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L’epidemia della distanza sociale tra Brasile, Svizzera e Italia

Nel contesto mondiale di pandemia di Covid-19, siamo sottoposti a messaggi più o meno unificati, che si declinano diversamente a seconda dei dispositivi e delle logiche nazionali. L’11 marzo, quando l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) dichiarava “pandemia mondiale”, io, ricercatrice italiana residente in Svizzera, ero appena atterrata a Florianopolis, in Brasile. Dovevo iniziare una ricerca di sei mesi al Dipartimento di Antropologia, all’Università Federale di Santa Catarina, ed ecco che mi trovo di fronte alla sospensione delle attività scientifiche, sociali e collettive dell’intero paese. Non esattamente. Mentre in Italia, mio padre mi spiega che, dal 23 febbraio, tutti restano isolati in casa con restrizioni ogni settimana più severe, l’annuncio della pandemia in Brasile arriva in un eco fratturato, tra lo scherno del Presidente, Jair Bolsonaro, che invoca  “l’isteria per una piccola influenza” e l’ortodossia di una morale igienica difesa da scientifici ed esperti in salute pubblica, consapevoli che il paese non sarà in grado di assorbire una crisi sanitaria di questo tipo.  Di fronte alle contraddizioni trasmesse dai media e alla discrepanza delle sensibilità politiche riguardo alle priorità collettive in un paese dove le disuguaglianze sono estreme, mi ritrovo inizialmente confinata per cinque giorni, che diventano in seguito quattordici. Come “straniera” sono messa in quarantena. Praticamente, non metterò mai piede all’università, se non per scoprire che gli uffici sono chiusi.


È venerdì 13 marzo. Durante questa prima fase di contenimento posso uscire, le norme igieniche e di sicurezza si stanno forgiando, mi muovo ancora liberamente. Frequento spazi aperti e luoghi pubblici, vado al ristorante. Nessuno indossa la maschera, fa caldo, gli abitanti di Florianopolis vanno in spiaggia. Nel frattempo, a Losanna, m’informano che le scuole hanno chiuso, che ci si prepara a lavorare da casa. Passo il week-end al mare, dimentico quasi questa pandemia, o almeno ci provo. 

Lunedì 16 marzo sono prese nuove disposizioni: i corsi all’università sono sospesi, così come seminari e riunioni. Il giorno dopo si chiudono scuole ed edifici, teatri e anche il comune. Restano aperte solo le attività commerciali. Nei supermercati ci si disinfetta le mani con l’alcol all’entrata, un personale addetto fa passare solo cinque clienti alla volta, gli altri attendono fuori in fila. La distanza sociale non è specificata in centimetri o metri, si dice di evitare il contatto: saluti senza baci e abbracci, senza “check” delle mani. Insomma, s’invita tutti a restare distanti e distaccati. Senza dubbio è questa nuova ingiunzione che provoca ansia in molti, che vivono questo distacco sociale come un isolamento psicologico, un abbandono a sé stessi, alla condizione individuale di vulnerabilità. Ognuno è solo davanti al virus, di fronte alla minaccia della malattia, di fronte ad una potenziale complicazione. Questa solitudine si concretizza nell’hashtag “fica em casa” – l’equivalente del “io resto a casa” italiano e del “restez chez vous” della Svizzera francese. 

Si sgretola il corpo sociale, si sgretola anche il corpo nazionale. In alcune parti del Brasile, si continua ad uscire, a lavorare : “è solo una piccola influenza” l’eco del capo del governo riecheggia, e nel frattempo la popolazione chiusa in casa volontariamente urla dalle finestre:  “Fora Bolsonaro”. I contagi aumentano, ho sempre sott’occhio la mappa elaborata dalla Johns Hopkins University, la guardo alternando il Brasile, la Svizzera e l’Italia. 

È giovedì 19 marzo. A fine giornata, il prefetto di Florianopolis fa chiudere le spiagge. Ci ero andata quella mattina, camminare mi aveva permesso di evacuare l’ansia che si era fatta spazio durante la notte. Svegliandomi avevo chiamato il Dipartimento degli affari esteri (DFAE), sul loro sito invitavano i cittadini e residenti svizzeri a rientrare rapidamente, le frontiere sarebbero state chiuse a breve. Parlo con un funzionario al telefono, avendo previsto un soggiorno di sei mesi, chiedo quanto dureranno queste misure. Incertezza. Mi spavento, raramente un funzionario svizzero risponde con tono fermo: “È un’emergenza planetaria, nessuno sa quanto durerà”. In effetti, è evidente. Ma io questa emergenza l’avevo scomposta in luoghi geografici, confini e statistiche, in mappe virtuali dei contagi e dei miei spostamenti: la mia esperienza non era unificata. Dal Brasile mi sentivo lontana dal Covid-19 e partendo non immaginavo che l’epidemia avrebbe preso queste dimensioni. 

Chiamo mio padre, le migliaia di chilometri di distanza si azzerano, la sua voce chiara e vicina mi aggiorna sulla situazione italiana. Non si esce più di casa, non per paura solamente, ma perché è proibito. L’esercito è mobilizzato, le pattuglie di polizia controllano per strada i movimenti dei singoli, si assegnano sanzioni a coloro che si spostano senza una valida certificazione: approvvigionamento, assistenza a persone malate, visita medica, attività professionale. Mio padre, pensionato e da poco vedovo, rientra in una sola di queste: si sposta mosso dalla necessità di mangiare. Fare la spesa gli permette di uscire. Si mette mascherina, guanti e disinfettante: esagera- penso, ma non è così. Qui in Brasile, i numeri dei contagi sono ancora bassi, in Italia crescono strepitosamente, centinaia di morti al giorno. Queste cifre fanno rabbrividire il Brasile. A Florianopolis le persone cominciano a fare rifornimenti, gli scaffali vuoti nei video virali bastano a riattivare il ricordo dello sciopero dei camion trasportatori avvenuto nel 2018 che aveva lasciato per settimane i supermercati brasiliani vuoti. 

Venerdì 20 marzo, mattina. Per la prima volta mi alzo nel silenzio. Non ci sono macchine, non c’è nessuno fuori. Si sentono gli uccelli cinguettare, è il Bem-te-vi – m’informa la mia coinquilina, una specie locale. Chiamo Losanna, mi chiedo che cosa devo fare: qual è questa “giusta distanza” che devo adottare: è quella nei confronti dei miei progetti accademici, quella nei confronti dei miei obblighi famigliari, quella che mi separa dai miei cari, quella che mi protegge dal rischio di restare in un paese la cui precarietà sanitaria è denunciata? In Italia tutti continuano a restare a casa, in Svizzera si può uscire mantenendo una distanza sociale di due metri l’uno dall’altro. In Brasile ci si prepara per un contenimento radicale.

Le frontiere svizzere chiudono il 23 marzo, m’informano. Un ultimo volo è messo a disposizione da Sao Paulo a Zurigo, per quella data. Allora decido: è tempo di rientrare. Prendo distanza da questo luogo nuovo, promettente, dove mi ero preparata a restare per mesi. Rimetto il mio entusiasmo in valigia, e come tutti mi ritiro anch’io, per chiudermi in casa. Parlerò al telefono e in video-chiamata, vivrò questo contenimento nazionale che nazionalizza il diritto alla salute (ogni Stato cura i propri malati). La distanza è grande tra i vari Paesi e le varie esperienze, ma raramente siamo stati tanto connessi gli uni agli altri.  

Losanna, Svizzera, 14 aprile 2020
Michela Villani
Université de Fribourg - Université fédéral de Santa Catarina

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Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.