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Bergamo, la sottrazione del rito [STUDENTS' CORNER]

La città di Bergamo, in questo momento, sta cercando di resistere ad un fenomeno diventato così rapidamente fuori misura, da avere sfondato il muro della carne e intaccato la sfera della cultura. 
I resoconti delle persone che stanno sperimentando in prima persona gli effetti più gravi dell’epidemia non restituiscono, tanto e soltanto, la sofferenza per la morte delle persone a loro vicine, quanto la straziante sottrazione del rito. 

I racconti degli ultimi giorni si soffermano sulla subìta impossibilità di rivolgere ai propri cari l’ultimo saluto negli istanti che precedono la loro morte, sulla impossibilità di vedere il defunto (del quale accade che si apprenda la notizia della morte anche dopo 24 ore e che si apprenda contestualmente del suo avvenuto trasferimento per la cremazione in luoghi estranei, altre città di Italia, Padova, Modena et cetera), sulla impossibilità di scegliere gli abiti per la sua vestizione, sulla impossibilità di scegliere una bara dove riporlo per la fase “eterna” (da qualche tempo la carenza di bare impone il ricorso a sacchi), sulla impossibilità per i singoli e per la comunità di realizzare in modo collettivo il rito del funerale.


La città appare così gravemente incisa non solo nella carne, in termini di morte fisica di numerosi membri della comunità, ma anche nella cultura. Accanto all’esperienza della perdita di persone care, stanno emergendo in modo rilevante altri due strappi laceranti.

L’impatto sull’orizzonte dell’identità, innanzitutto. La persistenza e violenza dell’epidemia in paesi piccoli, come quelli più colpiti della provincia bergamasca, hanno causato in pochissimi giorni la morte di tantissimi membri della comunità a tutti noti. Nei racconti ci si sofferma sui “ruoli” dei perduti nell’orizzonte del borgo: “non ci sono più l’ostetrica… il medico di base… il fruttivendolo… il parroco… il signore che stava ogni mattina seduto al bar in piazza…”.

Con anomala rapidità e con una simultaneità estranea al fisiologico ritmo della morte, sono spariti numerosi punti di riferimento della scenografia del borgo, improvvisamente apparsi per l’ultima volta sui necrologi del giornale locale. L’identità del borgo espressa nella sua morfologia umana è irreversibilmente mutata.
Quando l’emergenza sanitaria sarà cessata e la comunità riprenderà possesso della vita nella sua dimensione pubblica, tornando ad occupare strade e piazze di questi piccoli paesi, queste comunità dovranno rinegoziare il ritratto di sé, dopo la frattura identitaria, mettendo in atto strategie per una nuova poiesi del gruppo.

Sotto altro profilo, genti nell’identità delle quali la laboriosità occupa una posizione centrale, comunicano il doloroso smarrimento di fronte all’assottigliarsi del margine di azione di efficace contrasto al problema sempre più invadente e invalidante, di fronte all’impossibilità di garantire la migliore efficienza a cui si è abituati (soprattutto nei racconti del personale ospedaliero).
Il secondo strappo, sopra accennato, è il più drammatico.

I singoli e la comunità stanno sperimentando lo scandalo della morte senza l’apparato rituale che da tempo risalente ne costituisce strategia di gestione.

I singoli sono privati dei loro cari senza poterli “accompagnare”, nessun saluto prima e dopo la morte, nessuna cura del cadavere e decorosa sistemazione della sua “esistenza” post mortem. La comunità è falcidiata di numerosi membri senza potere mettere in scena il dramma collettivo del rito funebre, nel quale inter alia condividere il dolore della perdita, condividere la memoria della vita del defunto e dei significati che questa ha in modo diverso prodotto nell’orizzonte del suo gruppo.

Probabilmente anche sotto questo profilo, una volta cessata l’emergenza, si proverà a porre rimedio, con esequie future ed altre forme di ritualità individuale e collettiva, privata e pubblica. Per ora dai racconti di chi è coinvolto, questa menomazione della sfera culturale, oltre a quella fisica, appare particolarmente lacerante. Può darsi che sia per questa ragione che a Bergamo non sembra avere preso particolarmente piede il nuovo rito delle canzoni sui balconi: di fronte all’irrompere del morbo anche sui simboli, la città è ammutolita.  

Milano, 24 marzo 2020
Valentina Tiengo
Studentessa del Corso di Laurea in Scienze Antropologiche ed Etnologiche
Università di Milano Bicocca

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