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AnthroDay Milano 2021 - Call for Proposals

Il World Anthropology Day è un’iniziativa promossa dall’American Anthropological Association e lanciata a Milano a partire dal 2019 dal corso di Laurea Magistrale in Scienze Etnologiche e Antropologiche e dal Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca in collaborazione con numerosi partner pubblici e privati. Scopo dell’iniziativa è portare l’antropologia fuori dell’università e, allo stesso tempo, valorizzare i tanti antropologi e le tante antropologhe che lavorano nel sociale, nelle professioni, nelle istituzioni e nelle aziende, attraverso esempi virtuosi di attività svolte sul territorio. 

Per il prossimo 18 febbraio 2021 rilanciamo la sfida e invitiamo associazioni, ong, cooperative e singole persone che operano sul territorio di Milano a presentare proposte di attività, al fine di mostrare come l’antropologia possa servire a comprendere e migliorare il mondo in cui viviamo. Data la situazione sanitaria, tutti gli eventi si svolgeranno online. Non per questo vogliamo però rinunciare alla vocazione interattiva e partecipata e al nostro legame con la città: incoraggiamo quindi l’elaborazione di approcci innovativi che vadano oltre la forma tradizionale del webinar. 

Per agevolare l’ideazione delle attività, è possibile contattarci e ricevere supporto e assistenza nella progettazione. Sui nostri canali social e sul nostro sito pubblicheremo inoltre indicazioni e spunti utili a re-immaginare in maniera originale le modalità di partecipazione.

Il World Anthropology Day nel 2021 sarà celebrato il 18 febbraio, con un convegno che si terrà in streaming, ma per facilitare la partecipazione della cittadinanza e di tutti gli interessati, le attività verranno distribuite nelle giornate di venerdì 19 e sabato 20 febbraio.  

La deadline per l’invio delle proposte è estesa al 15 dicembre 2020. Le proposte vanno inviate a anthroday@gmail.com, secondo il seguente formato: una versione lunga (max 300 parole) e un abstract più breve (max 70 parole). Le attività proposte devono vedere la presenza di antropologhe/i in collaborazione con altre figure professionali, associazioni, istituzioni ecc., connesse con la città di Milano.

Scarica qui la Call for Proposals in formato PDF.

"10 e più oggetti dalla Terra di mezzo del lockdown": il blog diventa laboratorio / FASE 3

In occasione dell'inaugurazione della mostra "10 oggetti (d)alla fine del mondo", Ivan Bargna e Giacomo Pozzi terranno un workshop rivolto a studenti di scuola secondaria di secondo grado e università, insegnanti, educatori e tutti coloro che siano interessati alle tematiche proposte dal laboratorio.


Siete invitati a portare uno o più oggetti fra quelli che hanno accompagnato la vostra vita nello spazio sospeso del lockdown. Quando il mondo si è ritratto nel guscio delle nostre case, certi oggetti sono diventati più importanti di altri, per molti ad esempio è stato il caso del divano (ma quello lasciatelo dov’è!).

Gli oggetti sono una parte importante della nostra vita, perché fanno da ponte nel nostro rapporto con le altre persone (lo smartphone certo, ma non solo) e il mondo o perché diventano così intimi e personali da essere parti di noi stessi.

Li amiamo, li odiamo, li sfruttiamo, li proteggiamo o li buttiamo: gli oggetti dicono tanto di noi, custodiscono e risvegliano i nostri ricordi, danno forma ai nostri desideri e a chi vogliamo o non vogliamo essere. Condividiamo le nostre esperienze degli oggetti in un periodo così particolare: portate gli oggetti che vi sono stati più di conforto, quelli che avete detestato, quelli che vi hanno permesso di rimanere in contatto con gli altri o ve li hanno ricordati, quelli che vi hanno aiutato a passare il tempo o a scoprire qualcosa di voi stessi che non conoscevate; quelli che vi siete portati con voi quando il mondo ha riaperto le sue porte e quelli che non vorreste più rivedere. Li raccoglieremo su un tavolo e daremo loro la parola. Non sarete soli, anche noi porteremo i nostri!

Raccoglieremo le parole che gli oggetti susciteranno in brevi testi, che produrremo in maniera interattiva, attraverso una chat su WhatsApp (non preoccupatevi, sarà uno strumento di lavoro che chiuderemo alla fine del laboratorio!). I testi, insieme alle fotografie degli oggetti che avete portato, saranno pubblicati sul nostro blog "La Giusta Distanza. Piccolo osservatorio etnografico sull'isolamento", per lasciare una traccia di questa esperienza e della nostra vita in compagnia degli oggetti, durante il lockdown.

DATA E ORA: 10 luglio ore 15.00 – 16.30
Laboratorio gratuito, a numero chiuso.
Per info e prenotazioni: 377 149 80 07

Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

"10 oggetti (d)alla fine del mondo": il blog si mette in mostra / FASE 3

Anche per il nostro blog è venuto il momento della Fase 3. Dopo oltre 100 giorni online, con un ottantina di contributi pubblicati e circa 30.000 pagine lette, siamo felici di annunciare che siamo prointi a tornare sulla Terra approdando al Museo Vallivo Valfurva... una prima tappa del viaggio che ci porterà all'edizione 2021 del World Anthropology Day.
Grazie all'iniziativa di Maria Valentina Cassa, già studentessa del Corso di Perfezionamento in Antropologia Museale e dell'Arte dell'Università di Milano Bicocca e oggi Direttrice del Museo, il gruppo di lavoro dell'AnhtoDay Milano è stato coinvolto nel progetto di realizzazione di una mostra che si terrà dall'11 luglio al 15 settembre 2020.


Il titolo della mostra, "10 oggetti (d)alla fine del mondo", evoca evidentamente Ernesto De Martino e muove dalla considerazione che i mondi culturali nascono e muoiono, ma lasciano traccia di sé negli oggetti, testimoni materiali delle vite delle persone. Il percorso che abbiamo ideato presenta 10 oggetti che arrivano dalla fine del mondo contadino di montagna e che ci vengono incontro alla fine del mondo che abbiamo conosciuto finora. Alla luce della pandemia e dell’antropologia, rivelano qualcosa di sé e di noi che forse non sapevamo.

Se ogni società va compresa nel suo specifico contesto per evitare di ridurla a noi, è pur vero che non possiamo farlo se non a partire dal luogo in cui poggiamo i piedi.  La pandemia ci ha però rivelato la fragilità di una normalità che davamo per scontata; ci è mancata la terra sotto i piedi e quella normalità  è forse già diventata “il mondo di una volta”. Questo evento traumatico cambia il nostro sguardo sul passato insieme a quello sul futuro che ci attende. La mostra seleziona alcuni oggetti del collezione etnografica permanente del Museo Vallivo Valfurva per farli entrare in risonanza con il periodo che stiamo vivendo e  riflettere come, al di là delle differenze, si possa ritrovare una comune condizione umana.

L'inaugurazione della mostra avverrà venerdì 10 luglio 2020 alle ore 17.00. Vi aspettiamo!

Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Etnografie dell’isolamento e del nostro futuro incerto. Fase 2: Superare l’inquietudine, la rabbia, lo spaesamento tra sociale e virtuale [STUDENTS' CORNER]

Pubblichiamo la TERZA E ULTIMA PARTE del lavoro collettivo prodotto da parte delle studentesse e degli studenti nel corso del Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale dell'Università di Torino, con l’accompagnamento di Simona Taliani.


"I social hanno mostrato canti, balli, striscioni che hanno animato i balconi di tutti gli italiani, da nord a sud, per non parlare di motti quali ‘ce la faremo’, ‘andrà tutto bene’ e ‘torneremo!’. Ecco queste pratiche hanno mostrato una certa solidarietà tra le persone. [Ma] veramente questa quarantena ci spinge ad essere persone migliori? O sarà come un ‘Natale’ quando siamo tutti più ‘buoni’ per un solo giorno? Il confine [tra prima e dopo] si mostra molto labile e poroso" (Ersilia Bernardone, Diario di campo).

Il “campo” è un’esperienza poliedrica e complessa, che deve essere nutrita incessantemente da una certa “curiosità etnografica” (così la chiamano John Borneman, Abdellah Hammoudi nel loro Being There: The Fieldwork Encounter and the Making of Truth). Nel tentativo di afferrare una certa rappresentazione della realtà - o detto altrimenti: nel tentativo di contribuire a produrla insieme ai nostri interlocutori privilegiati - ricercatori e ricercatrici hanno dovuto affrontare le sfide di camuffamenti, doppi ruoli e posizionamenti tutt’altro che lineari. Qualcuno tra noi ha colto l’occasione di continuare la ricerca negli spazi esterni e pubblici, approfittando dunque di un altro ruolo. Come dicevamo, accadeva anche prima che il “campo” fosse un terreno di posizionamenti molteplici e da negoziare, di volta in volta, con i propri informatori o informatrici. Fare ricerca ai tempi del COVID-19 significa sfruttare le occasioni che abbiamo di poter rivestire un duplice ruolo. Per farlo bisogna attrezzarsi con tutte le protesi medicalizzanti che vengono prescritte perché ritenute protettive (mascherine e guanti), immergendosi in una realtà che ci vede protagonisti di una relazione estetica simmetrica. E mentre siamo lì per fare altro (lavorare o prestare volontariato), osserviamo le dinamiche, captiamo discorsi, interveniamo nello scambio...

Una prima riflessione sul futuro della ricerca - appena si capirà meglio quali possibilità avremo di muoverci perché senza mobilità il campo come abbiamo visto si fa fin troppo intimo - ha a che vedere con l’uso di strumenti distanzianti perché (appunto) protettivi, che finiscono inevitabilmente per medicalizzare anche la relazione etnografica (oltre al nostro spazio quotidiano). La mascherina, in particolar modo, risultava a principio essere una cosa impensabile perché limitante nell’esercizio dell’espressione facciale, di una certa mimica in grado di facilitare il riconoscimento e la relazione di prossimità e fiducia. Massimo Leone, Professore dell’Università di Torino, racconta così in un’intervista a UniTo News, come la mascherina cambia e forse cambierà le nostre interazioni sociali.

"Cambiano i volti anche nello spazio pubblico perché compare la mascherina. La mascherina è un oggetto al quale il mondo occidentale non è abituato, lo considerava come un oggetto tale da apparire soltanto in alcuni scenari molto specifici […] Adesso invece queste mascherine dilagano e portano con sé una connotazione di una medicalizzazione dello spazio pubblico. Ci sono altre società invece in cui ciò non avviene. Le culture dell'estremo oriente sono più abituate alle mascherine".

Ciò che il semiologo definisce “medicalizzazione dello spazio urbano” coglie appieno, secondo noi, quanto detto: lo spazio di interazione e di scambio sociale diventa strettamente connesso alla dimensione medica riducendo così i confini tra sano e malato, impedendo la costruzione di un’idea di untore che potrebbe colpire il ricercatore stesso (Lorenzo Maida) [1]. La riflessione su questi temi da parte di gruppi di ricerca antropologica che hanno lavorato su altre epidemie ci sembrano preziose (cfr. http://www.ebola-anthropology.net/) e da stimolo per immaginare la funzione sociale della ricerca. Come continuare a fare campo può contribuire a seguire la lezione antropologica, di testimoniare e apprendere (“testimone” e “allievo” sono le parole usate da Claude Lévi-Strauss in Razza e Storia) dai propri interlocutori?

Potrà sembrare improprio quest’altro parallelismo, ma proviamo a suggerirlo. Fare ricerca dietro una mascherina - che sta sempre più diventando “oggetto” dai significati sociali molteplici (medico-sanitari, estetici, morali) - ci ricorda altre sfide metodologiche di ricercatrici che hanno condotto le loro ricerche etnografiche “sotto il burka” o dietro altri veli. Fariba Adelkhah, antropologa franco-iraniana prigioniera politica dal 5 Giugno 2019 nel carcere di Evin a Teheran, è una di quelle ricercatrici che hanno reinventato il campo in zone a rischio, ad alto rischio, dove difficilmente ci si inoltrava per fare ricerca a viso scoperto [2].

Chi tra noi ha tentato una ricerca “sotto copertura” ha potuto toccare con mano le prime difficoltà e i nodi del doppio ruolo, senza che questo ovviamente sia comparabile ai campi sopra evocati. Proviamo a fare questo esempio:

"Qualche giorno fa ho constatato che cosa significa essere una lavoratrice ai tempi del COVID-19, ma non solo: ho constatato anche cosa può significare essere una ricercatrice sul campo, con tutti i dubbi e le “complicazioni” che ciò può comportare. Non è stata una cosa voluta in realtà. Diciamo piuttosto che ho colto l’occasione al volo.
Non sono andata molto lontano, serviva un aiuto nell’azienda di famiglia vista la provvisoria carenza di personale. In caso qualcuno si chiedesse perché l’azienda non è stata chiusa, la risposta è perché si tratta di un’azienda alimentare, quindi fornitrice di beni di prima necessità. È un’azienda piccola, con circa una trentina di dipendenti in tutto (gli stessi da sempre), le protezioni sono garantite e le distanze di sicurezza anche. Alcuni lavorano da casa, altri sono indispensabili per mandare avanti la produzione, a meno che non stiano male o mettano in pericolo la salute degli altri dipendenti.
Ad ogni modo, ho messo guanti, camice e una specie di elmetto con plexiglas come protezione per il viso. Inutile dire che, in quel contesto, non ho potuto che essere una “mosca sul muro” bianco. La mia presenza ha inevitabilmente modificato i comportamenti delle persone che avevo intorno …
La fabbrica si apre con il magazzino nel quale sono situati tutti bancali di vasetti e le celle frigorifere. Una volta attraversato tutto il magazzino, si arriva all’entrata della parte della fabbrica dedicata alla produzione vera e propria.
È proprio alla destra di questa entrata che si trova l’oggetto più importante per la mia ricerca, quello dal quale tutto è iniziato: la macchinetta del caffè. Luogo di ritrovo e di relax, la macchinetta del caffè – anche se data sempre per scontata – è un mezzo per potersi lasciar andare, per poter tornare ad essere ciascuno sé stesso, con il suo viaggio, i suoi problemi e le sue quotidiane preoccupazioni. Una cella frigorifera si trova in una stanza proprio vicino alla macchinetta del caffè.
Ho controllato che la temperatura della cella rientrasse nei parametri della tabella e mi sono avviata verso l’uscita, quando ho sentito delle voci. Erano tre donne, le conosco da sempre e mi conoscono da sempre. Borbottavano infastidite e stavano parlando del loro datore di lavoro, cioè di mia mamma. 
Nascosta dietro la porta della stanza della cella frigorifera, ho cercato di fare meno rumore possibile per non farmi scoprire e per riuscire ad ascoltare chiaramente i loro discorsi. Mi sono sentita invadente, come se stessi violando la loro privacy.
Mi sono interrogata su quanto valesse la pena ascoltare gli sfoghi degli altri solo perché riguardanti mia mamma; con lei non mi sarei mai potuta confidare, le avrei messe nei guai… e poi io lì non ci sarei nemmeno dovuta essere, o almeno non per ascoltare i loro discorsi, carpire le loro preoccupazioni lavorative.
“Non capisco ancora perché non chiudiamo”, diceva una.
“Siamo un bene di prima necessità, più che altro non capisco perché è tornata sua figlia a lavorare qua, potremmo non essere al sicuro, non sappiamo dove sia stata lei e con chi abbia avuto contatti”, replicava una seconda.
Al sentire queste parole sono uscita dalla stanza della cella frigorifera come se nulla fosse. Le tre donne hanno fatto come se nulla fosse: “Martina! È un piacere riaverti qui con noi… come stai? Come procedono gli studi?”, dicevano quasi in coro… un coro al quale sono da sempre abituata.
Per tutti gli operai dell’azienda sono la “figlia del capo”: potrei definirla un’arma a doppio taglio? Vantaggio o svantaggio? Si lascerebbero andare oppure no? Sarei riuscita a scoprire ciò che davvero pensavano riguardo a questa situazione?" (Martina Anfosso, Diario di campo).

Per continuare il lavoro di documentazione, si scelgono strade insolite, inedite, innovative. Musei internazionali importanti hanno avviato un processo di raccolta di informazioni simile al processo implicato nell’“osservazione partecipante”.

"In tutto il mondo, l’emergenza scatenata dalla pandemia di coronavirus ha messo in stato di massima allerta i medici e gli operatori sanitari, ma ha dato da fare anche a un manipolo di studiosi e di curatori dei musei di tutta Europa, incaricati di seguire in tempo reale gli eventi e le conseguenze della crisi. Molti di loro non sanno né come né quando sarà impiegato il frutto del loro lavoro, ma credono che in futuro quelle informazioni interesseranno ai musei – e ai loro visitatori. Il fenomeno non riguarda solo la Finlandia: anche musei danesi, sloveni e svizzeri, fra gli altri, si stanno adoperando per documentare l’emergenza coronavirus sotto aspetti diversi: c’è chi chiede ai concittadini di tenere un diario della loro vita quotidiana in isolamento, e chi raccoglie oggetti capaci di rappresentare questo momento storico. [...] [L]a raccolta di oggetti legati alla pandemia richiede di stare al passo con i suoi sviluppi. Prima che fosse imposto l’isolamento, per due settimane gli studiosi finlandesi hanno intervistato i cittadini su vari argomenti, dalle conseguenze della crisi sul settore della ristorazione alla chiusura del porto di Helsinki. Ma l’evolvere della situazione li ha costretti ad adattare le loro tecniche. Adesso svolgono le interviste al telefono o su Skype, e stanno valutando l’opportunità di chiedere agli intervistati di “autodocumentarsi” inviando foto e video realizzati da loro stessi. Quando cominceranno a documentare la chiusura delle frontiere della regione di Uusimaa, gli studiosi osserveranno la situazione dai posti di blocco e intervisteranno gli agenti tornando alle tecniche tradizionali, che comportano la presenza fisica sul posto, ma con le modifiche imposte dalle circostanze. “Ci saranno due fotografi e io farò le interviste”, ha spiegato Ollila. “Dovremo solo assicurarci di stare a due metri l’uno dall’altro” (Lisa Abend, New York Times) [3].

Quanto sta avvenendo è dunque un massiccio spostamento di ogni relazione a distanza tramite i mezzi di comunicazione digitale (Whatsapp, Zoom, Skype, Teams…). Una nostra collega ha per esempio raccolto elementi utili per comprendere le mutazioni nella sfera privata e intima del religioso: anche i fedeli stanno adottando strumenti sempre più virtuali per restare vicini agli altri fedeli, per tentare di restare in contatto nella spiritualità. Dal Diario di campo di Souha Benhlima emerge bene quale sia l’orizzonte entro cui si muove questo nuovo apostolato:

"Ho contattato Suor Carmen con cui avevo partecipato ad una formazione per una settimana nel contesto religioso del Famulato Cristiano a Torino.
“Dal punto di vista dell’apostolato certo ci sono venute meno tutte le attività con la gente”, mi dice. Il loro servizio ha a che vedere con il ricevimento delle colf/badanti e dei datori di lavoro e prima dell’emergenza copriva tre giorni alla settimana. Il servizio ora è stato ridotto solo per via telefonica. I corsi di formazione per colf e badanti anche sono stati sospesi, così come i corsi di cucina, i gruppi di canto, i corsi di italiano, le attività liturgiche e le attività pastorali con i giovani universitari e la pastorale vocazionale. Si è intensificato il lavoro con il web e la presenza e vicinanza con le persone attraverso i social, specialmente WhatsApp" (Souha Benhlima, Diario di campo).

Messe telematiche, scrive anche la nostra collega Stefania Baronetto, che ricorda i più fortunati tra i parenti che hanno potuto accompagnare almeno a distanza i loro cari ormai defunti. Il dramma per gli altri è stato il silenzio assordante intorno a queste morti invisibili.

D’altra parte, la stessa Associazione americana di antropologia (AAA) aggiorna il suo sito regolarmente con indicazioni su “campi” da condurre in modo sempre più digitale [4]. Ci dovremmo dunque familiarizzare con questo nuovo modo di fare ricerca per rappresentare una realtà sociale che, riducendo la mobilità, vede paradossalmente sempre più simili nei loro posizionamenti ricercatori e informatori (il ricercatore o la ricercatrice erano, fino solo a qualche mese fa, coloro che dal “campo” tornavano quando il progetto era terminato o semplicemente dovevano continuare altre attività altrove). Forse potrà essere l’avvio di una nuova stagione dell’antropologia “a casa” (anthropology at home) per comprendere meglio se stessi e gli Altri.


[1] Il confronto che viene fatto dallo studioso tra paesi asiatici e paesi europei mette in luce come la mascherina possa entrare a far parte dell’abito quotidiano e quindi possa diventare al tempo stesso un accessorio che contribuisca a costruire un nuovo linguaggio modaiolo europeo, che coniughi la parte più estetica e quella funzionale. A tal proposito Massimo Leone afferma nell’intervista sopra citata: “c’è una diversa idea dell'individuo rispetto alla comunità: in molti di questi Paesi si indossa la mascherina per proteggersi dagli altri, ma anche per proteggere gli altri. La mascherina è diventata quindi così presente che si è trasformata in un’abitudine, in un oggetto di moda”.
[2] Fariba Adelkhah ne fa esplicito riferimento qui.


Torino, 19 giugno 2020
Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale, Università di Torino
Anna Airoldi, Martina Anfosso, Stefania Baronetto, Mariangela Jessica Bellardita, Souha Benhlima, Ersilia Bernardone, Maria Agnese Capellupo, Giulia Cattaneo, Irene Chiambretto, Maria Fresta, Lara Gino, Alice Rampado, Lorenzo Maida, Margherita Peluso, Mia Tessarolo con l’accompagnamento di Simona Taliani.

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Etnografie dell’isolamento e del nostro futuro incerto. Fase 1: Superare l’inquietudine, la rabbia, lo spaesamento dell'estraneo e del troppo intimo [STUDENTS' CORNER]

Pubblichiamo la SECONDA PARTE del lavoro collettivo prodotto da parte delle studentesse e degli studenti nel corso del Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale dell'Università di Torino, con l’accompagnamento di Simona Taliani.


“Premetto che questo esercizio in principio mi ha un poco inquietato” (Maria Fresta, Diario di campo).

“Il mio metodo di ricerca durante questo mese di quarantena è cambiato drasticamente con lo scorrere delle settimane e dei decreti. Se infatti nelle prime settimane (anche all’inizio del lockdown) mi sentivo tranquilla nell’andare al supermercato e, pur mantenendo le distanze di sicurezza, sentirmi in contatto con le persone che mi circondavano, piano piano anche il mio stato di inquietudine ha iniziato ad acquistare nuovo peso. La percezione della diffidenza e della paura espresse dalle persone attorno a me (e probabilmente anche da me stessa) sono aumentate sempre più con lo scorrere delle settimane” (Mia Tessarolo, Diario di campo).

La paura per qualcuno di noi si è spostata dallo spazio esterno a quello intimo, domestico, familiare. Drasticamente familiare.

"Purtroppo, poi c’è stata una situazione di emergenza in famiglia che ha di nuovo portato cambiamenti alla mia ricerca. Mia nonna è stata male ed è stata operata d’urgenza, e questo ovviamente ha portato ansia e tensioni in famiglia. Mia nonna è stata operata a Vercelli in un ospedale in cui non c’è un reparto COVID, quindi non eravamo troppo preoccupati per quello, ma più che altro non potendo andare a trovarla, era difficile starle vicino, e lei ha sofferto particolarmente questa situazione. L’intervento è andato bene ed è tornata a casa, ma questa esperienza mi ha influenzata molto e non ho più portato avanti la mia ricerca. Questo mi ha fatto ragionare su quanto è facile che il lavoro sul campo venga stravolto dalla propria esperienza personale" (Maria Agnese Capellupo, Diario di campo).

Altre nonne hanno fatto irruzione sui nostri rispettivi “campi”.

"Mi sono rimaste solo le mie nonne. I miei nonni sono morti a distanza di dieci anni l’uno dall’altro. L’ultimo l’ho perso nel mese di dicembre. Probabilmente è vero che le donne sono più forti degli uomini; anche il Coronavirus sembra colpire meno il gentil sesso.
Nonna Maria abita a nemmeno un chilometro da casa mia. A piedi sono 7 minuti se cammini velocemente. Nonna è più verso i novanta che verso gli ottant’anni ormai. Ieri si è commossa mentre mi parlava di un dottore del bresciano afflitto dalla situazione emergenziale ormai insopportabile. La nonna si tiene a distanza, ma non troppa. Non ci dà baci. Non ci abbraccia e non ci accarezza. La andiamo a trovare uno per volta, uno ogni sera, a turno. Io, papà, Sofia, zia. Suoniamo il campanello verso le sei di sera, una bella partita a carte, si cucina e poi, dopo il lavaggio dei piatti, si torna a casa.
Entrambe le mie nonne vogliono vivere. Lo dicono chiaramente, che non si vogliono ammalare. Se nonna Luigina ha deciso che l’orto è un toccasana per l’umore, che deve essere mantenuto rigorosamente alto per non indebolire le difese immunitarie, nonna Maria è invece convinta che l’abbandonare qualsiasi tipo di lavoro domestico possa tutelarla dal farsi male, finire in ospedale ed ammalarsi. La differenza dei loro atteggiamenti sta proprio, a mio parere, nei dieci anni d’età che le separano. L’una rimane indipendente, l’altra è bisognosa di compagnia ed assistenza continua. Entrambe sono combattive. Entrambe accusano il mondo di oggi che, permettendo scambi di persone e di merci così rapidi, ha dato possibilità al coronavirus di diffondersi in fretta. La classica sentenza “ai miei tempi non sarebbe successo” sembra avere validità universale.
Mamma è andata a trovare nonna Luigina, per portarle il pane. È andata una volta a settimana. La prima settimana la nonna l’ha trovata ad aspettarla al cancello, le altre due volte però la nonna è rimasta a salutarla dal balcone, che non si sa mai. Lei è preoccupata. Beve bevande calde perché è convinta che il caldo possa uccidere il virus. Ora che non ha più da andare al cimitero dai suoi morti (questo è il suo più grande cruccio) e che non deve più andare a recuperare qualcuno dei suoi sei nipoti a destra e a manca, passa tutto il suo tempo nell’orto. Lei è autosufficiente, dice. Da quando è iniziata la quarantena non ha ancora incaricato nessuno di farle la spesa. Dice che fa scorte da anni. Che le sue galline le danno le uova. Che al limite avrà bisogno di becchime per loro, ma non nell’immediato.
[…] Era gennaio quando abbiamo iniziato a parlare di Coronavirus. Eravamo da lei, guardavamo quel programma di politica sul 4. Io ero spaventata, forse la più spaventata di tutti. Nonna mi diceva di non preoccuparmi, che le frontiere sarebbero state chiuse, che non avremmo avuto problemi. L’emergenza non era la nostra. Intanto sui social già giravano video apocalittici diffusi solo per aumentare il panico. Ne abbiamo guardato uno tutti insieme quella sera, con la nonna, mia sorella ed i miei cugini. Sono andata a letto pensando e ripensando a cosa sarebbe capitato, sovrastata da un nemico invisibile che mi metteva sotto pressione. La nonna mi ha rassicurata perché la televisione passava questo messaggio qui: non c’è nulla di cui preoccuparsi, non è la nostra battaglia. Di lì a poco i due turisti cinesi sarebbero stati ricoverati a Roma. Non c’è nulla di cui preoccuparsi, mi diceva, perché noi qui in Italia non moriremo. Abbiamo un sistema sanitario eccellente che riuscirà a salvare loro e tutti quanti noi. Ora sono io che rassicuro lei, che la tranquillizzo dicendole che nessuno in Italia patirà la fame, che ne usciremo più forti, che presto ci riabbracceremo e sarà ancora più bello; tutto questo mentre alla televisione si prega in diretta, si discute su quali misure il governo dovrà prendere e su quelle che sono già state prese, si dibatte in merito alla possibilità di far fare due passi ai bambini. Mia nonna, come molte anziane ed anziani della sua età, ha solo la televisione a cui affidarsi. Non ha un telefono cellulare collegato ad internet, non ha la possibilità di uscire di casa e comprarsi un giornale. Benché la varietà di canali e programmi rimanga vasta, lo schermo della sua tv, che domina la sala da pranzo, è il suo unico contatto con il mondo ed è il medium tramite il quale lei interpreta il mondo esterno. La confusione che adesso domina il palinsesto televisivo sta aumentando la sua ansia da reclusione forzata" (Irene Chiambretto, Diario di campo).

L’11 marzo una nostra collega ha avuto una febbre improvvisa ed ha chiamato la guardia medica. Scriveva in una email:

"Negli ultimi dieci giorni mi sono trovata ad avere un'improvvisa febbre, molto alta con picchi di 40 gradi, e questa mattina sono riuscita a scrivere tutto l'accaduto sotto vari punti di vista; pensavo potesse essere interessante riportare la mia esperienza con il sistema sanitario durante l'emergenza coronavirus, come ha risposto alla mia (più che altro quella dei miei genitori) richiesta di aiuto. Quello che è successo è stato illuminante, sotto il punto di vista della ricerca: il panico/rabbia del mio medico di famiglia, la guardia medica irreperibile e il numero regionale che non sapeva come classificare questa febbre improvvisa. Non so se può essere d'aiuto nel nostro piccolo progetto, se può essere uno spunto di riflessione o se può essere inserito come un altro punto di vista della ricerca, quello di chi si ritrova con dei sintomi e deve affrontare l'incertezza e comunicare con il sistema sanitario al collasso per la mancanza di posti negli ospedali, tamponi, informazioni, ecc."

Così con più calma scriveva della sua esperienza:

"Mercoledì mattina ho cominciato ad avere un gran mal di testa, ma la comparsa della febbre è avvenuta in serata, 39°C. Credevo si trattasse di stanchezza, ma la febbre non scendeva né assumendo paracetamolo né con le spugnature. La mattina di giovedì alle 6.40 ho perso i sensi, vedevo nero e non riuscivo a sentire nulla così mia madre presa dal panico ha cercato di contattare la guardia medica, che non ha risposto neanche ad una singola chiamata; dopo uno squillo si interrompeva la chiamata. […] Il mio medico non ha risposto alle chiamate, quindi abbiamo telefonato al numero verde regionale, ho risposto ad alcune domande e mi è stato detto che si trattava probabilmente di un’influenza intestinale, anche se non ne presentavo i sintomi – e che era l’ipotesi più plausibile – quindi, per precauzione prendevano i miei dati in caso avessi richiamato con sintomi diversi dall’influenza. Siamo riusciti a contattare il mio medico alle 10 del mattino, che arrabbiata con noi ha urlato al telefono a mio padre di non telefonare per una febbre perché – cito – “Siete tutti nel panico! La dovete smettere! Si prenda la tachipirina e una bustina di Oki dopo i pasti per l’infiammazione”, senza alcuna spiegazione. Non ha fatto domande, non ha chiesto informazioni, ha interrotto mio padre mentre spiegava le mie condizioni e ha riattaccato il telefono. Io non avevo mal di gola, né problemi di stomaco, intestino, o tosse. Non sono riuscita a capire l’origine della febbre, ma ho potuto constatare come (non) funzioni il sistema sanitario in questa emergenza. La guardia medica dovrebbe essere disponibile dalle 20 alle 8 e invece non c’era. Il medico ha prescritto un farmaco senza neanche considerare la mia cartella in cui ci sono le allergie alla maggior parte delle medicine, senza ascoltare minimamente ciò che i miei genitori cercavano di spiegare, senza fornirci assistenza, senza contare il fatto che si è resa disponibile alle 10 del mattino. Per fortuna il numero verde regionale ha saputo aiutarci, anche se l’operatrice non ha capito come mai avessi la febbre così alta senza presentare altri sintomi. Paura, rabbia, delusione. Questo è quello che stiamo vivendo, di fatto siamo stati abbandonati dal sistema sanitario, e ci sentiamo persi" (Jessica Bellardita, Diario di campo).

Una collega del Laboratorio – che conduce un’esperienza parallela (dalla parte di chi risponde alle telefonate) – così accompagna le parole di Jessica:

"Già ad inizio marzo [1], ancora prima che il governo varasse misure restrittive su scala nazionale, i tempi di attesa al numero verde di pubblica utilità si aggiravano attorno ai venti minuti per poter parlare con un primo operatore. Se le domande poste richiedevano una competenza maggiore da parte dell’operatore [che prendeva la chiamata], si veniva rimandati ad un operatore di “secondo livello”, con un’attesa di altri quaranta minuti circa. Nel momento in cui poi si cerca di indagare questioni spinose come tempi di incubazione o assenza di sintomi, la risposta che si riceve è che “gli studi scientifici attualmente disponibili non indicano un’alta probabilità di trasmissione da parte di persone asintomatiche”.
L’enorme instabilità della situazione è resa manifesta anche dal diverso numero di pareri, protocolli, comportamenti da seguire e figure da consultare. Una chiamata al numero verde può dover essere seguita da una chiamata al proprio medico di base o al Dipartimento di igiene e prevenzione della propria provincia, e in ognuno di questi casi si può trovare un parere medico leggermente differente.
In questo contesto di forte incertezza e “non conoscenza”, la figura del malato asintomatico o con sintomi lievi desta non poche preoccupazioni. In questa categoria, infatti, rientrano tutti quei soggetti che risultano positivi al Coronavirus senza presentare alcun sintomo, o presentando sintomi tanto lievi da poter essere confusi con un’altra qualsiasi influenza stagionale [2]. Questi soggetti, pur avendo sintomi lievi o totalmente assenti, sono comunque in grado di diffondere il virus a causa della carica virale che trasportano. Attraverso la nostra prospettiva di analisi, dunque, questi soggetti potrebbero essere visti come “untori” che non possono riconoscersi e non possono essere riconosciuti da terzi. L’impossibilità di distinguere l’untore attraverso sintomi, comportamenti, caratteristiche specifiche o appartenenza ad un qualche gruppo sociale, crea uno scenario di incertezza e di mutabilità, in cui è difficile operare una distinzione tra i “sani” e gli “untori”, appunto. Da qui si innesca dunque un meccanismo di sfiducia nei confronti di tutti, dal momento che ognuno potrebbe essere un potenziale untore.
In un contesto in cui tutti dubitano di tutti e in cui il distanziamento sociale pare essere la sola indicazione incontrovertibile, due sono i comportamenti principali che si possono ravvisare, riassumibili nella definizione di un untore “agente” e di un untore “agito” (Giulia Cattaneo, Diario di campo).

Varia l’attenzione che prestiamo a quanto accade intorno a noi e dentro di noi, varia l’attenzione data all’esperienza vissuta come se col corpo sentissimo e capissimo la realtà che ci circonda. In un lavoro del 2010, Jason Throop [3] parlando del dolore e di come si possa farne una etnografia sottolineava l’importanza che per lui aveva avuto una indicazione teorico-metodologica di Thomas Csordas. I “modi di attenzione somatica” sono per i due antropologi delle elaborate modalità culturali con cui apprendiamo il mondo e la presenza degli altri, attraverso il corpo e il suo stare all’erta. Diciamo che i nostri corpi sono stati ben all’erta, dunque, sensibili e ‘svegli’ anche quando deboli, affannati, sudati, stanchi. 

"Terminiamo questa prima parte di riflessioni su cosa ha significato “fare campo” in questi due mesi con le riflessioni di due nostre colleghe, quasi all’opposto l’una dell’altra per le condizioni di vita che ci hanno visto protagonisti, a volte, nostro malgrado. Non si ha la possibilità di osservare qualcosa o qualcun* a noi sconosciuto" (Ersilia Bernardone, Diario di campo).

"Penso all’attaccamento fisico. Vivo in un Ashram e siamo in 25 a condividere la stessa cucina, stesso bagno e alcuni di noi anche stessa stanza. Qui in molti tossiscono, starnutiscono, viviamo tutti insieme ed io sto molto attenta ma è quasi inevitabile beccarlo [il virus]. Forse siamo tutti positivi, tutti siamo stati in contatto con il virus, non so se la pratica dello yoga, la meditazione, il pranayama, la preghiera, aiuta a mantenere vibrazioni positive della mente e a salvarci dalla malattia. Questa pratica è vero rafforza il sistema immunitario, ma anche è vero che voglio convincermi di questo e non indebolirmi. Oggi mi sono tagliata il dito e non smetteva di scorrere sangue. Avevo paura che la ferita fosse troppo profonda. No, no, sono anemica – mi dicevo – non posso perdere troppo sangue. Poi pensavo: No, i punti no. Devo andare in ospedale e poi mi metteranno in quarantena perché in contatto con altre persone. Poi ho pensato: mi metto i punti qui da sola, con ago e filo. Il dolore si fa più acuto e non penso più al corpo, ma solo al dolore. Riesco a sopportare a combattere il dolore e la mente si fa più forte e la mente resiste e dà forza al corpo, il coraggio… quando tutto finisce realizzo che la preoccupazione che c’è prima della malattia mi ha fatto agitare, ammalare. Dopo due ore, tutto era passato" (Margherita Peluso, Diario di campo).

Dopo qualche giorno, la nostra collega rimasta bloccata in Canada, continua così il suo Diario di campo:

"Mi domando se avessi preferito rimanere a casa con le persone a me più care e vicine. Forse dovevo essere qui a pregare per tutto il mondo. Mamma ma quando finirà? Ma quando posso tornare a casa? (Margherita Peluso, Diario di campo).

(continua)

[1] Riportiamo qui l’esperienza di Giulia Cattaneo, che ha avuto modo di operare presso i servizi preposti all’assistenza dei cittadini durante questa emergenza. Nello specifico qui si tratta di diverse consulenze telefoniche richieste nel corso delle prime due settimane di marzo.
[2] In merito alla questione si veda: Lawton G., (2020), Gli asintomatici che diffondono il virus senza saperlo
[3] J. Throop (2010), Suffering and Sentiment. Exploring the vicissitudes of experience and pain in Yap, University of California Press, Berkeley, Los Angeles and London.


Torino, 17 giugno 2020
Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale, Università di Torino
Anna Airoldi, Martina Anfosso, Stefania Baronetto, Mariangela Jessica Bellardita, Souha Benhlima, Ersilia Bernardone, Maria Agnese Capellupo, Giulia Cattaneo, Irene Chiambretto, Maria Fresta, Lara Gino, Alice Rampado, Lorenzo Maida, Margherita Peluso, Mia Tessarolo con l’accompagnamento di Simona Taliani.

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.