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Cronache dal Dipartimento di Prevenzione #3

Oggi le parole mi soffocano, sono troppe ed escono a stento. Provo a fare ordine: sono passate due settimane da quando ho iniziato questo lavoro e un mese di distanziamento sociale (che per me è molto relativo visto che vado al dipartimento quasi tutto i giorni come tutti gli operatori sanitari che ancora stanno bene).

Durante la settimana abbiamo formato un gruppo di professionisti che si occupano della sorveglianza, nome infausto per un lavoro che è più di sostegno che di controllo, o almeno così noi lo stiamo interpretando. Sono arrivati rinforzi da altri dipartimenti. dell’ASL, il clima è molto buono, si collabora senza troppe discussioni, ci si dà una mano quando è necessario, si scambiano opinioni e si condividono difficoltà.

Il momento è difficile per tutti e questo crea un’aura di disponibilità. Condividere la stessa storia aumenta il senso di appartenenza. Rispondiamo all’emergenza tutti con professionalità e impegno costante, ma non siamo né angeli né missionari (provo un fastidio estremo quando sento queste metafore, che tra l’altro rimandano a stereotipi di genere evidentemente molto radicati).

Abbiamo creato un gruppo WhatsApp per comunicare tra noi e qui Sonia scrive: “Mi avete fatto scoprire un altro lato nascosto della mia professione e mi sta piacendo. Ci sono persone che ti apprezzano quando non sono anche riconoscenti, mentre altre sull'orlo di una crisi di nervi sarebbero pronti a mandarti a quel paese. Ma tutto questo fa parte delle persone e della loro storia. Grazie”.
Mi piace questo scambio consapevole, è un valore aggiunto in questi giorni complicati. Non è un’ingenuità, è un sentire comune.

Intorno a noi però c’è il caos determinato un po’ dalla stanchezza e un po’ dalle tante disposizioni che arrivano dall’Unità di Crisi e che si disconfermano una con l’altra.
In questi giorni è sempre più palese che non è possibile gestire la salute con un paradigma di tipo aziendale dove la burocrazia impera, forse questa situazione ci regalerà un servizio sanitario dove non sarà il budget a imperare bensì il benessere delle persone.


Da tre giorni chiamo Giovanna, un medico che si è infettato mentre lavorava. Lei sta abbastanza bene, il marito no, è ricoverato in ospedale con crisi respiratorie. Si sente in colpa, è stata lei a contagiarlo (i medici e gli infermieri stanno pagando un caro prezzo). Ha crisi di panico, si sente in gabbia. Mi dice: “E se mio marito muore, io cosa faccio? Non posso neanche uscire”. Una situazione spaventosa: una donna chiusa in casa in isolamento e un uomo che sta morendo in ospedale solo senza possibilità di incontro, se non telefonico.
Faccio ciò che posso: le do il numero dell’assistenza psicologica messo a disposizione dalla protezione civile e spero che possano darle una mano.

Anche Maria ha il padre in terapia intensiva, probabilmente morirà solo, lei non può andare a trovarlo, qualcuno del reparto le telefona per darle notizie tutti i giorni, di più non si può fare.  Queste situazioni iniziano ad essere sempre più numerose.
Penso spesso alle situazioni limite: ai bambini chiusi in casa, magari in case piccole con genitori poco accudenti o alle donne per cui la casa è un luogo pericoloso e non accogliente. Chi non ha accesso alla rete, chi vive per strada. Penso alle persone sole e fragili, a quelle depresse, mi sento angosciata e soprattutto impotente. Le. disuguaglianze, presenti già prima, stanno crescendo in modo abnorme.
Mi sono sempre ritenuta una militante dentro le istituzioni: combatto le mie battaglie quotidiane perché le cose possano cambiare. Sono un’operatrice sociale e per me implicarsi è un atto politico. Oggi però mi sento inerte.
Posso soltanto testimoniare quello che sta accadendo.

Il sig. Andrea mi chiede tutti i giorni se qualcuno andrà a fargli il tampone, è in quarantena perché è stato in contatto con una persona contagiata, non ha sintomi ma è molto in ansia. Il tampone è diventato un bene preziosissimo: se non hai sintomi scordatelo, di fronte a sintomi conclamati il medico del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica (SISP) manda una richiesta all’Unità di Crisi che ha l’ultima parola su tutto. Una catena infernale e intanto le persone devono gestire la loro ansia.
D’altra parte chi noi non vorrebbe sapere se ha contratto o no il coranavirus? Da un punto di vista simbolico e non solo, vuol dire essere stati contagiati dal virus più temuto dopo l’AIDS. Ci sono famiglie intere che vivono nel terrore perché un loro congiunto è ammalato e loro non possono sapere se sono stati contagiati. In un momento così drammatico abbiamo bisogno di qualche sicurezza che forse sarà effimera (il tampone può risultare negativo oggi e positivo fra due giorni naturalmente), ma per un attimo ci tranquillizza, non possiamo far gestire situazioni così delicate dalla burocrazia.

Vorrei fare un’ultima riflessione sulla responsabilità individuale: oggi da una parte abbiamo uno stato paternalista (il nanny state che limita la libertà individuale per implementare scelte di salute attraverso norme giuridiche) che decide per noi, ci obbliga a stare in casa, ci dice cosa è possibile e cosa è proibito, ci punisce se vogliamo fare una passeggiata, impedisce le riunificazioni famigliari. Dall'altra delega molto alla responsabilità individuale: sei tu “cittadino competente” che devi metterti in isolamento se pensi di essere "pericoloso" (così hanno detto a mia sorella al telefono), se non lo fai sei responsabile di ciò che accadrà a te e agli altri.

L’adottare un comportamento responsabile, anche sul piano delle scelte relative alla salute, rientra sempre di più nel concetto di “virtù individuale”. Siamo costantemente bombardati da messaggi che puntano sulle nostre virtù individuali, che non tengono conto del contesto, delle differenze e delle disuguaglianze. Questo stato di eccezione non fa che amplificare questa tendenza, tipica peraltro del paradigma neoliberista che punta esclusivamente sull'individuo. I positivi sono potenzialmente degli irresponsabili (gli untori), chi va a farsi una corsa è un irresponsabile, i genitori che non riescono a tenere a bada i loro bambini sono irresponsabili e così via.

Ma questo non si può dire, sembra che il virus e l'epidemia abbiano eliminato del tutto la possibilità di dissentire.

Torino, 30 marzo 2020
Lucia Portis
ASL Città di Torino

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Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

No fim distu tudo. Uno sguardo sulla prima settimana di contagi in Portogallo

Giovedì 12 marzo, la Direção Geral da Saúde [Direzione Generale di Salute] ha caldamente consigliato l’isolamento in Portogallo. In quella settimana si erano infatti registrati i primi casi di infezione. Venerdì 13, la maggior parte delle bambine e dei bambini portoghesi non sono andati a scuola, sebbene le scuole abbiano chiuso solo il giorno 16. Senza considerare l’eccesso di notizie, il fine settimana è stato calmo, è arrivata finalmente la solidarietà con l’Italia e abbiamo cominciato a imitare le apparizioni serali alle finestre e ai balconi, ma, durante il giorno, le piazze continuavano a essere piene. 

Lo scorso lunedì 16 marzo, le classi medie in isolamento sociale hanno cominciato a sperimentare i vantaggi e gli svantaggi dell’isolamento e a condividere opinioni sulla necessità o meno di dichiarare lo stato di emergenza. Oggi, giorno 18, il Presidente della República farà la sua dichiarazione, e domani lo stato portoghese dovrà affrontare la doppia sfida di mancanza di letti nelle terapie intensive e il divieto di circolazione nel paese. 

Le abitudini difficili da cambiare, le nozioni di comunità e di vicinato che si rinforzano a causa dell’isolamento, la condivisione di sentimenti di fronte a un futuro sconosciuto, alimentano fortemente le ansie delle famiglie, delle persone che vivono sole, delle imprese che non conoscono il loro futuro, in merito all’incertezza relativa al numero dei giorni che dovremo passare in casa. Ma alimentano anche fortemente la riflessione su quello che sta accadendo. Il nazionalismo (il secondo giorno in cui ci siamo affacciati alle finestre e ai balconi molto portoghesi hanno cantato l’inno nazionale), la solidarietà (sempre il secondo giorno sono nati movimenti di mutuo soccorso tra vicini), le piattaforme come “OPA! Organização Popular Antiviral” [Organizzazione Popolare Antivirale], che denuncia le ingiustizie del mondo del lavoro e condivide servizi di mutuo aiuto, iniziative solidali, allerte sociali, tutto ciò necessita di attenzione. Le reti sociali seguono le tendenze internazionali; Whatsapp da un lato aiuta a dimenticare l’isolamento attraverso i gruppi di amici e di familiari e la circolazione di video umoristici, dall’altro incrementa la paura con notizie poco certe sullo stato della salute pubblica. “No fim disto tudo” [“Alla fine di tutto questo”], come sarà?


Selezione dell'autrice di una conversazione Whatsapp. 
Il disegno incluso è di Caterina DI Giovanni, 17 marzo 2020. 

Ci troviamo solo all’inizio di una pandemia ad oggi esponenziale e i telegiornali si concentrano su grafici che tracciano ipotesi matematiche, così come all’inizio della guerra in Iraq mostravano i carri armati e gli elicotteri nordamericani. I grafici oggi mostrano il lieve rallentamento del numero di contagiati in Italia, dimostrando che vale la pena rimanere in casa. Questo, e comprare respiratori. 

In questa crisi sanitaria, la metafora della barca – il celebre “siamo tutti sulla stessa barca” – ha cominciato a divenire realtà con la messa in quarantena delle navi da crociera in giro per il mondo, ma esistono altri tipi di barche reali, più piccole, su cui ogni famiglia o persona isolata da qualche giorno salirebbe facilmente, alla ricerca di un luogo sicuro dove vivere in libertà. Sarà ancora necessario spiegare il terrore di morire che i rifugiati affrontano durante il viaggio per arrivare in Europa? “No fim disto tudo”, giudicheremo nuovamente la sensazione di solidarietà che ora sembra regnare. 
Lisbona (Portogallo), 19 marzo 2020
Rita Ávila Cachado
CIES - ISCTE-IUL 
[Traduzione di Giacomo Pozzi]

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