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Etnografie dell’isolamento e del nostro futuro incerto. Fase 2: Superare l’inquietudine, la rabbia, lo spaesamento tra sociale e virtuale [STUDENTS' CORNER]

Pubblichiamo la TERZA E ULTIMA PARTE del lavoro collettivo prodotto da parte delle studentesse e degli studenti nel corso del Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale dell'Università di Torino, con l’accompagnamento di Simona Taliani.


"I social hanno mostrato canti, balli, striscioni che hanno animato i balconi di tutti gli italiani, da nord a sud, per non parlare di motti quali ‘ce la faremo’, ‘andrà tutto bene’ e ‘torneremo!’. Ecco queste pratiche hanno mostrato una certa solidarietà tra le persone. [Ma] veramente questa quarantena ci spinge ad essere persone migliori? O sarà come un ‘Natale’ quando siamo tutti più ‘buoni’ per un solo giorno? Il confine [tra prima e dopo] si mostra molto labile e poroso" (Ersilia Bernardone, Diario di campo).

Il “campo” è un’esperienza poliedrica e complessa, che deve essere nutrita incessantemente da una certa “curiosità etnografica” (così la chiamano John Borneman, Abdellah Hammoudi nel loro Being There: The Fieldwork Encounter and the Making of Truth). Nel tentativo di afferrare una certa rappresentazione della realtà - o detto altrimenti: nel tentativo di contribuire a produrla insieme ai nostri interlocutori privilegiati - ricercatori e ricercatrici hanno dovuto affrontare le sfide di camuffamenti, doppi ruoli e posizionamenti tutt’altro che lineari. Qualcuno tra noi ha colto l’occasione di continuare la ricerca negli spazi esterni e pubblici, approfittando dunque di un altro ruolo. Come dicevamo, accadeva anche prima che il “campo” fosse un terreno di posizionamenti molteplici e da negoziare, di volta in volta, con i propri informatori o informatrici. Fare ricerca ai tempi del COVID-19 significa sfruttare le occasioni che abbiamo di poter rivestire un duplice ruolo. Per farlo bisogna attrezzarsi con tutte le protesi medicalizzanti che vengono prescritte perché ritenute protettive (mascherine e guanti), immergendosi in una realtà che ci vede protagonisti di una relazione estetica simmetrica. E mentre siamo lì per fare altro (lavorare o prestare volontariato), osserviamo le dinamiche, captiamo discorsi, interveniamo nello scambio...

Una prima riflessione sul futuro della ricerca - appena si capirà meglio quali possibilità avremo di muoverci perché senza mobilità il campo come abbiamo visto si fa fin troppo intimo - ha a che vedere con l’uso di strumenti distanzianti perché (appunto) protettivi, che finiscono inevitabilmente per medicalizzare anche la relazione etnografica (oltre al nostro spazio quotidiano). La mascherina, in particolar modo, risultava a principio essere una cosa impensabile perché limitante nell’esercizio dell’espressione facciale, di una certa mimica in grado di facilitare il riconoscimento e la relazione di prossimità e fiducia. Massimo Leone, Professore dell’Università di Torino, racconta così in un’intervista a UniTo News, come la mascherina cambia e forse cambierà le nostre interazioni sociali.

"Cambiano i volti anche nello spazio pubblico perché compare la mascherina. La mascherina è un oggetto al quale il mondo occidentale non è abituato, lo considerava come un oggetto tale da apparire soltanto in alcuni scenari molto specifici […] Adesso invece queste mascherine dilagano e portano con sé una connotazione di una medicalizzazione dello spazio pubblico. Ci sono altre società invece in cui ciò non avviene. Le culture dell'estremo oriente sono più abituate alle mascherine".

Ciò che il semiologo definisce “medicalizzazione dello spazio urbano” coglie appieno, secondo noi, quanto detto: lo spazio di interazione e di scambio sociale diventa strettamente connesso alla dimensione medica riducendo così i confini tra sano e malato, impedendo la costruzione di un’idea di untore che potrebbe colpire il ricercatore stesso (Lorenzo Maida) [1]. La riflessione su questi temi da parte di gruppi di ricerca antropologica che hanno lavorato su altre epidemie ci sembrano preziose (cfr. http://www.ebola-anthropology.net/) e da stimolo per immaginare la funzione sociale della ricerca. Come continuare a fare campo può contribuire a seguire la lezione antropologica, di testimoniare e apprendere (“testimone” e “allievo” sono le parole usate da Claude Lévi-Strauss in Razza e Storia) dai propri interlocutori?

Potrà sembrare improprio quest’altro parallelismo, ma proviamo a suggerirlo. Fare ricerca dietro una mascherina - che sta sempre più diventando “oggetto” dai significati sociali molteplici (medico-sanitari, estetici, morali) - ci ricorda altre sfide metodologiche di ricercatrici che hanno condotto le loro ricerche etnografiche “sotto il burka” o dietro altri veli. Fariba Adelkhah, antropologa franco-iraniana prigioniera politica dal 5 Giugno 2019 nel carcere di Evin a Teheran, è una di quelle ricercatrici che hanno reinventato il campo in zone a rischio, ad alto rischio, dove difficilmente ci si inoltrava per fare ricerca a viso scoperto [2].

Chi tra noi ha tentato una ricerca “sotto copertura” ha potuto toccare con mano le prime difficoltà e i nodi del doppio ruolo, senza che questo ovviamente sia comparabile ai campi sopra evocati. Proviamo a fare questo esempio:

"Qualche giorno fa ho constatato che cosa significa essere una lavoratrice ai tempi del COVID-19, ma non solo: ho constatato anche cosa può significare essere una ricercatrice sul campo, con tutti i dubbi e le “complicazioni” che ciò può comportare. Non è stata una cosa voluta in realtà. Diciamo piuttosto che ho colto l’occasione al volo.
Non sono andata molto lontano, serviva un aiuto nell’azienda di famiglia vista la provvisoria carenza di personale. In caso qualcuno si chiedesse perché l’azienda non è stata chiusa, la risposta è perché si tratta di un’azienda alimentare, quindi fornitrice di beni di prima necessità. È un’azienda piccola, con circa una trentina di dipendenti in tutto (gli stessi da sempre), le protezioni sono garantite e le distanze di sicurezza anche. Alcuni lavorano da casa, altri sono indispensabili per mandare avanti la produzione, a meno che non stiano male o mettano in pericolo la salute degli altri dipendenti.
Ad ogni modo, ho messo guanti, camice e una specie di elmetto con plexiglas come protezione per il viso. Inutile dire che, in quel contesto, non ho potuto che essere una “mosca sul muro” bianco. La mia presenza ha inevitabilmente modificato i comportamenti delle persone che avevo intorno …
La fabbrica si apre con il magazzino nel quale sono situati tutti bancali di vasetti e le celle frigorifere. Una volta attraversato tutto il magazzino, si arriva all’entrata della parte della fabbrica dedicata alla produzione vera e propria.
È proprio alla destra di questa entrata che si trova l’oggetto più importante per la mia ricerca, quello dal quale tutto è iniziato: la macchinetta del caffè. Luogo di ritrovo e di relax, la macchinetta del caffè – anche se data sempre per scontata – è un mezzo per potersi lasciar andare, per poter tornare ad essere ciascuno sé stesso, con il suo viaggio, i suoi problemi e le sue quotidiane preoccupazioni. Una cella frigorifera si trova in una stanza proprio vicino alla macchinetta del caffè.
Ho controllato che la temperatura della cella rientrasse nei parametri della tabella e mi sono avviata verso l’uscita, quando ho sentito delle voci. Erano tre donne, le conosco da sempre e mi conoscono da sempre. Borbottavano infastidite e stavano parlando del loro datore di lavoro, cioè di mia mamma. 
Nascosta dietro la porta della stanza della cella frigorifera, ho cercato di fare meno rumore possibile per non farmi scoprire e per riuscire ad ascoltare chiaramente i loro discorsi. Mi sono sentita invadente, come se stessi violando la loro privacy.
Mi sono interrogata su quanto valesse la pena ascoltare gli sfoghi degli altri solo perché riguardanti mia mamma; con lei non mi sarei mai potuta confidare, le avrei messe nei guai… e poi io lì non ci sarei nemmeno dovuta essere, o almeno non per ascoltare i loro discorsi, carpire le loro preoccupazioni lavorative.
“Non capisco ancora perché non chiudiamo”, diceva una.
“Siamo un bene di prima necessità, più che altro non capisco perché è tornata sua figlia a lavorare qua, potremmo non essere al sicuro, non sappiamo dove sia stata lei e con chi abbia avuto contatti”, replicava una seconda.
Al sentire queste parole sono uscita dalla stanza della cella frigorifera come se nulla fosse. Le tre donne hanno fatto come se nulla fosse: “Martina! È un piacere riaverti qui con noi… come stai? Come procedono gli studi?”, dicevano quasi in coro… un coro al quale sono da sempre abituata.
Per tutti gli operai dell’azienda sono la “figlia del capo”: potrei definirla un’arma a doppio taglio? Vantaggio o svantaggio? Si lascerebbero andare oppure no? Sarei riuscita a scoprire ciò che davvero pensavano riguardo a questa situazione?" (Martina Anfosso, Diario di campo).

Per continuare il lavoro di documentazione, si scelgono strade insolite, inedite, innovative. Musei internazionali importanti hanno avviato un processo di raccolta di informazioni simile al processo implicato nell’“osservazione partecipante”.

"In tutto il mondo, l’emergenza scatenata dalla pandemia di coronavirus ha messo in stato di massima allerta i medici e gli operatori sanitari, ma ha dato da fare anche a un manipolo di studiosi e di curatori dei musei di tutta Europa, incaricati di seguire in tempo reale gli eventi e le conseguenze della crisi. Molti di loro non sanno né come né quando sarà impiegato il frutto del loro lavoro, ma credono che in futuro quelle informazioni interesseranno ai musei – e ai loro visitatori. Il fenomeno non riguarda solo la Finlandia: anche musei danesi, sloveni e svizzeri, fra gli altri, si stanno adoperando per documentare l’emergenza coronavirus sotto aspetti diversi: c’è chi chiede ai concittadini di tenere un diario della loro vita quotidiana in isolamento, e chi raccoglie oggetti capaci di rappresentare questo momento storico. [...] [L]a raccolta di oggetti legati alla pandemia richiede di stare al passo con i suoi sviluppi. Prima che fosse imposto l’isolamento, per due settimane gli studiosi finlandesi hanno intervistato i cittadini su vari argomenti, dalle conseguenze della crisi sul settore della ristorazione alla chiusura del porto di Helsinki. Ma l’evolvere della situazione li ha costretti ad adattare le loro tecniche. Adesso svolgono le interviste al telefono o su Skype, e stanno valutando l’opportunità di chiedere agli intervistati di “autodocumentarsi” inviando foto e video realizzati da loro stessi. Quando cominceranno a documentare la chiusura delle frontiere della regione di Uusimaa, gli studiosi osserveranno la situazione dai posti di blocco e intervisteranno gli agenti tornando alle tecniche tradizionali, che comportano la presenza fisica sul posto, ma con le modifiche imposte dalle circostanze. “Ci saranno due fotografi e io farò le interviste”, ha spiegato Ollila. “Dovremo solo assicurarci di stare a due metri l’uno dall’altro” (Lisa Abend, New York Times) [3].

Quanto sta avvenendo è dunque un massiccio spostamento di ogni relazione a distanza tramite i mezzi di comunicazione digitale (Whatsapp, Zoom, Skype, Teams…). Una nostra collega ha per esempio raccolto elementi utili per comprendere le mutazioni nella sfera privata e intima del religioso: anche i fedeli stanno adottando strumenti sempre più virtuali per restare vicini agli altri fedeli, per tentare di restare in contatto nella spiritualità. Dal Diario di campo di Souha Benhlima emerge bene quale sia l’orizzonte entro cui si muove questo nuovo apostolato:

"Ho contattato Suor Carmen con cui avevo partecipato ad una formazione per una settimana nel contesto religioso del Famulato Cristiano a Torino.
“Dal punto di vista dell’apostolato certo ci sono venute meno tutte le attività con la gente”, mi dice. Il loro servizio ha a che vedere con il ricevimento delle colf/badanti e dei datori di lavoro e prima dell’emergenza copriva tre giorni alla settimana. Il servizio ora è stato ridotto solo per via telefonica. I corsi di formazione per colf e badanti anche sono stati sospesi, così come i corsi di cucina, i gruppi di canto, i corsi di italiano, le attività liturgiche e le attività pastorali con i giovani universitari e la pastorale vocazionale. Si è intensificato il lavoro con il web e la presenza e vicinanza con le persone attraverso i social, specialmente WhatsApp" (Souha Benhlima, Diario di campo).

Messe telematiche, scrive anche la nostra collega Stefania Baronetto, che ricorda i più fortunati tra i parenti che hanno potuto accompagnare almeno a distanza i loro cari ormai defunti. Il dramma per gli altri è stato il silenzio assordante intorno a queste morti invisibili.

D’altra parte, la stessa Associazione americana di antropologia (AAA) aggiorna il suo sito regolarmente con indicazioni su “campi” da condurre in modo sempre più digitale [4]. Ci dovremmo dunque familiarizzare con questo nuovo modo di fare ricerca per rappresentare una realtà sociale che, riducendo la mobilità, vede paradossalmente sempre più simili nei loro posizionamenti ricercatori e informatori (il ricercatore o la ricercatrice erano, fino solo a qualche mese fa, coloro che dal “campo” tornavano quando il progetto era terminato o semplicemente dovevano continuare altre attività altrove). Forse potrà essere l’avvio di una nuova stagione dell’antropologia “a casa” (anthropology at home) per comprendere meglio se stessi e gli Altri.


[1] Il confronto che viene fatto dallo studioso tra paesi asiatici e paesi europei mette in luce come la mascherina possa entrare a far parte dell’abito quotidiano e quindi possa diventare al tempo stesso un accessorio che contribuisca a costruire un nuovo linguaggio modaiolo europeo, che coniughi la parte più estetica e quella funzionale. A tal proposito Massimo Leone afferma nell’intervista sopra citata: “c’è una diversa idea dell'individuo rispetto alla comunità: in molti di questi Paesi si indossa la mascherina per proteggersi dagli altri, ma anche per proteggere gli altri. La mascherina è diventata quindi così presente che si è trasformata in un’abitudine, in un oggetto di moda”.
[2] Fariba Adelkhah ne fa esplicito riferimento qui.


Torino, 19 giugno 2020
Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale, Università di Torino
Anna Airoldi, Martina Anfosso, Stefania Baronetto, Mariangela Jessica Bellardita, Souha Benhlima, Ersilia Bernardone, Maria Agnese Capellupo, Giulia Cattaneo, Irene Chiambretto, Maria Fresta, Lara Gino, Alice Rampado, Lorenzo Maida, Margherita Peluso, Mia Tessarolo con l’accompagnamento di Simona Taliani.

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.