stati Generali in fondo nascono da questo: artisti, intellettuali e professionisti da saperi altri, chiamati a  riflessioni generali su temi definiti, divulgate fuori dall’ambito di riferimento abituale. Sono contenta che stiamo portando avanti insieme questi contatti e mi sembra che si stia creando un bel think tank. Penso che in questo senso il progetto possa prolungarsi anche dopo la quarantena. Cosa ne pensi? Come potremmo ampliarlo? con che strumenti? 

Come sottolinei l'arte visiva non deve svolgere un ‘compito’, ma certo è una funzione, così come la curatela.
Il punto è come si sostiene questa funzione. 
Attraverso il ruolo la funzione viene esplicata. Penso che in Italia questo ruolo manchi.
Sulla condizione degli artisti visivi ti rispondo con il codice ATECO: 90.03.09, ‘ALTRE creazioni artistiche e letterarie’, nella sezione R, ‘attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento’ dopo teatro, musica, giornalismo, restauro; nella stessa classe di chi redige manuali tecnici. Tutte figure comunque attualmente in gestione separata, che di fatto possono accedere a scarse protezioni sociali, non solo in tempo di crisi. Questo ammesso che si arrivi ad avere un reddito, cosa per nulla scontata nel campo dell’arte visiva, dove si rischia di passare anni a creare la basi per carriere comunque precarie, da integrare necessariamente con redditi altri. È però il reddito che permette di portare avanti la funzione, è una questione di soddisfacimento di bisogni primari e di uso del tempo. Ci troviamo altrimenti con artisti formati, preparati, professionalizzati, ricchi di energie, che decidono di fare altro, perché la vita spinge e non è possibile vivere d’aria. Come sarebbe la nostra società senza gli artisti? Davvero siamo specie in via d’estinzione? Davvero l’arte non serve a nessuno? Non credo, e tu?

Non sono un’economista, ma personalmente penso che una struttura che permetta di inquadrare meglio gli artisti dal punto di vista legale sarebbe utile. Un albo e un ordine professionale non penso sarebbero una cattiva idea. Aiuterebbero il ruolo, e con esso la funzione. Auspicando un maggior coinvolgimento degli artisti nella vita pubblica. Forse nella riscrittura delle regole post-coronavirus si potrebbe prendere in considerazione una revisione del quadro normativo in cui si muovono queste professioni, e magari agevolare il mercato artistico e le collaborazioni con altri settori produttivi, estendendo ad esempio incentivi fiscali come l’artbonus alla produzione artistica contemporanea in toto. E anche rivedendo la legge del 2%, magari estendendola anche ai privati e a importi di cantiere inferiori. Significherebbe sostenere un intero settore, rendendolo produttivo, e permettendone un reddito. Come curatore come la vedi? 
Sono anche io curiosa di sapere come vedi le nostre professioni e come si potrebbe uscire da questa impasse.  

Siamo ai saluti: niente Munch né Cronenberg, ne ho solo paura. Forse ci saluteremo con gli occhi. In questo caso avverrebbe un contatto più profondo, con i pro e i contro della cosa. Le buone maniere sono un cuscinetto tra noi e gli altri, una zona franca che permette la giusta distanza: ecco, forse si svilupperà un nuovo galateo! Affascinante, anche molto divertente a tratti. Potrebbe nascerne una nuova opera! Che ne dici, ci lanciamo nella creazione?

(to be continued?)

Giovanni Della Casa, Galateo overo de' costumi, 1558 (p.); Edgar Lee Masters, Spoon River Anthology, 1915; L. 717/1949; Abraham H. Maslow, Motivation and Personality, 1954; De André ‘Un ottico’, 1971; Achille Bonito Oliva, Arte e sistema dell'arte, 1975; http://www.teche.rai.it/2018/11/gino-de-dominicis-lartein-questione/, dal mi. 9,35 ca., 1997; Codice dei beni culturali e del paesaggio, D.Lgs. 42, 22 gennaio 2004; https://www.istat.it/it/archivio/17888



Giulio Verago
Giovedì 30 Aprile 2020, ore 20:47



Cara Vera,

Stasi inquieta è un ossimoro interessante.
Di recente ho conversato con un mio amico che osserva il Ramadan e gli ho chiesto che differenza ci trovi a viverlo in quarantena. Non mi ha saputo rispondere, mi ha detto che proprio non trovava le parole.

E' importante penso, come cittadini prima che come artisti o curatori, impegnarsi per far sì che il vocabolario per descrivere quello che stiamo vivendo sia condiviso, per evitare manipolazioni. Purtroppo anche in Europa (penso alla Ungheria ma anche alla Polonia e non solo) abbiamo governi che stanno imponendo un perimetro tra ciò che può essere detto e ciò che si deve tacere. E sappiamo che c'è chi vuol far passare la pandemia per una scusa. Eppure anche in questi contesti l'arte continua a sopravvivere. Nietzsche giustamente ammoniva contro la presunzione di un’epoca di avere più “giustizia” di un’altra. Resta da capire come gli artisti visivi riusciranno a metabolizzare questa nuova idea di confine che la pandemia sta solo rendendo più evidente. Quale alfabeto inventeranno e quali domande, di fronte a quale specchio ci metteranno.

Gli iceberg di cui mi parli mi sono chiari sia conoscendoti personalmente che approfondendo la tua ricerca. Penso sia fondamentale questa "consonanza" tra ciò che si fa come cittadini e il proprio lavoro. La differenza tra visualizzazione e visione è essenziale ma deve essere chiara all’artista come a chi ci governa.

Sulla condizione degli artisti visivi sto seguendo con grande interesse il dibattito nato da un gruppo di colleghi e artisti di cui ho grande stima - Artist Workers Italia - attorno alla risposta della scena emergente e indipendente. Come anche altre iniziative più vecchie e strutturate, penso al Forum dell’Arte Contemporanea, aiutano a rivendicare la necessità di maggiori tutele per chi crea, di aiuti concreti per chi investe energie e risorse per la creazione emergente. Temo però che un cambiamento reale possa avvenire solo se cambia la percezione del ruolo dell’artista nell’opinione pubblica e per quello ci vuole un cambio di strategia. Giustamente il codice ATECO è una metafora di un problema più ampio, penso ad esempio a quanto le rivendicazioni del mondo dello spettacolo siano più efficaci, perché quel settore si è meglio organizzato e resiliente delle arti visive e non a caso è più presente nei pensieri della politica.

Il ruolo del curatore è evidentemente in una fase di profondo cambiamento, come sta cambiando del resto il senso del fare le mostre. E non mi riferisco solo alla smaterializzazione cui siamo forzati dalla pandemia. Vedo i segni di stanchezza di questa figura di curatore-factotum che ha l’ambizione di assumere “pieni poteri” (legislativo, esecutivo e giudiziario). Forse sono un reazionario ma vedrei utile tornare a una scomposizione delle funzioni reali del sistema  per adempiere le quali ci vuole, più che un master costosissimo, deontologia e il coraggio di esporsi alla critica. Che poi le funzioni possano coesistere nella stessa figura lo deve decidere di volta in volta un meccanismo legittimante che non può più permettersi di scimmiottare quello dello star system.

Penso che nella curatela sia utile uscire dalla comfort zone del proprio statement per provare a semplificare senza banalizzare. L’Italia post-pandemia ha bisogno di percepire il linguaggio dell’arte contemporanea meno distante e autoreferenziale. Il concetto di contemporaneo per me è solo una convenzione utile a scrivere la storia dell’arte ma a prenderla troppo seriamente si rischia di dimenticare la filogenesi, qualcosa che sappia tenere insieme ad esempio i dipinti ottocenteschi di Angelo Morbelli al Pio Albergo Trivulzio con il video girato da Anri Sala nel Duomo di Milano.

Grazie per l’ascolto,
Giulio

(to be continued?)

“The Boat is Leaking. The Captain Lied”, Fondazione Prada - Venezia, 2017 (catalogo); Olafur Eliasson et al. “Chaque matin je me sens différent, chaque soir je me sens le même”, Palais de Tokyo 2002 (catalogo); Kit White, “101 things to learn in Art School”, MIT Press 2011; Enrico Boccioletti, U+29DC aka Documento Continuo, Link Editions, 2014; Hugh Trevor-Roper, “Carlo V e il fallimento dell’umanesimo”, in “Principi e Artisti: mecenatismo e ideologia alla corte degli Asburgo”, Einaudi 1980.

Milano, 8 maggio 2020
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Ritorno al futuro // FASE 2

Nel 2016 andai per una breve trasferta in Sierra Leone, per incontrare le principali Università ed alcune istituzioni che si occupano di formazione, Paese di cui colpevolmente conoscevo poco.
Una delle poche cose che ricordavo bene, oltre alla guerra civile, era naturalmente l'epidemia di Ebola che era stata dichiarata conclusa da poco e che aveva colpito duramente in quella fase Liberia, Guinea e appunto Sierra Leone.
Poco prima di partire, grazie a un consiglio di un amico che aveva condotto la sua etnografia lì, avevo visto un documentario, Back in touch, che raccontava il ritorno alla vita normale, dopo un lungo periodo di scuole chiuse, assembramenti vietati, stadi vuoti, relazioni amorose distanti.
Suddiviso in otto capitoli, raccontava di famiglie, sepolture, negozi, partite di calcio, gravidanze indesiderate, economia informale e dello slum di Freetown.
Parlava della vita al tempo di Ebola, che era un tempo con una data di inizio (il cosiddetto “paziente zero”) ma più difficilmente una data certa di fine: i cittadini si trovavano a vivere una fase di convivenza con l'epidemia, fatta di precauzioni, paura, trasgressioni delle norme e grande incertezza, a cui si aggiungevano i problemi strutturali del Paese, la disoccupazione, la povertà, le diseguaglianze.
Durante quel breve viaggio l'epidemia e il suo fantasma erano presenze silenziose, poco citate ma in realtà evocate spesso: cartelli per le città e nei bagni delle università dichiaravano “Ebola is not over”, bottigliette di disinfettante per mani erano sui tavoli di tutti i bar e gli studenti e i professori incontrati avevano a che fare con un anno accademico nuovo, con nuove sfide e carenze.
Lo studio di fattibilità per cui ero partita non si è trasformato in un progetto e in quel Paese non sono più tornata: da alcune settimane però ripenso spesso a quei cartelli e ai racconti della ripresa della normalità, che allora – evidentemente vittima anch'io dell'alterizzazione della malattia e della fragilità – avevo percepito come così distanti e irriproducibili nel mio contesto.


Invece, per le prime settimane di epidemia Covid in cui l'Italia risultava il secondo Paese dopo la Cina per contagi, il mio telefono ogni mattina riceveva messaggi preoccupati da altri Paesi africani frequentati, il Madagascar e il Ghana, che si assicuravano della mia salute e mi chiedevano dettagli della vita in quarantena: come si va al mercato? Come si pagano le multe se non si hanno soldi?
Eravamo noi di colpo l'oggetto di attenzione del mondo, eravamo noi quelli vulnerabili da guardare con apprensione.
La traduzione reciproca di cosa stava accadendo si è per certi versi semplificata quando i confinamenti sono stati applicati anche dalla maggior parte dei governi africani e il tema delle mascherine, del limitare gli spostamenti, del “restare a casa” è diventato quotidiano, seppur con alcune marcate differenze, anche nella vita dei miei amici, conoscenti, interlocutori africani.
E in questo dialogo virtuale di rimandi, in cui a richieste di suggerimenti su precauzioni da prendere che mi sono state fatte o domande sui tempi di produzione del vaccino, si è affiancato l'annuncio il 21 Aprile 2020 del Presidente del Madagascar Andry Rajoelina del Covid-Organics, un rimedio a base di piante medicinali che è stato poi distribuito a tutti gli studenti malgasci in vista della riapertura delle scuole.
Di nuovo, l'assunto base che impariamo nel primo esame di antropologia, il decentramento, si stava realizzando: la medicina occidentale e il credito di fiducia che le si attribuisce “dal sud del mondo” non era più sola al centro della soluzione e, pur con scetticismo e critiche da fronti locali e internazionali, un'isola dell'Oceano Indiano conquistava (alcune) pagine dei giornali e diverse piattaforme delle diaspore africane in Italia.
Nei giorni si sono succedute altre notizie come quella di un test di diagnostica rapida per individuare i positivi al virus prodotto dai laboratori dalla seconda università ghanese, il KNUST di Kumasi, rimanendo nell'ambito dei Paesi su cui mi informo maggiormente.



Questo dialogo a singhiozzo, dove si intrecciano i ricordi di un breve soggiorno in Sierra Leone, la ricerca di notizie sui media africani, le conversazioni con amici malgasci su Messanger, l'immaginazione delle nostre reciproche quotidianità in casa, le riflessioni degli analisti, porta naturalmente ad interrogarsi sul futuro, in una prospettiva globale, che è quella che la pandemia per sua stessa definizione ci suggerisce.
In alcuni contesti culturali, tra cui appunto il Madagascar (e il Perù, in un'espressione quechua), il futuro è visto dietro di noi, perchè non lo possiamo vedere, mentre il passato è davanti agli occhi, in quanto conosciuto e osservabile: questa metafora linguistica mi ha sempre fatto pensare che in contesti dove l'incertezza (economica, sociale, a volte politica) prevale, la capacità di essere radicati nel presente sia maggiore, pur lasciando spazio ovviamente ai desideri e alla “capacità di immaginare” che l'antropologia contemporanea giustamente celebra.

Ripartire allora dal passato che abbiamo davanti agli occhi e da equilibri precari del presente che mai come adesso sembrano venire in superficie in tutta la loro zoppicante verità sembra necessario: dal lavoro ai rapporti di genere, da quale ruolo attribuiamo alla scuola alla questione della casa e dell'abitare, dalle responsabilità individuali a quelle delle istituzioni.
Il mondo che verrà, dall'osservatorio che questi mesi di cambiamenti rappresentano, spero saprà alimentare ancora un dialogo con un altrove che per ciascuno di noi (etnografi in primis) si colloca in alcuni luoghi specifici, ma che è soprattutto un esercizio di distanziamento, questa volta (speriamo) non letterale, dalle nostre convinzioni, dalle nostre certezze, dal nostro modo di guardare alla vulnerabilità e al futuro.

Milano, 2 maggio 2020
Valentina Mutti
Università degli Studi di Milano "La Statale"

Valentina Mutti è Dottore di ricerca in antropologia, lavora come consulente per istituti di ricerca ed enti del terzo settore occupandosi di migrazioni, comunità diasporiche ed istruzione superiore in Africa. È tutor del corso "Antropologia culturale" presso l'Università degli Studi di Milano "La Statale".

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Post-coronalismo: proiezioni sul mondo che verrà

In un’intervista di qualche giorno fa, l’antropologo francese Jean-Loup Amselle, con un gioco di parole si chiedeva: Peut-on penser le post-coronalisme? Possiamo pensare il post-coronalismo? La domanda di Amselle ci sembra ben posta e riteniamo che per questo blog, per tutti coloro i quali vi contribuiscono e lo leggono, sia arrivato il momento di cogliere questa sfida: pensare, immaginare e progettare il dopo, con gli strumenti che l’antropologia e altre discipline possono offrirci. 


Nel dibattito pubblico e politico in queste ore si parla con insistenza delle necessità di passare alla Fase 2 nella gestione dell’epidemia, con tutte le incertezze del caso. Anche per il nostro piccolo osservatorio etnografico è giunto dunque il momento di stimolare una riflessione che non si risolva nell’annotazione, nell’analisi critica del periodo di sospensione che abbiamo vissuto e ancora stiamo attraversando, ma si proietti verso il futuro provando a delineare scenari, ad anticipare i temi, le valutazioni, le negoziazioni che riguardano il mondo che verrà. Riflettere sul “presente pandemico” ha oggi senso solo se vi riconosciamo l’orientamento verso il futuro che ciò implica, ossia, per citare la formula di Bryant e Knight (2019), “a way of thinking about the indeterminate and open-ended teleologies of everyday life”.

“La giusta distanza” ha cominciato a pubblicare i suoi primi contenuti il 10 marzo, a poche ore di distanza dal DPCM che introduceva le prime, drastiche misure di contenimento e isolamento per l’intero territorio nazionale. Nel mese che è nel frattempo trascorso abbiamo ricevuto una cinquantina di contributi da parte di antropologhe e antropologi che hanno proposto percorsi di riflessione teorica, condiviso spunti legati alla propria quotidianità, raccontato la scelta di implicarsi anche in questo frangente attraverso collaborazioni con il settore sociosanitario. Alcuni ci hanno inviato cronache dai propri contesti di ricerca, anche fuori dall’Italia. Molti studenti hanno trovato nel blog uno spazio di espressione e di confronto. Per tutti noi, più che il contenuto delle nostre analisi, è stato importante l’atto del leggere e dello scrivere, che ci ha permesso di continuare a sentirci parte di una collettività, di non interrompere la rete di amicizie, conoscenze, connessioni che nel corso del tempo abbiamo coltivato attraverso i nostri studi e il nostro lavoro.

Ovviamente non siamo stati i soli a spostare online quanto precedentemente avevamo sviluppato grazie alle diverse edizioni del “World Anthropology Day – Antropologia pubblica a Milano”. A causa delle misue di distanziamento, l’intera vita sociale delle persone in queste settimane si è tradotta in pratiche digitali attraverso social media e video chiamate (Walton 2020). In questa condizione, tutti quanti (inclusa dunque la comunità antropologica e accademica) rischiamo di diventare vittime di un sovraccarico di informazioni, interventi, prese di posizione, opinioni. Talvolta, anche chi gestisce questo blog ha seriamente pensato alla necessità di prendere fiato, stare in silenzio, non contribuire all’overdose di pensieri e parole sul Covid-19.

Tuttavia, le opportunità che ci offre la Fase 2 ci sembrano superiori ai rischi. Se è vero che nessuno di noi era pronto all’impatto della pandemia e in una prima fase ha trovato rifugio nello Spazio profondo della propria comfort zone teorica, ora dobbiamo collettivamente prepararci per il ritorno sulla Terra con strumenti di analisi necessariamente rinnovati. Compiere questo viaggio vuol dire riflettere criticamente sulla stessa antropologia pubblica. Se, con Gramsci (1975), possiamo intendere le crisi come fasi in cui “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”, allora decidere come agire durante una crisi come quella attuale, come antropologi pubblici, significa decidere il futuro della nostra disciplina.

Bryant, R., Knight, D.M., 2019, Orientations to the Future: An Introduction, In Bryant, R., Knight, D.M. (eds.), Orientations to the Future, American Ethnologist website, March 8.
Gramsci, A., 1975, Quaderni del carcere, I, 3: 311.
Walton, S., 2020, Social Distancing vs Digital Social Participation in Milan: Notes from fieldwork and after, Anthropology of Smartphones and Smart Ageing Blog, March 23. 

Torino/Milano, 10 aprile 2020
Ivan Bargna, Ilaria Bonelli, Giacomo Pozzi, Giovanna Santanera, Francesco Vietti
World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano
Università di Milano Bicocca

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La nostra distopia quotidiana

Innanzitutto il titolo. Questo post deve il suo nome a un articolo apparso questa notte sul quotidiano spagnolo El Pais. David Trueba, giornalista, scrittore e sceneggiatore madrileno, a mezzanotte e trentasei firma il pezzo "La distopía nuestra da cada día". Da pochi minuti siamo entrati nella giornata che farà dell'Italia intera una "zona protetta" soggetta alle restrizioni contenute nel Dpcm 9 marzo 2020 firmato in serata dal Primo Ministro Conte. Un decreto che, come spiegato all'atto della presentazione, ha lo specifico obiettivo di "cambiare le nostre abitudini"

Uno scenario che chiama in causa tutti noi e che interroga direttamente chiunque abbia una formazione antropologica e creda nella vocazione pubblica dell'antropologia. Del resto, anche noi non parliamo d'altro da settimane. Nelle nostre famiglie, con i nostri colleghi e amici, con noi stessi. Di persona, per telefono, via skype, sulle chat di Whatsapp, leggendo e scrivendo e-mail. Abbiamo imparato e praticato una discplina fondata sul viaggio e sull'incontro, una disciplina fatta di relazioni e che si interessa a tutto quanto tiene insieme le persone. In queste ore, pare non esserci rimasto nulla: non possiamo muoverci, non possiamo incontrare gli altri, e dobbiamo #restare a casa per il bene di tutti. Occorre mantenersi alla giusta distanza, anche se non sappiamo esattamente quale sia: un metro, un metro e ottantadue, due metri, forse quattro.


Riusciamo ancora a vedere qualcosa, mentre impariamo a stare alla giusta distanza? Abbiamo qualcosa da dire su quanto osserviamo attorno a noi? Siamo preoccupati, ma non abdichiamo a noi stessi. Continuiamo a preparare lezioni, a studiare, a immaginarci nel futuro. Possiamo continuare a esercitare il nostro pensiero critico sul mondo che inizia fuori dall'uscio di casa. Esiste un repertorio cui possiamo fare affidamento: l'antropologia medica per evidenziare le componenti socio-culturali dell'epidemia; l'antropologia urbana per leggere il senso delle strade che si svuotano, dei cartelli "tutto chiuso fino a nuove indicazioni" che sono comparsi sulle saracinesche abbassate dei negozi; l'antropologia del futuro che da Arjun Appadurai alla design fiction ci fornisce strumenti per confrontarci sul cambiamento e prendere posizione sugli scenari del possibile.

"La giusta distanza. Piccolo osservatorio etnografico sull'isolamento" è un blog aperto a tutta la comunità antropologica italiana come spazio di espressione, condivisione e confronto. Potrà ospitare minute esplorazioni etnografiche relative agli effetti dell'epidemia da coronavirus sui territori, auto-etnografie legate alla condizione di restrizione della mobilità e della socializzazione, riflessioni più ampie sugli scenari presenti e futuri, indicazioni di percorsi di lettura e segnalazioni di testi e autori che possano aiutarci a interpretare i processi in atto. 

Come ha scritto David Trueba nel suo articolo notturno: "La madurez consiste ni más ni menos en la aceptación del tiempo que te toca vivir". La maturità consiste nell'accettare il tempo che dobbiamo vivere. 

Torino, 10 marzo 2020
Francesco Vietti
Università di Milano Bicocca

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