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In stasi, in corsa // FASE 2 - prima parte

Scambio epistolare tra Vera Pravda [artista] e Giulio Verago [curatore]

PRIMA PARTE

Vera Pravda
Giovedì 23 Aprile 2020, ore 21:23 


Caro Giulio, 
come stai?
Guardo fuori dalla finestra e penso: come sarà il mondo di domani?
Tu cosa ne pensi? Domani è tra qualche settimana, cosa succederà?

Per me è come se avessero spento di colpo la luce, abbassato a uno a uno gli interruttori generali - a ogni conferenza stampa mi sembrava di sentire il rumore di queste grandi leve e il ronzio sordo dei generatori e delle luci d’emergenza - e il tempo interiore, sempre più lento, come un’ombra fuori sincrono, si sta adeguando solo ora.
Lo stop era auspicabile, per cambiar rotta è necessario frenare. Ma quali i prezzi dell’andare e dello stare?
Pensieri veloci, stasi estrema, silenzio, cinguettio d’uccelli in cortile, luci come comete che mi vagano per la testa.

Crisi climatica, quarantena, riconversione ecologica, diseguaglianze sociali, gender gap, zoom, disuguaglianze di genere, coscienza collettiva, fame, business as usual, libertà personale, green washing, smart working, nuovi populismi, povertà, ritorni religiosi, cultura da salotto, resilienza, crisi economica, diretta instagram, solidarietà, e-learning, salto quantico, era post-ideologica, comunità virtuali, società fluida, solitudine connessa, identità, mediosfera digitale. Cosa succederà? Saremo in grado di rispondere a tutti questi interrogativi e ad altri ancora in modo intelligente, + +, positivo per noi e per gli altri? Qual’è la priorità? La possibilità di cambiamento va sfruttata o negata? Penso agli appelli di IPCC, FAO, OHCHR. Si proclamerà il cambiamento, questo è certo, è una delle parole più in voga del momento: ma nella pratica cosa avverrà?

E cosa possiamo fare noi nel nostro piccolo, cosa possono fare gli artisti, i curatori? Che ruolo pensi che possiamo avere nella società di domani?

Immagino la rotta dei transatlantici che sono le nostre società come influenzate da tanti piccoli lillipuziani canotti arancioni che tirano, ognuno dalla propria parte, alcuni travolti, alcuni generano spostamenti irrisori, alcuni provocano virate improvvise, a volte inaspettate, in un mare agitato dagli eventi estremi causati dall’innalzamento della temperatura globale.

Leggendo i media penso che siamo portati a pensare che il covid-19 sia la sola crisi da risolvere, mentre sono certa che siamo immersi in un sistema problematico, parziale, abituato all’omissione, allo sguardo selettivo, salvo poi redimersi quando qualcuno ci pulisce gli occhiali da strati di polvere. Forse ora che abbiamo imparato l’igiene delle mani inizieremo anche a lustrarci gli occhiali da soli? 
Uno dei compiti dell’arte può essere lustrar gli occhiali, o è solo arroganza, visione mono-dimensionale? perché è vero che gli occhiali sono prismi sfaccettati, poliedri complessi, che mutano al mutare del tempo e dell’individuo che li inforca. E soprattutto a dove si punta lo sguardo.

La mia non è un’arte dell’IO, ma del NOI. Ma chi è questo noi? E come cambia?
Un grande grazie a te e a Viafarini per collaborare così attivamente a /Confini/ e agli Highlights su Gli Stati Generali. Queste tante produzioni individuali formeranno un lungo, abbacinante video collettivo, un affresco di questo tempo sospeso, - parziale, certo - ma ricco di spunti, emozioni, pensieri, come germogli in nuce che attendono d’essere irrorati dal tempo per sbocciare. Far da cassa di risonanza a questo appello è, in definitiva, dargli voce. Dar voce ad un piccolo NOI. Grazie.

Poi la tempesta di parole mano a mano decanta, come sabbia in un bicchiere d’acqua, e penso che faremo appello alle nostre capacità interiori, all’umanità profonda, alla scintilla che sta all’interno di ciascuno di noi, nessuno escluso. E penso che questa crisi, nella sua crudeltà e crudezza, ci abbia necessariamente resi più forti, più capaci di accorgerci delle nostre capacità, non solo individuali, ma collettive. Siamo cresciuti come singoli e come società, sono cresciuti i nostri politici nel fronteggiarla, sono cresciuti i capi di stato, i referenti religiosi, gli insegnanti, i genitori, i bambini. Siamo cresciuti tutti noi. Siamo diventati capaci di vedere l’umanità dell’altro. E forse non dobbiamo andare da nessuna parte, ma solo aver cura.

Caro Giulio, ti ringrazio di questo dialogo continuo.

Pochi riferimenti molto sparsi, ma in ordine cronologico:
aa.vv., Pirkei Avot; Jonathan Swift, Travels into Several Remote Nations of the World, in Four Parts. By Lemuel Gulliver, First a Surgeon, and then a Captain of Several Ships, 1726; Voltaire, Candide, ou l'Optimisme, 1759; Herbert Marcuse, One-Dimensional Man: Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society, 1964; John Lennon, Imagine, 1971; Carlo Cipolla, The Basic Laws of Human Stupidity, 1976; Lucio Dalla, L’anno che verrà, 1978 ; Vasco Rossi, T’immagini, 1985; CCCP, Morire, 1986; Noir Desir feat. Brigitte Fontaine, L’Europe, 2001; Linkin Park, Castle of glass, 2012; Jonathan Safran Foer, We are the Weather, 2019.


Cara Vera,
quante questioni importanti tocchi.
Innanzitutto mi chiedi come sto. Sto bene e ne ho una consapevolezza completamente diversa, in alta definizione. 
E' giusto chiedersi che mondo sarà domani ma partendo dall'oggi non rischiamo di averne una visione parziale? 
A guardare fuori dalla finestra quello che mi fa più paura è ciò che non riesco ancora immaginare. Come ci saluteremo? Quali ritualità? De Chirico e Fellini lasciano il posto a Munch e Cronenberg.

I tanti aspetti che evochi mi sembrano tutti in qualche modo interdipendenti e mi sembra difficile individuare la priorità. Sarebbe il compito della politica. O in un sua assenza della filosofia. Forse è un vizio di forma del pensiero occidentale l'ossessione a dover necessariamente ordinare tutto gerarchicamente. 

Mi piace la sequenza di concetti contraddittori che citi. Alcuni di loro (penso ad esempio a resilienza, coscienza collettiva e società fluida) sono belli e utili ma logori, come un tappeto persiano male calpestato. L'arte può suggerire parole nuove e accezioni "fuorvianti" e inaspettate. L'opera d'arte come eterogenesi dei fini, conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali. Navigando a vista in un mondo più povero, diviso e impaurito dobbiamo salvaguardare il diritto alla contraddizione, alla tensione, all'errore e alla dissacrazione, senza questo l'arte è artigianato.
Quanto alla post-ideologia che giustamente evochi per me c'era già tutta nel Manierismo grottesco di Rosso Fiorentino e solo di conseguenza posso casomai vederla nelle banane appese con lo scotch.

Lavoro con gli artisti visivi. Con loro e per loro. Anzi curando una residenza posso dire anche di vivere fra loro. Consapevole delle sfumature tra queste preposizioni. Umanamente lo considero una grande fortuna. A volte persino un privilegio. Ma non dovrebbe essere così. Non dovrei considerarmi un privilegiato ma un povero diavolo capace di esprimere, come può, una funzione piuttosto basilare (se non addirittura elementare) in una società democratica. Aggiungo che per me la curatela è una funzione e non una professione. 

Questo Paese, che si ricorda più facilmente di santi e navigatori che dei poeti, non riconosce all'artista contemporaneo un ruolo. Lascia gli artisti visivi in un vuoto simbolico ma anche in un limbo legale e amministrativo. Vorrei da te una opinione su questo aspetto. Come vivi questa contraddizione? E' uno "svantaggio" essere un*artista in Italia? Non senti tradita una qualche fiducia?

In questo vuoto entra la crisi dell'intero sistema dell'arte, nel momento in cui le opere non possono essere esposte. Un'opera smette di esistere se non viene esposta? Se già i critici erano decimati quando le mostre erano fruibili il fatto di non poter nemmeno vedere l'opera come cambia il consumo culturale? Forse nuovi formati non sono ancora nati e i vecchi non sono ancora morti... In fondo il tuo progetto Confini, come altre proposte e inviti a narrazioni collettive, è anche un modo per interrogarsi sulla genesi di una narrazione collettiva, sulla sua complessità e contradditorietà.

Mi sembra che siamo di fronte a un bivio rispetto al vecchio imperativo kantiano di trattare se stessi e gli altri "sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo". Fino a ieri ero piuttosto pessimista in merito. Ora, paradossalmente, vedo un'occasione per un riallineamento dei poteri anche all'interno del sistema dell'arte o almeno lo spazio per un dibattito sincero, dove gli stracci volano davvero.

A partire dagli anni Novanta (invitando artisti come Vito Acconci, Jimmie Durham, Franco Vaccari, Mona Hatoum e Wurmkos) e più recentemente con Engage Public School Viafarini ha attivato riflessioni sul ruolo dell'artista nella lettura dei cambiamenti nella società ma questo "destino" rimane ancora marginale nel dibattito italiano e ho la sensazione che molta sia la strada ancora da fare.

Fortunatamente l'arte non ha un compito. L'opera non è un esperimento da svolgere per dimostrare una tesi, o un tema da sviluppare per ricavarne una morale. L'arte ha una funzione. Importante ribadirla e non fraintenderla.
Grazie a te Vera, questo dialogo sembra portarci lontano, è un piacere viaggiare con te.

[to be continued?]

Pochi riferimenti sparsi e sbarazzini:
John Williams, stoner (1965); A.A.V.V. Perché continuiamo a fare e a insegnare arte? corso in nove lezioni, Bologna (1977); David Balzer, Curatori d'assalto (2016); Il libro dei ventiquattro filosofi (XII secolo); Franco Russoli, Senza utopia non si fa la realtà. Scritti sul museo (1952-1977); Junichiro Tanizaki, Libro d'ombra (1935); Ten fundamental questions of Curating (2013); Amanda Lear, La mia vita con Dalì (1984); Learning to love you more, Miranda July & Harrell Fletcher (2007), Erlend Loe, Naiv. Super (1996).
New Trolls, Duemila; Billie Holiday, Summertime; Billie Eilish, Everything I wanted; Tim Buckley, Song to the Siren; The Cure, Disintegration; CCCP, Inch'Allah - Ça Va; Cigarettes after sex, Nothing's gonna Hurt you baby; Koudlam, See you All; Whitney Houston, My Love is your Love; Fabrizio De André, Crêuza de mä
Intervista a Giorgio De Chirico mentre dipinge, Come nasce un'opera d'arte, RAI 1975;
Smashing, by Jimmie Durham @ Parasol Unit, performance.

Milano, 7 maggio 2020
Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Tutto non è semplicemente qualunque cosa // FASE 2

A me pare che la fase due sia già cominciata. 
Non perché si stia “riaprendo l’Italia” e ciascuno stia tornando alla propria attività, ma perché tutti si sono già impegnati a raccontarci e a prepararci a quali saranno le nostre condizioni di vita e di lavoro. Come si dovrà lavorare, vivere e convivere una volta che la cosiddetta fase uno di questa emergenza sarà finita, come e cosa dovremo fare quando potremo più o meno uscire da questa prigione casalinga che, in accordo col pensiero della scienza medica, ci siamo inflitti.

Prima di tutto dovremo imparare a convivere con il virus perché tra le tante cose che alla medicina non sono chiare una certamente lo è, questo virus rimarrà tra noi a lungo e quindi occorrerà abituarsi all’uso pressoché costante delle mascherine, forse dei guanti, a mantenere comunque tra le persone, che poi saremmo noi, la distanza “di sicurezza”. Ma non è solo a questo che bisognerà fare l’abitudine.


Appena qualche giorno fa, nella più nota e autorevole trasmissione radiofonica di informazione del mattino, ascoltavo il presidente di Confindustria di una delle più produttive regioni del Nord Italia sostenere in maniera perentoria che il problema per la riapertura delle fabbriche non è la sicurezza dei lavoratori ma quella dei mezzi di trasporto. Non la sicurezza delle aziende e delle condizioni di lavoro, ci dice, perché soprattutto nella sua Regione, ma anche in altre, ci sarebbe già un’attenzione pazzesca, di grande impegno, per mettere in sicurezza i lavoratori e lì, dove queste condizioni non dovessero essere presenti, verranno realizzate entro i termini di riapertura e se no queste fabbriche semplicemente non riapriranno. Quindi non c’è dubbio, per il Presidente le fabbriche sono sicure, il problema è il trasporto pubblico. Secondo i dati INAIL però, e le statistiche dei sindacati maggiormente rappresentativi, i lavoratori non muoiono sui mezzi pubblici ma sul luogo di lavoro e la sua, nel 2019, è stata la seconda Regione in Italia con la maggiore incidenza di infortuni mortali. Ma il dirigente di Confindustria ritiene che «questa equivalenza - proprio come lui la chiama - salute lavoro la vita la morte, sono tutti argomenti sui quali i filosofi stanno dissertando da ventimila anni - volendo dire, secondo le sue stesse parole - che non li risolviamo certo sul tema delle fabbriche». Che avesse voluto dire che per produrre dobbiamo fare l’abitudine, aggiungendolo agli altri, anche al rischio di infezione da Nuovo Coronavirus?

Dovremo pare anche abituarci a un nuovo modello di equilibrio tra diritto alla privacy e comunicazione dei dati sensibili. In quella che ormai alcuni già chiamano “cittadinanza virale”, per contrastare la propagazione del virus bloccando le vie della sua diffusione, in nome della prevenzione di pandemie di ritorno e il diritto-dovere alla salute pubblica e alla sicurezza sanitaria, ciascuno di noi dovrà essere tracciabile con apposite applicazioni sullo smartphone. Spostamenti, abitudini, luoghi e persone frequentate, non potranno più essere protette dalla privacy perché rappresentano dati essenziali per rilevare l’esposizione al rischio delle persone, evidenziare e tracciare rapidamente i contatti in caso di riscontro di positività al virus, avviare pratiche di telemedicina e teleassistenza per pazienti domestici e gestire così l’emergenza ma anche la medicina ordinaria ad esempio per i pazienti cronici. Paola Pisano ministra per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione ha già annunciato in parlamento la presenza di un’app apposita nel pacchetto di provvedimenti per l’avvio della cosiddetta fase due dell’emergenza sanitaria.


Insomma pare che dovremo abituarci a fare quanto facevamo prima ma in peggiorate condizioni sociali e ambientali quasi come in uno stato di emergenza permanente che sospende diritti e libertà costituzionalmente garantite.  

Abituarsi a qualsiasi condizione purché si possa riprendere la produzione, il mercato, la competitività di prima sarebbe come trasformare il famoso refrain “andrà tutto bene “in “qualunque cosa andrà bene” purché tutto ritorni come prima. Ma come Peter Brook ci aiuta a capire, “tutto non è semplicemente qualunque cosa” e dimenticarlo significherebbe trasformare i nostri luoghi di lavoro in campi di lavoro forzato, le nostre città in deserti culturali, le nostre istituzioni democratiche in romantiche nostalgie di giustizia sociale.

La fase due non può essere questa, nulla potrà riprendere come prima perché già ora nulla è più come prima. I danni provocati dall’emergenza non sono dovuti al virus in sé, i virus non fanno quello che fanno per cattiveria. Quello che sta accadendo dice che ci siamo lasciati sorprendere in buona misura impreparati difronte a un evento che la stessa scienza medica ritiene sempre possibile e che anzi rappresenta l’incubo di microbiologi e virologi. Ancora più vero è che la pandemia fa lucidamente emergere a livello planetario la debolezza strutturale di un modello di sviluppo ormai esaurito, inadeguato, che non ha più risposte da dare ai grandi quesiti che interrogano le nostre scelte e che devono aprirci al futuro.


Insegno nella Scuola Superiore e quando dopo quest’emergenza torneremo a fare lezione in presenza coi nostri studenti non vogliamo preoccuparci solo di esami di stato e come validare quest’anno scolastico. Non vogliamo costruire la nostra lezione in pacchetti secondo le piattaforme telematiche messe a disposizione o come qualche app consente di fare. Non pensiamo di dover preparare i nostri giovani su competenze che interpretano la formazione secondo le indicazioni dei consigli di amministrazione delle aziende o un modello di lavoro competitivo che sceglie il profitto e trascura il suo valore sociale. Quando tra breve quel momento arriverà, anche se per un po' dovremo portare ancora la mascherina e i guanti, anche se dovremo stare assieme tenendoci a un metro di distanza (purché si eviti di chiamarlo “distanziamento sociale”) vogliamo stare nelle scuole cooperando coi nostri studenti per promuovere educazione e conoscenza sulle questioni che decideranno del modello sociale futuro, della qualità delle nostre vite, dell’autonomia e libertà di pensiero.

Roma, 21 aprile 2020
Carmelo Pizza

Carmelo Pizza è insegnante di Scienze Naturali per le scuole superiori a Roma. Si occupa di Educazione Permanente e di Teatro in ambiente sociale e educativo. Ha collaborato con il CTE (Centro Teatro Educazione del fu ETI). Attualmente guida laboratori teatrali aperti per la Cooperativa Sociale Passepartout. È regista nel Gruppo di Studio e Ricerca Artistico-Teatrale Nontantoprecisi e docente per la stessa Cooperativa nelle attività del Progetto Creative Living Lab II Edizione del MIBACT.

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Non torneremo alla normalità, perché la normalità è il problema // FASE 2 [STUDENTS' CORNER]

Ora che si profila la fine di un’epidemia, Papa Francesco ci dice che l’umanità deve compiere una scelta tra una revisione dei propri punti di riferimento sociali, economici e culturali, oppure piegarsi al dio denaro e al suo sepolcro. Il miliardario e filantropo Bill Gates ammette che il sistema capitalistico non ha saputo far fronte alle sfide poste dalla pandemia, che peraltro era stata dallo stesso preannunciata nel lontano 2015. La primatologa Jane Goodall asserisce che “la mancanza di rispetto per gli animali ha causato la pandemia, perché mentre distruggiamo, diciamo la foresta, le diverse specie di animali nella foresta sono costrette a venire in contatto fra di loro e quindi  le malattie vengono trasmesse da una specie all’altra, e il secondo animale ha quindi maggiori probabilità di infettare gli esseri umani poiché è costretto a stare stretto contatto con noi”. L’antropologo Bruno Latour infine, a chi chiedeva a gran voce di ravviare la produzione industriale il più rapidamente possibile, rispondeva con un fermo diniego, motivandolo con il fatto che l’ultima cosa da fare sarebbe, secondo lui, di rifare esattamente ciò che abbiamo fatto prima.

In questi giorni di quarantena, senza accorgersene, stiamo cambiando noi stessi ed il modo in cui ci relazioniamo con gli altri ed il mondo. La parola normalità, ha assunto oggi un significato quasi metafisico, che oscilla tra la nostalgia per un passato prossimo che sembra a portata di mano, ma ancora irraggiungibile, e il timore del conosciuto. Già, ma se proprio la normalità fosse il problema? Se fosse che non ci sia nessuna normalità alla quale ritornare, in quanto proprio quella normalità è stata la causa principale della catastrofe odierna? Per orientarsi in questo periodo di incertezza, occorre pensare al COVID-19 non come un fatto isolato ed astorico, bensì situato in una relazione dinamica con un preciso contesto sociale, economico e culturale. E’ per questo che la battaglia contro la pandemia non può limitarsi al potenziamento dei mezzi di emergenza (dpi: disposti protezione individuale), ma deve altresì prendere in esame le ragioni strutturali della pandemia, dalle cause economiche e a quelle politiche, in quanto, come ci insegna la storia, una catastrofe ha sempre un’origine lontana.


Nel 2002 nella regione del Guandong in Cina scoppia l’epidemia della SARS che colpì la popolazione suina, e nel 2016 la stessa regione fu colpita dalla SADS-CoV, un’altro tipo di corona virus che attacca il suino. L’origine del contagio fu localizzata, con precisione, nella popolazione di pipistrelli della regione. Un gruppo di ricercatori cinesi pubblicò infatti un rapporto sulla rivista “Nature” in cui, oltre a enfatizzare l’alta possibilità di una trasmissione dei nuovi virus agli esseri umani, facevano notare come la crescita dei macro- allevamenti di bestiame avesse alterato l’ecosistema dei pipistrelli. Inoltre, lo studio chiarì che l’allevamento industriale aveva incrementato le possibilità di contatto tra la fauna selvatica e il bestiame, facendo esplodere il rischio di trasmissione di malattie originate da animali selvatici i cui habitat sono drammaticamente aggrediti dalla deforestazione. Alcuni esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), e dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), hanno segnalato da tempo che l’incremento della domanda di proteina animale e l’intensificazione della sua produzione industriale sono le principali cause dell’apparizione e propagazione di nuove malattie zoonotiche sconosciute, ossia di nuove patologie trasmesse dagli animali agli esseri umani. Lo studio concluse che la cosiddetta rivoluzione dell’allevamento, ossia l’imposizione del modello industriale dell’allevamento intensivo legato ai macro-allevamenti, stava provocando un incremento globale di infezioni resistenti agli antibiotici, rovinando i piccoli allevatori locali e promuovendo la crescita delle malattie trasmesse attraverso alimenti di origine animale. Le epidemie sono un prodotto dell’urbanizzazione globale. Le condizioni di affollamento di questa popolazione in macro-fattorie, convertono ciascun animale in una sorta di potenziale laboratorio di mutazioni virali suscettibili di provocare nuove malattie e epidemie.

Per concludere, non si può non osservare che la lezione più sorprendente del COVID-19, è stata quella di aver provato che in poche settimane è possibile sospendere, in qualsiasi parte del mondo e allo stesso tempo, un sistema economico che sembrava inarrestabile. Prima di oggi, a tutti gli argomenti degli ambientalisti sul cambiamento dei nostri stili di vita, si rispondeva sempre con l’argomento della forza irreversibile del treno del progresso che niente poteva far deragliare a causa della globalizzazione. Tuttavia, è proprio la sua natura globale che rende così fragile questo sviluppo. Il COVID-19 allora, diventa un occasione unica, per mettere in discussione il modello complessivo di società neo-liberista basato sulla massimizzazione dei profitti, la supply-chain e la globalizzazione. Entrare nell’era del post-corona virus significa allora, non più guardare alle cose come erano, bensì al modo in cui le cose dovrebbero essere per limitare le vittime di una prossima catastrofe, contenere lo sfruttamento delle risorse ambientali e della forza lavoro, ridurre le ineguaglianze di reddito e di opportunità, promuovere la democrazia nella solidarietà, grazie ad una politica economica che premi gli investimenti nella sanità, educazione e ricerca pubblica e la valorizzazione degli ultimi. E’ per questo che c’è da augurarsi che non ci sia alcun modo di ritornare normalità, è proprio la normalità il problema.

Milano, 19 aprile 2020
Alessandro Natili
Studente del Corso di Laurea in Scienze Antropologiche ed Etnologiche
Università di Milano Bicocca

Continuiamo con questo post la pubblicazione dei contributi ricevuti da studenti e studentesse di antropologia interessati a condividere il loro punto di vista sulla situazione che stiamo attraversando. Il blog intende così proporsi come uno spazio di ascolto e confronto tra studiosi che si trovano in fasi diverse del loro percorso formativo e professionale.

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Elogio dell'ozio

Per molto ho riflettuto sull’opportunità di scrivere qualcosa in un momento come questo. Siamo ancora in piena emergenza, tanta gente ancora muore, tanta gente soffre, tanta gente si vede privata della possibilità di salutare i propri cari e di vivere il lutto. Sempre più persone si preoccupano e si rendono conto che i tempi che verranno saranno drammatici. Non solo perché sarà difficile tornare immediatamente, e come facevamo prima, a mangiare fuori, a scambiarci abbracci emozionanti, consolatori o corroboranti, ma soprattutto perché tante attività salteranno, e molti di noi da una vita dignitosa passeranno verosimilmente a fare la fame e vivere di espedienti. Dal mio punto di vista privilegiato, mi sembrava giusto rimanere in silenzio, in attesa di tornare a occuparmi delle mie ricerche e di temi su cui sono più sicuro di poter dire qualcosa (nella speranza, ottimistica, di poterci tornare).

Sono nato e cresciuto in un’area pedemontana sotto l’Appennino tosco-romagnolo, un’ora a sud da Bologna e mezz’ora a nord di Firenze. Il mio Mugello è una valle di provincia relativamente fortunata, che si è consolidata alla “giusta distanza” dai grandi contesti urbani e dalle logiche che li governano, non troppo lontano da Firenze per non poterci lavorare o passarci i sabati sera, non troppo vicino per doverne dipendere a livello economico, infrastrutturale e commerciale. I piccoli paesi racchiusi in quest’area (qualche migliaio di abitanti ciascuno) hanno fatto rete, trovando un loro equilibrio relativamente indipendente dalle congiunture economiche globali, tant’è che qui anche la crisi del 2008 è stata forse meno destabilizzante rispetto ad altre zone della provincia italiana.


Sono nato e cresciuto in un momento storico in cui dalla mezzadria ci eravamo abbondantemente emancipati (sull’alimentazione delle famiglie mezzadrili mugellane ha scritto belle pagine Carla Bianco, che ha fatto ricerca proprio a qualche chilometro da casa mia). Io e i miei compagni di classe eravamo figli di quella generazione in cui fare il ristoratore significava ancora vivere una vita agiata, e in cui i dipendenti pubblici riuscivano a comprarsi casa e a mettere qualche soldo da parte per i figli (anche per questo, probabilmente, la crisi qui si è sentita meno che altrove). Sono nato e cresciuto appena in tempo per scampare il dramma generazionale dell’eroina, che anche qui ha falcidiato tanti dei ragazzi nati nel decennio precedente. Sono nato e cresciuto in un contesto in cui affrontare la quarantena, oggi, non ha i risvolti drammatici che può avere per chi abita con un partner in un monolocale pagato col sangue nella prima periferia di Milano. Per la prima volta in vita mia, anzi, non subisco il rimpianto di non essermi trasferito in città. Sono nato e cresciuto in un contesto, come dicevo, che si trova alla “giusta distanza” anche per isolarsi con successo ed evitare la diffusione drammatica del virus che ha investito altre aree provinciali, più densamente popolate e più fittamente interconnesse.

Anche per questo non sentivo di avere il diritto di parlare dell'emergenza in corso. Forse, però, posso dare una testimonianza di quello che succede da questa distanza, che è difficile capire se sia effettivamente quella “giusta”, ma che di sicuro è la distanza in cui si trovano, come me, molte persone che hanno condiviso la mia traiettoria di vita, tra cui quelli che sono cresciuti insieme a me, con cui quotidianamente condivido impressioni, timori, rabbie, previsioni, paure, consapevolezze. Proprio in questo senso, allora, ho pensato che anche quello che vedo dalla mia “finestra” potesse rappresentare uno spaccato significativo di quello che succede nel Paese, e ho voluto descriverlo brevemente qui con piglio etnografico.

Nelle telefonate, nelle videochiamate e nel costante flusso di messaggi che ci scambiamo quotidianamente su Whatsapp, nei gruppi o a livello individuale, l’impressione più chiara che ho avuto è quella di una bipolare schizofrenia tra una razionale, inevitabile, apocalittica preoccupazione per quello che succederà dopo e un viscerale, indicibile ma evidente sollievo nel sentirsi sollevati da alcune responsabilità. Nel gruppo che abbiamo per fissare regolarmente cene con proiezione di film, prevalentemente coreani, Luca [i nomi usati sono tutti fittizi, chiaramente], che lavora nella distribuzione di prodotti per i supermercati e che quindi non si può fermare, ci racconta della sua preoccupazione di contrarre il virus, esposto com’è a incontri frequenti con il personale e la clientela dei negozi che rifornisce. Maria, in un’altra chat di gruppo tra amici, è affranta perché si è appena messa in proprio, gestisce con una socia un’azienda di comunicazione e marketing, e vede saltare tutti i lavori che le avevano affidato e gli accordi che le avevano confermato nei mesi precedenti. Gianni ha un negozio di abbigliamento, e mi descrive un panorama tragico per l’intero settore. I venditori come lui hanno già comprato il campionario primavera-estate, molti lo hanno addirittura già pagato, o comunque devono pagarlo a breve, pur sapendo che a questo punto venderanno ben poco, o forse nulla, di quello che si trovano in magazzino. I grossi appuntamenti della moda, occasioni irrinunciabili per l’export del famoso Made-in-Italy, salteranno tutti, e i buyer internazionali non investiranno un centesimo senza avere toccato con mano quello che i produttori avevano da offrire. “A riapertura, sperando che sia possibile riaprire presto, andrà bene se su cinque dipendenti riesco a licenziarne solo una o due - mi dice preoccupato -, e meno male che noi avevamo qualche riserva, sennò si chiudeva!”. Nel mondo della ristorazione, peggio che mai. Antonio cerca di arrangiarsi con un delivery improvvisato come meglio poteva, più per continuare a tenersi occupato che per effettivo guadagno. Si chiede come si potrà tornare ad aprire, oltre che quando, visto che comunque si dovrà cercare di mantenere le distanze, e chi ci va al ristorante, se deve stare a due metri dai propri commensali? Roberto torna depresso e intrattabile ogni volta che va, assieme al padre con cui gestisce un bar, a parlare col commercialista su quello che li aspetta. Un disastro, li aspetta. Disastro che tutti speriamo non arrivi, ma che sarebbe fatale non solo per l’attività in sé, ma anche per i bilanci di una vita, quella del padre, spesa per metterla in piedi, le sveglie alle quattro del mattino, le tirate da quindici ore a lavoro, la pazienza nella gestione dei rapporti con una clientela tipica dei bar di provincia, che vi lascio immaginare. Renato lo ha appena aperto un bar, insieme ad altri soci, indebitandosi con grandi preoccupazioni – preoccupazioni che si sono trasformate in drammatiche consapevolezze, quando a una settimana dall’inaugurazione ha dovuto tirare giù i bandoni.

Eppure, dietro le angosciose prese di coscienza di quello che sarà una volta finita questa quarantena, non posso non notare anche un malcelato sollievo. Razionalmente, tutti sanno cosa comporterà questa “sospensione” della normalità e ne sono spaventati, ma difficilmente la loro preoccupazione riesce a toccare le corde emotive dello “stomaco”, e in qualche modo nessuno è completamente insoddisfatto. Qualcuno lo ammette più volentieri, e c’è addirittura chi la prende come una manna dal cielo, e la rivendica come irripetibile momento di libertà dell’età adulta, che speriamo duri più possibile: un ritorno alla spensieratezza dell’infanzia, con tanto di maratone notturne di “retrogaming”, coi videogiochi – e la nostalgia – degli anni ’80. Per altri il sollievo emerge più velatamente nei momenti in cui, con una strana euforia, si dimenticano delle previsioni dell’immediato futuro e mi girano i contatti di Telegram per scaricare tutti i quotidiani del giorno in pdf, mi mandano il link al Torrent di un film bellissimo che hanno appena visto, girano in qualche gruppo gli onnipresenti meme del papa in “plank” o lo screenshot dell’abbonamento gratuito a PornHub Premium per gli utenti italiani, mi raccontano di avere più tempo per i figli nati da poco, mandano i video degli allenamenti che fanno a casa chiedendo consigli o avviano una videochiamata mentre impastano con orgoglio la loro bella pagnotta lievitata per ventiquattr'ore, quasi pronta per essere infornata. Per tutti, più o meno consapevolmente, più o meno fieramente, questa condizione liminale (o liminoide) di sospensione della normalità (che ha già descritto Capello su questo blog) comporta anche la sospensione di quel senso di responsabilità che, “biopoliticamente,” ci costituisce come soggetti. Era una condizione che a me capitava nei lunghi spostamenti in aereo, nel periodo in cui facevo ricerca in Australia, o quando regolarmente mi recavo ai convegni nel periodo pre-virus: il tempo passato in volo, in cui era difficile riuscire a concentrarsi sul lavoro, diventava un tempo necessario di ozio giustificato. Potevo finalmente permettermi di guardare i film che la compagnia aerea proponeva sui piccoli schermi dei comodi schienali, ascoltare musica, o leggere, senza sentirmi in colpa per non aver fatto qualcosa di produttivo, di formativo di utile per il mio curriculum o per esprimere il mio potenziale. Allo stesso modo, la pandemia ci ha dato l'occasione - è cinico dirlo, e dicendolo il senso di colpa torna a pungermi il fianco - di mettere finalmente il culo sul divano senza la sensazione di aver tradito se stessi. In un contesto che ci vuole efficaci e produttivi, in cui investire su noi stessi e sulle nostre capacità diventa non solo un imperativo morale e sociale, ma l’oggetto stesso dei nostri desideri individuali, ambizione ultima dei nostri progetti di realizzazione come persone (secondo la logica foucaultiana della soggettivazione, del “governo degli individui” e dell’“imprenditoria di se stessi”), la pandemia ci dà modo di tirare per un attimo il fiato. 


In maniera complementare rispetto ai molti teorici che agambenianamente hanno visto nello “stato d’eccezione” provocato dall’emergenza una possibilità per stringere la vite del controllo sociale, io sono convinto anche e soprattutto di un’altra cosa: per molti aspetti, centrali nell’analisi sociale e antropologica, l’esercizio “biopolitico”, radicato ed estremamente efficace di quel controllo di cui abbiamo testimonianza nella “normalità” delle nostre vite quotidiane è stato anche per un momento sospeso nella vita di molti di noi produttori-consumatori, che abbiamo smesso di pensare a come “investire” al meglio il nostro tempo e le nostre energie. 

A me, per esempio, che come molti altri colleghi ai primi passi di una carriera da antropologi cerco di massimizzare le mie pubblicazioni e spendo tempo e denaro nella produzione di articoli, riflessioni e collaborazioni che – spero – mi permetteranno un giorno di poter vantare un curriculum meritevole, non capitava da quando ho messo il punto finale alla mia tesi di dottorato, ormai un anno fa, di sospendere con la leggerezza con cui lo faccio in queste settimane la mia attività almeno per due giorni a settimana, in quei weekend che finora erano invece tempo utile per concludere quell’abstract per il prossimo convegno, contattare il traduttore inglese per l'ultima revisione, sistemare il formato della bibliografia dell’ultimo articolo da spedire a quella rivista influente (“scusa, ma quanto ti danno per scrivere un articolo per cui t’è toccato leggere tutta quella roba?” Mi chiedeva l’amico imprenditore - anche lui oggi felicemente col culo sul divano -, leggendo i riferimenti che stavo includendo in un saggio. “Nulla, è un investimento”, rispondevo io, cercando di giustificare in questo modo tutto quell'impegno non retribuito ai suoi occhi calcolatori). 

Almeno nella sua fase liminale, insomma, questo “stato d’eccezione” mi sembra aver provvisoriamente liberato i nostri corpi dell’esigenza “biopolitica” di dover “investire”, in senso appunto imprenditoriale, il nostro tempo. Siamo (noi che, ripeto, ce lo possiamo in qualche misura permettere) finalmente legittimati a mollare un attimo la presa, perché d’altronde non c’è altro da fare. L’ozio diventa un’attività che si può prendere in considerazione, e anche quando ci dedichiamo alle nostre nuove attività quotidiane, fare il pane, cucinare con più attenzione, seguire con più sollecitudine la vita dei nostri figli, lo facciamo forse con meno premura rispetto alle conseguenze, ai ritorni o alle ricadute che avrà sui nostri bilanci economici, sociali e culturali. Anche dall’esigenza di vendersi con successo sul “mercato sociale” partecipando sistematicamente ad aperitivi e eventi mondani qualcuno, mi pare, si sente temporaneamente, e con sconcertante e inaspettato conforto, sollevato.

Esplicitare e descrivere questa soddisfazione e questo senso provvisorio di liberazione che traspare dagli scambi quotidiani che ho con gli amici più stretti mi sembrava importante per rendere evidenti anche le logiche che ci impongono invece, in tempi “normali”, di non mollare mai la presa. Per prendere le distanze, in certa misura, da questo meccanismo di responsabilizzazione individuale (che pure ritorna insidioso ad alimentare le logiche dell’auto-confinamento, come spiega in questo articolo Riccardo Manzotti) non solo nello spazio liminale della quarantena, ma anche nella “fase 2”, quando dovremo tutti ricostruire le nostre vite, e ci chiederemo forse chi ce lo fa fare di darci tutto quel da fare per investire su noi stessi, quando un mese di sospensione di ogni attività ha provocato, indipendentemente dalla nostra responsabilità, uno (speriamo parziale) fallimento ma non per questo ci ha resi persone peggiori, più “ignoranti”, o ottemperanti pecoroni.

In fondo, la sospensione liminale che la quarantena ci impone può prestare il fianco, come suggerisce Agamben – e con lui, ma in maniera forse meno radicale, alcuni antropologi – all’inasprimento dello “stato d’eccezione” e alla limitazione delle libertà personali, ma può anche offrire spazi di costruzione di un altro modo di pensare il mondo e le cose (quello che Turner definiva l’anti-struttura), mostrandoci i limiti di quella “ragione del mondo” neoliberista che fino a oggi ha orientato il nostro impegno e il nostro tempo, e motivandoci forse a un approccio meno produttivistico e imprenditoriale alla vita (se non nel settore economico e al livello macroscopico del sociale, perlomeno limitatamente ad alcune realtà circoscritte, e al livello delle coscienze).

San Piero a Sieve (FI), 17 aprile 2020
Dario Nardini
Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale (DACS)
Università di Milano Bicocca

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Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Post-coronalismo: proiezioni sul mondo che verrà

In un’intervista di qualche giorno fa, l’antropologo francese Jean-Loup Amselle, con un gioco di parole si chiedeva: Peut-on penser le post-coronalisme? Possiamo pensare il post-coronalismo? La domanda di Amselle ci sembra ben posta e riteniamo che per questo blog, per tutti coloro i quali vi contribuiscono e lo leggono, sia arrivato il momento di cogliere questa sfida: pensare, immaginare e progettare il dopo, con gli strumenti che l’antropologia e altre discipline possono offrirci. 


Nel dibattito pubblico e politico in queste ore si parla con insistenza delle necessità di passare alla Fase 2 nella gestione dell’epidemia, con tutte le incertezze del caso. Anche per il nostro piccolo osservatorio etnografico è giunto dunque il momento di stimolare una riflessione che non si risolva nell’annotazione, nell’analisi critica del periodo di sospensione che abbiamo vissuto e ancora stiamo attraversando, ma si proietti verso il futuro provando a delineare scenari, ad anticipare i temi, le valutazioni, le negoziazioni che riguardano il mondo che verrà. Riflettere sul “presente pandemico” ha oggi senso solo se vi riconosciamo l’orientamento verso il futuro che ciò implica, ossia, per citare la formula di Bryant e Knight (2019), “a way of thinking about the indeterminate and open-ended teleologies of everyday life”.

“La giusta distanza” ha cominciato a pubblicare i suoi primi contenuti il 10 marzo, a poche ore di distanza dal DPCM che introduceva le prime, drastiche misure di contenimento e isolamento per l’intero territorio nazionale. Nel mese che è nel frattempo trascorso abbiamo ricevuto una cinquantina di contributi da parte di antropologhe e antropologi che hanno proposto percorsi di riflessione teorica, condiviso spunti legati alla propria quotidianità, raccontato la scelta di implicarsi anche in questo frangente attraverso collaborazioni con il settore sociosanitario. Alcuni ci hanno inviato cronache dai propri contesti di ricerca, anche fuori dall’Italia. Molti studenti hanno trovato nel blog uno spazio di espressione e di confronto. Per tutti noi, più che il contenuto delle nostre analisi, è stato importante l’atto del leggere e dello scrivere, che ci ha permesso di continuare a sentirci parte di una collettività, di non interrompere la rete di amicizie, conoscenze, connessioni che nel corso del tempo abbiamo coltivato attraverso i nostri studi e il nostro lavoro.

Ovviamente non siamo stati i soli a spostare online quanto precedentemente avevamo sviluppato grazie alle diverse edizioni del “World Anthropology Day – Antropologia pubblica a Milano”. A causa delle misue di distanziamento, l’intera vita sociale delle persone in queste settimane si è tradotta in pratiche digitali attraverso social media e video chiamate (Walton 2020). In questa condizione, tutti quanti (inclusa dunque la comunità antropologica e accademica) rischiamo di diventare vittime di un sovraccarico di informazioni, interventi, prese di posizione, opinioni. Talvolta, anche chi gestisce questo blog ha seriamente pensato alla necessità di prendere fiato, stare in silenzio, non contribuire all’overdose di pensieri e parole sul Covid-19.

Tuttavia, le opportunità che ci offre la Fase 2 ci sembrano superiori ai rischi. Se è vero che nessuno di noi era pronto all’impatto della pandemia e in una prima fase ha trovato rifugio nello Spazio profondo della propria comfort zone teorica, ora dobbiamo collettivamente prepararci per il ritorno sulla Terra con strumenti di analisi necessariamente rinnovati. Compiere questo viaggio vuol dire riflettere criticamente sulla stessa antropologia pubblica. Se, con Gramsci (1975), possiamo intendere le crisi come fasi in cui “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”, allora decidere come agire durante una crisi come quella attuale, come antropologi pubblici, significa decidere il futuro della nostra disciplina.

Bryant, R., Knight, D.M., 2019, Orientations to the Future: An Introduction, In Bryant, R., Knight, D.M. (eds.), Orientations to the Future, American Ethnologist website, March 8.
Gramsci, A., 1975, Quaderni del carcere, I, 3: 311.
Walton, S., 2020, Social Distancing vs Digital Social Participation in Milan: Notes from fieldwork and after, Anthropology of Smartphones and Smart Ageing Blog, March 23. 

Torino/Milano, 10 aprile 2020
Ivan Bargna, Ilaria Bonelli, Giacomo Pozzi, Giovanna Santanera, Francesco Vietti
World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano
Università di Milano Bicocca

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