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Etnografie dell’isolamento e del nostro futuro incerto. Fase 2: Superare l’inquietudine, la rabbia, lo spaesamento tra sociale e virtuale [STUDENTS' CORNER]

Pubblichiamo la TERZA E ULTIMA PARTE del lavoro collettivo prodotto da parte delle studentesse e degli studenti nel corso del Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale dell'Università di Torino, con l’accompagnamento di Simona Taliani.


"I social hanno mostrato canti, balli, striscioni che hanno animato i balconi di tutti gli italiani, da nord a sud, per non parlare di motti quali ‘ce la faremo’, ‘andrà tutto bene’ e ‘torneremo!’. Ecco queste pratiche hanno mostrato una certa solidarietà tra le persone. [Ma] veramente questa quarantena ci spinge ad essere persone migliori? O sarà come un ‘Natale’ quando siamo tutti più ‘buoni’ per un solo giorno? Il confine [tra prima e dopo] si mostra molto labile e poroso" (Ersilia Bernardone, Diario di campo).

Il “campo” è un’esperienza poliedrica e complessa, che deve essere nutrita incessantemente da una certa “curiosità etnografica” (così la chiamano John Borneman, Abdellah Hammoudi nel loro Being There: The Fieldwork Encounter and the Making of Truth). Nel tentativo di afferrare una certa rappresentazione della realtà - o detto altrimenti: nel tentativo di contribuire a produrla insieme ai nostri interlocutori privilegiati - ricercatori e ricercatrici hanno dovuto affrontare le sfide di camuffamenti, doppi ruoli e posizionamenti tutt’altro che lineari. Qualcuno tra noi ha colto l’occasione di continuare la ricerca negli spazi esterni e pubblici, approfittando dunque di un altro ruolo. Come dicevamo, accadeva anche prima che il “campo” fosse un terreno di posizionamenti molteplici e da negoziare, di volta in volta, con i propri informatori o informatrici. Fare ricerca ai tempi del COVID-19 significa sfruttare le occasioni che abbiamo di poter rivestire un duplice ruolo. Per farlo bisogna attrezzarsi con tutte le protesi medicalizzanti che vengono prescritte perché ritenute protettive (mascherine e guanti), immergendosi in una realtà che ci vede protagonisti di una relazione estetica simmetrica. E mentre siamo lì per fare altro (lavorare o prestare volontariato), osserviamo le dinamiche, captiamo discorsi, interveniamo nello scambio...

Una prima riflessione sul futuro della ricerca - appena si capirà meglio quali possibilità avremo di muoverci perché senza mobilità il campo come abbiamo visto si fa fin troppo intimo - ha a che vedere con l’uso di strumenti distanzianti perché (appunto) protettivi, che finiscono inevitabilmente per medicalizzare anche la relazione etnografica (oltre al nostro spazio quotidiano). La mascherina, in particolar modo, risultava a principio essere una cosa impensabile perché limitante nell’esercizio dell’espressione facciale, di una certa mimica in grado di facilitare il riconoscimento e la relazione di prossimità e fiducia. Massimo Leone, Professore dell’Università di Torino, racconta così in un’intervista a UniTo News, come la mascherina cambia e forse cambierà le nostre interazioni sociali.

"Cambiano i volti anche nello spazio pubblico perché compare la mascherina. La mascherina è un oggetto al quale il mondo occidentale non è abituato, lo considerava come un oggetto tale da apparire soltanto in alcuni scenari molto specifici […] Adesso invece queste mascherine dilagano e portano con sé una connotazione di una medicalizzazione dello spazio pubblico. Ci sono altre società invece in cui ciò non avviene. Le culture dell'estremo oriente sono più abituate alle mascherine".

Ciò che il semiologo definisce “medicalizzazione dello spazio urbano” coglie appieno, secondo noi, quanto detto: lo spazio di interazione e di scambio sociale diventa strettamente connesso alla dimensione medica riducendo così i confini tra sano e malato, impedendo la costruzione di un’idea di untore che potrebbe colpire il ricercatore stesso (Lorenzo Maida) [1]. La riflessione su questi temi da parte di gruppi di ricerca antropologica che hanno lavorato su altre epidemie ci sembrano preziose (cfr. http://www.ebola-anthropology.net/) e da stimolo per immaginare la funzione sociale della ricerca. Come continuare a fare campo può contribuire a seguire la lezione antropologica, di testimoniare e apprendere (“testimone” e “allievo” sono le parole usate da Claude Lévi-Strauss in Razza e Storia) dai propri interlocutori?

Potrà sembrare improprio quest’altro parallelismo, ma proviamo a suggerirlo. Fare ricerca dietro una mascherina - che sta sempre più diventando “oggetto” dai significati sociali molteplici (medico-sanitari, estetici, morali) - ci ricorda altre sfide metodologiche di ricercatrici che hanno condotto le loro ricerche etnografiche “sotto il burka” o dietro altri veli. Fariba Adelkhah, antropologa franco-iraniana prigioniera politica dal 5 Giugno 2019 nel carcere di Evin a Teheran, è una di quelle ricercatrici che hanno reinventato il campo in zone a rischio, ad alto rischio, dove difficilmente ci si inoltrava per fare ricerca a viso scoperto [2].

Chi tra noi ha tentato una ricerca “sotto copertura” ha potuto toccare con mano le prime difficoltà e i nodi del doppio ruolo, senza che questo ovviamente sia comparabile ai campi sopra evocati. Proviamo a fare questo esempio:

"Qualche giorno fa ho constatato che cosa significa essere una lavoratrice ai tempi del COVID-19, ma non solo: ho constatato anche cosa può significare essere una ricercatrice sul campo, con tutti i dubbi e le “complicazioni” che ciò può comportare. Non è stata una cosa voluta in realtà. Diciamo piuttosto che ho colto l’occasione al volo.
Non sono andata molto lontano, serviva un aiuto nell’azienda di famiglia vista la provvisoria carenza di personale. In caso qualcuno si chiedesse perché l’azienda non è stata chiusa, la risposta è perché si tratta di un’azienda alimentare, quindi fornitrice di beni di prima necessità. È un’azienda piccola, con circa una trentina di dipendenti in tutto (gli stessi da sempre), le protezioni sono garantite e le distanze di sicurezza anche. Alcuni lavorano da casa, altri sono indispensabili per mandare avanti la produzione, a meno che non stiano male o mettano in pericolo la salute degli altri dipendenti.
Ad ogni modo, ho messo guanti, camice e una specie di elmetto con plexiglas come protezione per il viso. Inutile dire che, in quel contesto, non ho potuto che essere una “mosca sul muro” bianco. La mia presenza ha inevitabilmente modificato i comportamenti delle persone che avevo intorno …
La fabbrica si apre con il magazzino nel quale sono situati tutti bancali di vasetti e le celle frigorifere. Una volta attraversato tutto il magazzino, si arriva all’entrata della parte della fabbrica dedicata alla produzione vera e propria.
È proprio alla destra di questa entrata che si trova l’oggetto più importante per la mia ricerca, quello dal quale tutto è iniziato: la macchinetta del caffè. Luogo di ritrovo e di relax, la macchinetta del caffè – anche se data sempre per scontata – è un mezzo per potersi lasciar andare, per poter tornare ad essere ciascuno sé stesso, con il suo viaggio, i suoi problemi e le sue quotidiane preoccupazioni. Una cella frigorifera si trova in una stanza proprio vicino alla macchinetta del caffè.
Ho controllato che la temperatura della cella rientrasse nei parametri della tabella e mi sono avviata verso l’uscita, quando ho sentito delle voci. Erano tre donne, le conosco da sempre e mi conoscono da sempre. Borbottavano infastidite e stavano parlando del loro datore di lavoro, cioè di mia mamma. 
Nascosta dietro la porta della stanza della cella frigorifera, ho cercato di fare meno rumore possibile per non farmi scoprire e per riuscire ad ascoltare chiaramente i loro discorsi. Mi sono sentita invadente, come se stessi violando la loro privacy.
Mi sono interrogata su quanto valesse la pena ascoltare gli sfoghi degli altri solo perché riguardanti mia mamma; con lei non mi sarei mai potuta confidare, le avrei messe nei guai… e poi io lì non ci sarei nemmeno dovuta essere, o almeno non per ascoltare i loro discorsi, carpire le loro preoccupazioni lavorative.
“Non capisco ancora perché non chiudiamo”, diceva una.
“Siamo un bene di prima necessità, più che altro non capisco perché è tornata sua figlia a lavorare qua, potremmo non essere al sicuro, non sappiamo dove sia stata lei e con chi abbia avuto contatti”, replicava una seconda.
Al sentire queste parole sono uscita dalla stanza della cella frigorifera come se nulla fosse. Le tre donne hanno fatto come se nulla fosse: “Martina! È un piacere riaverti qui con noi… come stai? Come procedono gli studi?”, dicevano quasi in coro… un coro al quale sono da sempre abituata.
Per tutti gli operai dell’azienda sono la “figlia del capo”: potrei definirla un’arma a doppio taglio? Vantaggio o svantaggio? Si lascerebbero andare oppure no? Sarei riuscita a scoprire ciò che davvero pensavano riguardo a questa situazione?" (Martina Anfosso, Diario di campo).

Per continuare il lavoro di documentazione, si scelgono strade insolite, inedite, innovative. Musei internazionali importanti hanno avviato un processo di raccolta di informazioni simile al processo implicato nell’“osservazione partecipante”.

"In tutto il mondo, l’emergenza scatenata dalla pandemia di coronavirus ha messo in stato di massima allerta i medici e gli operatori sanitari, ma ha dato da fare anche a un manipolo di studiosi e di curatori dei musei di tutta Europa, incaricati di seguire in tempo reale gli eventi e le conseguenze della crisi. Molti di loro non sanno né come né quando sarà impiegato il frutto del loro lavoro, ma credono che in futuro quelle informazioni interesseranno ai musei – e ai loro visitatori. Il fenomeno non riguarda solo la Finlandia: anche musei danesi, sloveni e svizzeri, fra gli altri, si stanno adoperando per documentare l’emergenza coronavirus sotto aspetti diversi: c’è chi chiede ai concittadini di tenere un diario della loro vita quotidiana in isolamento, e chi raccoglie oggetti capaci di rappresentare questo momento storico. [...] [L]a raccolta di oggetti legati alla pandemia richiede di stare al passo con i suoi sviluppi. Prima che fosse imposto l’isolamento, per due settimane gli studiosi finlandesi hanno intervistato i cittadini su vari argomenti, dalle conseguenze della crisi sul settore della ristorazione alla chiusura del porto di Helsinki. Ma l’evolvere della situazione li ha costretti ad adattare le loro tecniche. Adesso svolgono le interviste al telefono o su Skype, e stanno valutando l’opportunità di chiedere agli intervistati di “autodocumentarsi” inviando foto e video realizzati da loro stessi. Quando cominceranno a documentare la chiusura delle frontiere della regione di Uusimaa, gli studiosi osserveranno la situazione dai posti di blocco e intervisteranno gli agenti tornando alle tecniche tradizionali, che comportano la presenza fisica sul posto, ma con le modifiche imposte dalle circostanze. “Ci saranno due fotografi e io farò le interviste”, ha spiegato Ollila. “Dovremo solo assicurarci di stare a due metri l’uno dall’altro” (Lisa Abend, New York Times) [3].

Quanto sta avvenendo è dunque un massiccio spostamento di ogni relazione a distanza tramite i mezzi di comunicazione digitale (Whatsapp, Zoom, Skype, Teams…). Una nostra collega ha per esempio raccolto elementi utili per comprendere le mutazioni nella sfera privata e intima del religioso: anche i fedeli stanno adottando strumenti sempre più virtuali per restare vicini agli altri fedeli, per tentare di restare in contatto nella spiritualità. Dal Diario di campo di Souha Benhlima emerge bene quale sia l’orizzonte entro cui si muove questo nuovo apostolato:

"Ho contattato Suor Carmen con cui avevo partecipato ad una formazione per una settimana nel contesto religioso del Famulato Cristiano a Torino.
“Dal punto di vista dell’apostolato certo ci sono venute meno tutte le attività con la gente”, mi dice. Il loro servizio ha a che vedere con il ricevimento delle colf/badanti e dei datori di lavoro e prima dell’emergenza copriva tre giorni alla settimana. Il servizio ora è stato ridotto solo per via telefonica. I corsi di formazione per colf e badanti anche sono stati sospesi, così come i corsi di cucina, i gruppi di canto, i corsi di italiano, le attività liturgiche e le attività pastorali con i giovani universitari e la pastorale vocazionale. Si è intensificato il lavoro con il web e la presenza e vicinanza con le persone attraverso i social, specialmente WhatsApp" (Souha Benhlima, Diario di campo).

Messe telematiche, scrive anche la nostra collega Stefania Baronetto, che ricorda i più fortunati tra i parenti che hanno potuto accompagnare almeno a distanza i loro cari ormai defunti. Il dramma per gli altri è stato il silenzio assordante intorno a queste morti invisibili.

D’altra parte, la stessa Associazione americana di antropologia (AAA) aggiorna il suo sito regolarmente con indicazioni su “campi” da condurre in modo sempre più digitale [4]. Ci dovremmo dunque familiarizzare con questo nuovo modo di fare ricerca per rappresentare una realtà sociale che, riducendo la mobilità, vede paradossalmente sempre più simili nei loro posizionamenti ricercatori e informatori (il ricercatore o la ricercatrice erano, fino solo a qualche mese fa, coloro che dal “campo” tornavano quando il progetto era terminato o semplicemente dovevano continuare altre attività altrove). Forse potrà essere l’avvio di una nuova stagione dell’antropologia “a casa” (anthropology at home) per comprendere meglio se stessi e gli Altri.


[1] Il confronto che viene fatto dallo studioso tra paesi asiatici e paesi europei mette in luce come la mascherina possa entrare a far parte dell’abito quotidiano e quindi possa diventare al tempo stesso un accessorio che contribuisca a costruire un nuovo linguaggio modaiolo europeo, che coniughi la parte più estetica e quella funzionale. A tal proposito Massimo Leone afferma nell’intervista sopra citata: “c’è una diversa idea dell'individuo rispetto alla comunità: in molti di questi Paesi si indossa la mascherina per proteggersi dagli altri, ma anche per proteggere gli altri. La mascherina è diventata quindi così presente che si è trasformata in un’abitudine, in un oggetto di moda”.
[2] Fariba Adelkhah ne fa esplicito riferimento qui.


Torino, 19 giugno 2020
Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale, Università di Torino
Anna Airoldi, Martina Anfosso, Stefania Baronetto, Mariangela Jessica Bellardita, Souha Benhlima, Ersilia Bernardone, Maria Agnese Capellupo, Giulia Cattaneo, Irene Chiambretto, Maria Fresta, Lara Gino, Alice Rampado, Lorenzo Maida, Margherita Peluso, Mia Tessarolo con l’accompagnamento di Simona Taliani.

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Etnografie dell’isolamento e del nostro futuro incerto. Fase 1: Superare l’inquietudine, la rabbia, lo spaesamento dell'estraneo e del troppo intimo [STUDENTS' CORNER]

Pubblichiamo la SECONDA PARTE del lavoro collettivo prodotto da parte delle studentesse e degli studenti nel corso del Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale dell'Università di Torino, con l’accompagnamento di Simona Taliani.


“Premetto che questo esercizio in principio mi ha un poco inquietato” (Maria Fresta, Diario di campo).

“Il mio metodo di ricerca durante questo mese di quarantena è cambiato drasticamente con lo scorrere delle settimane e dei decreti. Se infatti nelle prime settimane (anche all’inizio del lockdown) mi sentivo tranquilla nell’andare al supermercato e, pur mantenendo le distanze di sicurezza, sentirmi in contatto con le persone che mi circondavano, piano piano anche il mio stato di inquietudine ha iniziato ad acquistare nuovo peso. La percezione della diffidenza e della paura espresse dalle persone attorno a me (e probabilmente anche da me stessa) sono aumentate sempre più con lo scorrere delle settimane” (Mia Tessarolo, Diario di campo).

La paura per qualcuno di noi si è spostata dallo spazio esterno a quello intimo, domestico, familiare. Drasticamente familiare.

"Purtroppo, poi c’è stata una situazione di emergenza in famiglia che ha di nuovo portato cambiamenti alla mia ricerca. Mia nonna è stata male ed è stata operata d’urgenza, e questo ovviamente ha portato ansia e tensioni in famiglia. Mia nonna è stata operata a Vercelli in un ospedale in cui non c’è un reparto COVID, quindi non eravamo troppo preoccupati per quello, ma più che altro non potendo andare a trovarla, era difficile starle vicino, e lei ha sofferto particolarmente questa situazione. L’intervento è andato bene ed è tornata a casa, ma questa esperienza mi ha influenzata molto e non ho più portato avanti la mia ricerca. Questo mi ha fatto ragionare su quanto è facile che il lavoro sul campo venga stravolto dalla propria esperienza personale" (Maria Agnese Capellupo, Diario di campo).

Altre nonne hanno fatto irruzione sui nostri rispettivi “campi”.

"Mi sono rimaste solo le mie nonne. I miei nonni sono morti a distanza di dieci anni l’uno dall’altro. L’ultimo l’ho perso nel mese di dicembre. Probabilmente è vero che le donne sono più forti degli uomini; anche il Coronavirus sembra colpire meno il gentil sesso.
Nonna Maria abita a nemmeno un chilometro da casa mia. A piedi sono 7 minuti se cammini velocemente. Nonna è più verso i novanta che verso gli ottant’anni ormai. Ieri si è commossa mentre mi parlava di un dottore del bresciano afflitto dalla situazione emergenziale ormai insopportabile. La nonna si tiene a distanza, ma non troppa. Non ci dà baci. Non ci abbraccia e non ci accarezza. La andiamo a trovare uno per volta, uno ogni sera, a turno. Io, papà, Sofia, zia. Suoniamo il campanello verso le sei di sera, una bella partita a carte, si cucina e poi, dopo il lavaggio dei piatti, si torna a casa.
Entrambe le mie nonne vogliono vivere. Lo dicono chiaramente, che non si vogliono ammalare. Se nonna Luigina ha deciso che l’orto è un toccasana per l’umore, che deve essere mantenuto rigorosamente alto per non indebolire le difese immunitarie, nonna Maria è invece convinta che l’abbandonare qualsiasi tipo di lavoro domestico possa tutelarla dal farsi male, finire in ospedale ed ammalarsi. La differenza dei loro atteggiamenti sta proprio, a mio parere, nei dieci anni d’età che le separano. L’una rimane indipendente, l’altra è bisognosa di compagnia ed assistenza continua. Entrambe sono combattive. Entrambe accusano il mondo di oggi che, permettendo scambi di persone e di merci così rapidi, ha dato possibilità al coronavirus di diffondersi in fretta. La classica sentenza “ai miei tempi non sarebbe successo” sembra avere validità universale.
Mamma è andata a trovare nonna Luigina, per portarle il pane. È andata una volta a settimana. La prima settimana la nonna l’ha trovata ad aspettarla al cancello, le altre due volte però la nonna è rimasta a salutarla dal balcone, che non si sa mai. Lei è preoccupata. Beve bevande calde perché è convinta che il caldo possa uccidere il virus. Ora che non ha più da andare al cimitero dai suoi morti (questo è il suo più grande cruccio) e che non deve più andare a recuperare qualcuno dei suoi sei nipoti a destra e a manca, passa tutto il suo tempo nell’orto. Lei è autosufficiente, dice. Da quando è iniziata la quarantena non ha ancora incaricato nessuno di farle la spesa. Dice che fa scorte da anni. Che le sue galline le danno le uova. Che al limite avrà bisogno di becchime per loro, ma non nell’immediato.
[…] Era gennaio quando abbiamo iniziato a parlare di Coronavirus. Eravamo da lei, guardavamo quel programma di politica sul 4. Io ero spaventata, forse la più spaventata di tutti. Nonna mi diceva di non preoccuparmi, che le frontiere sarebbero state chiuse, che non avremmo avuto problemi. L’emergenza non era la nostra. Intanto sui social già giravano video apocalittici diffusi solo per aumentare il panico. Ne abbiamo guardato uno tutti insieme quella sera, con la nonna, mia sorella ed i miei cugini. Sono andata a letto pensando e ripensando a cosa sarebbe capitato, sovrastata da un nemico invisibile che mi metteva sotto pressione. La nonna mi ha rassicurata perché la televisione passava questo messaggio qui: non c’è nulla di cui preoccuparsi, non è la nostra battaglia. Di lì a poco i due turisti cinesi sarebbero stati ricoverati a Roma. Non c’è nulla di cui preoccuparsi, mi diceva, perché noi qui in Italia non moriremo. Abbiamo un sistema sanitario eccellente che riuscirà a salvare loro e tutti quanti noi. Ora sono io che rassicuro lei, che la tranquillizzo dicendole che nessuno in Italia patirà la fame, che ne usciremo più forti, che presto ci riabbracceremo e sarà ancora più bello; tutto questo mentre alla televisione si prega in diretta, si discute su quali misure il governo dovrà prendere e su quelle che sono già state prese, si dibatte in merito alla possibilità di far fare due passi ai bambini. Mia nonna, come molte anziane ed anziani della sua età, ha solo la televisione a cui affidarsi. Non ha un telefono cellulare collegato ad internet, non ha la possibilità di uscire di casa e comprarsi un giornale. Benché la varietà di canali e programmi rimanga vasta, lo schermo della sua tv, che domina la sala da pranzo, è il suo unico contatto con il mondo ed è il medium tramite il quale lei interpreta il mondo esterno. La confusione che adesso domina il palinsesto televisivo sta aumentando la sua ansia da reclusione forzata" (Irene Chiambretto, Diario di campo).

L’11 marzo una nostra collega ha avuto una febbre improvvisa ed ha chiamato la guardia medica. Scriveva in una email:

"Negli ultimi dieci giorni mi sono trovata ad avere un'improvvisa febbre, molto alta con picchi di 40 gradi, e questa mattina sono riuscita a scrivere tutto l'accaduto sotto vari punti di vista; pensavo potesse essere interessante riportare la mia esperienza con il sistema sanitario durante l'emergenza coronavirus, come ha risposto alla mia (più che altro quella dei miei genitori) richiesta di aiuto. Quello che è successo è stato illuminante, sotto il punto di vista della ricerca: il panico/rabbia del mio medico di famiglia, la guardia medica irreperibile e il numero regionale che non sapeva come classificare questa febbre improvvisa. Non so se può essere d'aiuto nel nostro piccolo progetto, se può essere uno spunto di riflessione o se può essere inserito come un altro punto di vista della ricerca, quello di chi si ritrova con dei sintomi e deve affrontare l'incertezza e comunicare con il sistema sanitario al collasso per la mancanza di posti negli ospedali, tamponi, informazioni, ecc."

Così con più calma scriveva della sua esperienza:

"Mercoledì mattina ho cominciato ad avere un gran mal di testa, ma la comparsa della febbre è avvenuta in serata, 39°C. Credevo si trattasse di stanchezza, ma la febbre non scendeva né assumendo paracetamolo né con le spugnature. La mattina di giovedì alle 6.40 ho perso i sensi, vedevo nero e non riuscivo a sentire nulla così mia madre presa dal panico ha cercato di contattare la guardia medica, che non ha risposto neanche ad una singola chiamata; dopo uno squillo si interrompeva la chiamata. […] Il mio medico non ha risposto alle chiamate, quindi abbiamo telefonato al numero verde regionale, ho risposto ad alcune domande e mi è stato detto che si trattava probabilmente di un’influenza intestinale, anche se non ne presentavo i sintomi – e che era l’ipotesi più plausibile – quindi, per precauzione prendevano i miei dati in caso avessi richiamato con sintomi diversi dall’influenza. Siamo riusciti a contattare il mio medico alle 10 del mattino, che arrabbiata con noi ha urlato al telefono a mio padre di non telefonare per una febbre perché – cito – “Siete tutti nel panico! La dovete smettere! Si prenda la tachipirina e una bustina di Oki dopo i pasti per l’infiammazione”, senza alcuna spiegazione. Non ha fatto domande, non ha chiesto informazioni, ha interrotto mio padre mentre spiegava le mie condizioni e ha riattaccato il telefono. Io non avevo mal di gola, né problemi di stomaco, intestino, o tosse. Non sono riuscita a capire l’origine della febbre, ma ho potuto constatare come (non) funzioni il sistema sanitario in questa emergenza. La guardia medica dovrebbe essere disponibile dalle 20 alle 8 e invece non c’era. Il medico ha prescritto un farmaco senza neanche considerare la mia cartella in cui ci sono le allergie alla maggior parte delle medicine, senza ascoltare minimamente ciò che i miei genitori cercavano di spiegare, senza fornirci assistenza, senza contare il fatto che si è resa disponibile alle 10 del mattino. Per fortuna il numero verde regionale ha saputo aiutarci, anche se l’operatrice non ha capito come mai avessi la febbre così alta senza presentare altri sintomi. Paura, rabbia, delusione. Questo è quello che stiamo vivendo, di fatto siamo stati abbandonati dal sistema sanitario, e ci sentiamo persi" (Jessica Bellardita, Diario di campo).

Una collega del Laboratorio – che conduce un’esperienza parallela (dalla parte di chi risponde alle telefonate) – così accompagna le parole di Jessica:

"Già ad inizio marzo [1], ancora prima che il governo varasse misure restrittive su scala nazionale, i tempi di attesa al numero verde di pubblica utilità si aggiravano attorno ai venti minuti per poter parlare con un primo operatore. Se le domande poste richiedevano una competenza maggiore da parte dell’operatore [che prendeva la chiamata], si veniva rimandati ad un operatore di “secondo livello”, con un’attesa di altri quaranta minuti circa. Nel momento in cui poi si cerca di indagare questioni spinose come tempi di incubazione o assenza di sintomi, la risposta che si riceve è che “gli studi scientifici attualmente disponibili non indicano un’alta probabilità di trasmissione da parte di persone asintomatiche”.
L’enorme instabilità della situazione è resa manifesta anche dal diverso numero di pareri, protocolli, comportamenti da seguire e figure da consultare. Una chiamata al numero verde può dover essere seguita da una chiamata al proprio medico di base o al Dipartimento di igiene e prevenzione della propria provincia, e in ognuno di questi casi si può trovare un parere medico leggermente differente.
In questo contesto di forte incertezza e “non conoscenza”, la figura del malato asintomatico o con sintomi lievi desta non poche preoccupazioni. In questa categoria, infatti, rientrano tutti quei soggetti che risultano positivi al Coronavirus senza presentare alcun sintomo, o presentando sintomi tanto lievi da poter essere confusi con un’altra qualsiasi influenza stagionale [2]. Questi soggetti, pur avendo sintomi lievi o totalmente assenti, sono comunque in grado di diffondere il virus a causa della carica virale che trasportano. Attraverso la nostra prospettiva di analisi, dunque, questi soggetti potrebbero essere visti come “untori” che non possono riconoscersi e non possono essere riconosciuti da terzi. L’impossibilità di distinguere l’untore attraverso sintomi, comportamenti, caratteristiche specifiche o appartenenza ad un qualche gruppo sociale, crea uno scenario di incertezza e di mutabilità, in cui è difficile operare una distinzione tra i “sani” e gli “untori”, appunto. Da qui si innesca dunque un meccanismo di sfiducia nei confronti di tutti, dal momento che ognuno potrebbe essere un potenziale untore.
In un contesto in cui tutti dubitano di tutti e in cui il distanziamento sociale pare essere la sola indicazione incontrovertibile, due sono i comportamenti principali che si possono ravvisare, riassumibili nella definizione di un untore “agente” e di un untore “agito” (Giulia Cattaneo, Diario di campo).

Varia l’attenzione che prestiamo a quanto accade intorno a noi e dentro di noi, varia l’attenzione data all’esperienza vissuta come se col corpo sentissimo e capissimo la realtà che ci circonda. In un lavoro del 2010, Jason Throop [3] parlando del dolore e di come si possa farne una etnografia sottolineava l’importanza che per lui aveva avuto una indicazione teorico-metodologica di Thomas Csordas. I “modi di attenzione somatica” sono per i due antropologi delle elaborate modalità culturali con cui apprendiamo il mondo e la presenza degli altri, attraverso il corpo e il suo stare all’erta. Diciamo che i nostri corpi sono stati ben all’erta, dunque, sensibili e ‘svegli’ anche quando deboli, affannati, sudati, stanchi. 

"Terminiamo questa prima parte di riflessioni su cosa ha significato “fare campo” in questi due mesi con le riflessioni di due nostre colleghe, quasi all’opposto l’una dell’altra per le condizioni di vita che ci hanno visto protagonisti, a volte, nostro malgrado. Non si ha la possibilità di osservare qualcosa o qualcun* a noi sconosciuto" (Ersilia Bernardone, Diario di campo).

"Penso all’attaccamento fisico. Vivo in un Ashram e siamo in 25 a condividere la stessa cucina, stesso bagno e alcuni di noi anche stessa stanza. Qui in molti tossiscono, starnutiscono, viviamo tutti insieme ed io sto molto attenta ma è quasi inevitabile beccarlo [il virus]. Forse siamo tutti positivi, tutti siamo stati in contatto con il virus, non so se la pratica dello yoga, la meditazione, il pranayama, la preghiera, aiuta a mantenere vibrazioni positive della mente e a salvarci dalla malattia. Questa pratica è vero rafforza il sistema immunitario, ma anche è vero che voglio convincermi di questo e non indebolirmi. Oggi mi sono tagliata il dito e non smetteva di scorrere sangue. Avevo paura che la ferita fosse troppo profonda. No, no, sono anemica – mi dicevo – non posso perdere troppo sangue. Poi pensavo: No, i punti no. Devo andare in ospedale e poi mi metteranno in quarantena perché in contatto con altre persone. Poi ho pensato: mi metto i punti qui da sola, con ago e filo. Il dolore si fa più acuto e non penso più al corpo, ma solo al dolore. Riesco a sopportare a combattere il dolore e la mente si fa più forte e la mente resiste e dà forza al corpo, il coraggio… quando tutto finisce realizzo che la preoccupazione che c’è prima della malattia mi ha fatto agitare, ammalare. Dopo due ore, tutto era passato" (Margherita Peluso, Diario di campo).

Dopo qualche giorno, la nostra collega rimasta bloccata in Canada, continua così il suo Diario di campo:

"Mi domando se avessi preferito rimanere a casa con le persone a me più care e vicine. Forse dovevo essere qui a pregare per tutto il mondo. Mamma ma quando finirà? Ma quando posso tornare a casa? (Margherita Peluso, Diario di campo).

(continua)

[1] Riportiamo qui l’esperienza di Giulia Cattaneo, che ha avuto modo di operare presso i servizi preposti all’assistenza dei cittadini durante questa emergenza. Nello specifico qui si tratta di diverse consulenze telefoniche richieste nel corso delle prime due settimane di marzo.
[2] In merito alla questione si veda: Lawton G., (2020), Gli asintomatici che diffondono il virus senza saperlo
[3] J. Throop (2010), Suffering and Sentiment. Exploring the vicissitudes of experience and pain in Yap, University of California Press, Berkeley, Los Angeles and London.


Torino, 17 giugno 2020
Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale, Università di Torino
Anna Airoldi, Martina Anfosso, Stefania Baronetto, Mariangela Jessica Bellardita, Souha Benhlima, Ersilia Bernardone, Maria Agnese Capellupo, Giulia Cattaneo, Irene Chiambretto, Maria Fresta, Lara Gino, Alice Rampado, Lorenzo Maida, Margherita Peluso, Mia Tessarolo con l’accompagnamento di Simona Taliani.

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Etnografie dell’isolamento e del nostro futuro incerto. Domande intorno al “campo” e al cambiamento della ricerca in antropologia [STUDENTS' CORNER]

Pubblichiamo la PRIMA PARTE del lavoro collettivo prodotto da parte delle studentesse e degli studenti nel corso del Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale dell'Università di Torino, con l’accompagnamento di Simona Taliani.


Più che nel mezzo di un’emergenza sanitaria sembra di essere al centro di un campo di battaglia in piena guerra, a partire dal lessico usato da decisori politici, giornalisti, opinionisti, tecnici ed esperti. Eppure non sono pochi gli autori e le autrici che mettono in guardia sull'utilizzo delle “retoriche di guerra” per parlare dell’attuale situazione di isolamento, in relazione all’evento pandemico (Ciccarelli, 2020) [1]. Più recentemente torna con piglio critico sul tema Raoul Kirchmayr, in un suo bell'intervento su Antinomie [2]:

"[L]a metafora della guerra ritorna stolidamente, effetto di un inceppamento del linguaggio, zeppa simbolica di fronte a un trauma collettivo che riesce ad essere nominato – in realtà mancato – da parole e immagini inadeguate, ancora una volta deresponsabilizzanti. Come la guerra miete le sue vittime, così il virus soffoca, letteralmente, le esistenze. Ma né l’una né l’altro sono innominabili, né l’una né l’altro sono l’assolutamente eterogeneo rispetto a un mondo umano e storico di cui rappresentano variabili computabili, se non addirittura effetti di scelte. Lo vediamo già: i meccanismi sociali della rimozione sono al lavoro, il discorso della cultura, con il suo girare a vuoto attorno al trauma, invece che farsene carico e di tentare di simbolizzarlo, sta contribuendo per la sua parte ad alimentare un sentimento diffuso di angoscia e disorientamento. A un discorso di verità la cultura egemone preferisce, quasi per un automatismo interno, un discorso di riempimento. Infatti, le ideologie di recupero hanno sempre funzionato quali soluzioni ad hoc per le contraddizioni inerenti i sistemi socio-politici ed economici. Ma ora il virus è l’irrompere di un reale di morte nella trama smagliata delle nostre rappresentazioni. Per quell’analisi che ci è necessaria per poter pensare meglio e concretamente l’alternativa al capitalismo nella sua fase neoliberale, esso ci fornisce il reagente per comprendere il funzionamento tanatopolitico del paradigma. Mai come oggi un oggetto come una mascherina chirurgica o un ventilatore polmonare rivelano tutto il rimosso tanatopolitico del modello occidentale: la morte è una scelta calcolabile prima ancora di essere la condizione di finitezza dell’uomo. Nella cultura dell’occidente neoliberale questa si comprende a partire da quella, e non viceversa".

Per noi non è stato facile orientarsi in questo scenario spaesato e spaesante. Abbiamo dovuto iniziare a riflettere su una metodologia di ricerca, prima che avessimo esperienza di cosa fosse significato un tempo (in un passato molto prossimo da poter ancora ben ricordare) fare etnografia. Iniziamo da qui perché le notizie, le analisi, le riflessioni sono proliferate frammentarie [3], incerte, spesso smentite e poi di nuovo confermate: non è stato facile seguire il dibattito per noi che ci stiamo avvicinando ad un campo di sapere per apprenderne, almeno in parte, il metodo. Le strategie sono in perenne divenire, con l’ovvio fermento che il continuo adattamento alle situazioni in essere porta con sé: un grande spirito di solidarietà unito al peggior egoismo, la mutua assistenza morale, sanitaria, economica (che si riscontra a livello di gruppi di dimensioni ridotte) affiancata dallo sciacallaggio e arrivismo individuale e istituzionale (il rincaro di prezzi fino al 200% in alcuni esercizi commerciali poi denunciati dalle autorità stesse); e poi l’abbandono psicologico alla situazione di emergenza contrastato dalla forza d’animo che puntuale si presenta nei momenti difficili, specialmente se condivisi. Di cosa interessarsi? Con quali strumenti? Come iniziare una etnografia dell’isolamento, del distanziamento, della medicalizzazione della vita quotidiana?
Questo studio vuole essere innanzitutto un’osservazione etnografica delle persone, che fornendo esperienze e vissuti, contribuiscono a comporre alcune tra le più urgenti domande di ricerca ed a immaginare insieme il futuro della ricerca, avendo dovuto avviare queste prime e acerbe riflessioni proprio ora, proprio ai tempi del COVID-19. Ci spieghiamo meglio.
La ricerca etnografica come era stata inaugurata da Malinowski e perpetuata nei decenni successivi – e solo fino a qualche mese fa – si trova di fronte alla necessità di fare un passo indietro, di rivalutare una etnografia “da veranda” [4], alla quale il ricercatore è costretto dai decreti restrittivi emanati dagli organi statali per la prevenzione e gestione dell’emergenza epidemiologica da Coronavirus. Docenti e ricercatori di più lunga esperienza di noi lo sottolineano nei loro interventi più recenti. Così esordisce Fabio Dei nel suo contributo al dibattito effervescente che si sta sviluppando su blog, forum, siti online.

"Non parlerò di etnografia, che è difficile fare senza poter uscire di casa o tenendosi a un metro di distanza dagli altri. Ma documentazione, descrizione che cerchi di andare un po’ oltre ciò che i media possono offrire (che non è poco, beninteso)" [5].

Pur essendoci ben chiare le ragioni di questa posizione, siamo un gruppo di studentesse e studenti di Comunicazione interculturale dell’Università di Torino iscritti ad un Laboratorio di Etnografia che si sono ritrovati a dover pensare come fare ricerca quando era praticamente impossibile continuare a farla come la si era sempre pensata e praticata. Questo ci sembra un motivo sufficiente per tentare di andare laddove altri in questo momento dicono di non potersi spingere. Ne va del nostro futuro, delle nostre prime tesi, delle nostre aspirazioni per corsi di laurea magistrale, di un impegno che avevamo pensato di avere di qui a qualche anno … Ci spingono ovviamente passioni e interessi diversi, ma l’adesione al Laboratorio ci accomuna nel desiderio di incamminarci lungo il sentiero di una conoscenza che passa prima di tutto attraverso una esperienza, una relazione: la relazione etnografica.
Sebbene tra la fine del mese di febbraio e gli inizi di marzo 2020 – quando il Laboratorio stava iniziando – fosse ancora possibile svolgere ricerca etnografica al di fuori delle proprie case, entrando in contatto (seppur con le opportune limitazioni) con altri soggetti non appartenenti al proprio nucleo familiare ristretto e registrando pertanto la realtà circostante, con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) 9 marzo 2020, sono state estese all’intero paese forti misure restrittive che hanno imposto grandi limitazioni alla libertà di movimento dei cittadini. Da quel momento in poi, l’Italia ha visto un progressivo aumento delle restrizioni alla possibilità di spostarsi liberamente, restrizioni che hanno ovviamente influito anche sulle modalità di ricerca del presente lavoro. 

Pertanto, pur senza sottovalutare l’iniziale periodo di ricerca sul campo, questo lavoro è principalmente frutto della nostra esperienza personale, divenuta essa stessa oggetto di ricerca. Le conversazioni con amici e parenti, i discorsi dei vicini, i post sui social media sono diventati oggetto della nostra osservazione partecipante, pur con tutti i limiti di una etnografia “da veranda”, “da tavolino”, da terrazzo.

(continua)

[1] Ciccarelli, R. (2020), Siamo inun’economia di guerra
[3] È di primaria importanza il ruolo dell’informazione, tramite tra le istituzioni e i cittadini. «Giornalismo e scienza devono distinguere fonti legittime di informazione da voci di corridoio, mezze verità, propaganda. Un compito che, nel mezzo di una pandemia, può diventare arduo» scrive Torrisi (2020), Come il giornalismo dovrebbe affrontareepidemie e pandemie di malattie infettive
[4] E. Tauber, D. Zinn (2018), Back on the verandah and off again: Malinowski in South Tyrol and his ethnographic legacy, ANUAC, 7, 2: 9-25.


Torino, 16 giugno 2020
Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale, Università di Torino
Anna Airoldi, Martina Anfosso, Stefania Baronetto, Mariangela Jessica Bellardita, Souha Benhlima, Ersilia Bernardone, Maria Agnese Capellupo, Giulia Cattaneo, Irene Chiambretto, Maria Fresta, Lara Gino, Alice Rampado, Lorenzo Maida, Margherita Peluso, Mia Tessarolo con l’accompagnamento di Simona Taliani.

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Denaro e quarantena

Il lockdown ha stravolto la maggior parte delle nostre abitudini, anche quelle più intime, legate al rapporto con il tempo, lo spazio e il corpo. Alcune di queste pratiche sono parte di una routine così automatizzata e inconscia che non ci pensiamo neanche più. In quarantena, abbiamo guardato gli oggetti quotidiani con occhi nuovi, è certo. Lo hanno detto in tanti, sotto tantissimi punti di vista. Le relazioni umane e le pratiche della vita quotidiana sono cambiate, schermi dove prima c’erano occhi, guanti e mascherine a coprirci e proteggerci. Anche gli ambienti in cui trascorriamo il tempo si sono ridotti drasticamente. Stefano Mancuso ha fatto notare come questa esperienza ci avvicini alla comprensione della vita delle piante, che si muovono senza potersi spostare, sono attentissime alle risorse disponibili nelle immediate vicinanze e a ciò che succede intorno a loro. 

L’aspetto della vita materiale che ha catturato di più la mia attenzione, forse sintomo di una leggera ipocondria, è la relazione con oggetti che provengono dall’esterno: la busta della spesa, le chiavi di casa, le scarpe, il denaro. In casa mia regna un regime molto severo, lo ammetto. La procedura per uscire e rientrare a casa prevede: spogliarsi in balcone, ripetuti lavaggi di mani, appoggiare gli oggetti su un apposito ripiano e pulire tutto con l’alcol, recuperato dopo estenuanti giri tra i negozi bengalesi della zona. Banconote e monete sono state in qualche modo esiliate, allontanate dal mio corpo. Questa circostanza ha per certi versi cambiato, fosse anche in minima parte, il mio rapporto coi soldi.


Scambiare e utilizzare denaro è un gesto scontato, anche quando non abbiamo soldi è difficile immaginare o mettere in pratica alternative. L’antropologo David Graeber si è speso tantissimo per decostruire la necessità di questo rapporto sociale e dimostrare che il denaro, i debiti, la compravendita e l’economia come sfera separata della vita sociale non sono sempre esistite. Tuttavia è una pratica così radicata nel comportamento da sembrarci ovvia e naturale. In altre parole embedded, come la scrittura o l’uso di un paio di scarpe. 

Il denaro potrebbe essere definito come una grammatica sociale che tutti conosciamo. Ha plasmato e si è adattato al pensiero e alle società umane in modo capillare. Contro di lui sono state lanciate imprecazioni e accorate benedizioni. Se volessimo seguire Bruno Latour, e adottare un approccio estremamente inclusivo verso le specie animali, vegetali e verso tutti quegli agenti non-umani che fanno parte del nostro ambiente, anche il denaro potrebbe avere un agency ed essere paragonato a una specie invasiva e parassitaria. Per esempio un piccione. Specie contro cui - per inciso - in casa mia vige una profilassi altrettanto minuziosa, visto che siamo impegnati in una lotta per disinfestare un balcone che, dopo anni di semi-abbandono, ha dato i natali a generazioni di questi testardi e disgustosi animali.

Ma il denaro non è solo questo, è parte di un sistema di relazioni socio-economiche, è uno strumento ideologico e di governo, è un simbolo di successo o di fallimento… Nella sua materialità non è sempre stato uguale a se stesso e non avrà per sempre la forma che conosciamo oggi. Le carte di credito, i sistemi di pagamento online, l’abitudine di comprare a rate hanno già reso in parte obsoleti i contanti. E per due mesi l’oggetto denaro è quasi scomparso dalla mia vita. Da un certo punto di vista è stata una perdita, perché insieme a lui sono scomparse una quantità di cose e avvenimenti che lo accompagnavano. Ma una perdita accompagnata da un vano e fugace senso di liberazione. Utopisticamente, mi sono trovata un passo più vicino all’immaginare che un giorno il denaro potrebbe non esistere più e l’economia essere guidata da regole completamente nuove.

Epidemia da coronavirus: la Cina pulisce le banconote - Focus.it

Il Covid-19 rappresenta una crisi senza precedenti per il nostro modello sociale, è l’esperienza traumatica più invasiva che le società occidentali si trovano a vivere dopo la seconda guerra mondiale. Per alcuni un nuovo undici settembre, per altri un passaggio cruciale nella critica e nella lotta al modello di sviluppo neoliberista e antropocentrico. Personalmente non sono tra quelli che elogiano il lockdown come occasione di crescita, sono sempre stata scettica verso chi diceva che da questa esperienza saremmo usciti migliori, come individui e come società. Per me l’epidemia assomiglia più a un abisso che a un portale.

Tuttavia mi chiedo come potremmo trarre beneficio dal potenziale creativo della distruzione, dalla molteplicità di situazioni e sensazioni nuove, dalle abitudini stravolte, dalla rinegoziazione di rapporti con cose e persone che davamo per scontate. La mia impressione è che questo insieme di esperienze costituiscano una matassa di saperi nuovi, una materia ancora inerme da lasciar germogliare e innestare nelle nostre relazioni. 

A pensarci bene queste conoscenze, estremamente personali ma significative e condivisibili su larga scala, potrebbero davvero diventare uno strumento potentissimo per il riconoscimento reciproco tra individui e gruppi diversi e lontani. Per farci largo nella storia e orientare processi di trasformazione e libertà abbiamo bisogno di unirci, aprirci verso l’esterno e prenderci cura della diversità all’interno. In molt* sentiamo l’urgenza di tornare a sentirci parte di collettività culturalmente inclusive e politicamente incisive. Forse una pista da seguire potrebbe essere quella di mettere in comune il vissuto, i bisogni, le idee e le emozioni scaturite da questa situazione così sconvolgente e inaspettata; e utilizzare tutto ciò come ceppi di legna secca da gettare tra le fiamme del cambiamento.


P.S.: non vi preoccupate il balcone dei piccioni non è lo stesso dove metto i vestiti. 

Roma, 26 maggio 2020
Francesca Messineo
Dottorato in Scienze Sociali Applicate
Università di Roma - La Sapienza

P.S.2: questo post, per inevitabile contagio delle storie, mentre attendeva di venire pubblicato sul nostro blog è uscito anche su Q Code Mag. Se l'avete letto qui e vi è piaciuto, potete anche rileggerlo là (e viceversa). Vi consigliamo inoltre di immergervi nella lettura degli altri interessanti testi della rubrica Contagio delle storie.

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Note etnografiche dalle Cure Primarie e Territoriali // FASE 2

Come ci muoveremo nel “dopo”? Che cosa erediteremo da queste settimane? In quale forma restituiremo le emozioni, i racconti e le azioni che stiamo intercettando giorno dopo giorno, presi dalla frenesia di tenere traccia di tutto ciò che sta accadendo? Iniziamo con queste domande una delle ultime riunioni virtuali tra le numerose di questo periodo, accompagnati da un senso di incertezza ormai costante. L’obiettivo che ci siamo prefissati è quello di trattenere le narrazioni di questo momento, mantenerle come se fossero ancore.
In quanto antropologhe e antropologi della Campagna Nazionale “Primary Health Care Now or Never” già da tempo ci interroghiamo su quale possa essere il nostro ruolo all’interno delle Cure Primarie e Territoriali e su quali competenze sia necessario mettere in campo. Un’esigenza che in questo momento sentiamo più vicina che mai e che ci muove, assieme al desiderio di sentirci in qualche modo utili, presenti e uniti. Per questo oggi proviamo a raccontarvi l’esperienza che stiamo vivendo e che, secondo noi, sta lasciando affiorare alcuni spunti fertili per immaginare e costruire insieme il mondo che verrà.



La Campagna PHC Now or Never: cenni storici

La Campagna PHC è nata alla fine del 2017 da un nutrito gruppo di giovani professioniste e professionisti della salute attivi sul territorio nazionale, con l’obiettivo di promuovere una riforma dell’assistenza socio-sanitaria basata sui principi della Primary Health Care di tipo Comprehensive (C-PHC). Sulla scia della Dichiarazione di Alma Ata (1978), del World Health Report (2008) e della più recente Dichiarazione di Astana (2018), la C-PHC propone un approccio integrato (assieme promotivo, preventivo e curativo), centrato sul paziente, sulle sue relazioni significative e le comunità di cui è parte. I programmi ispirati alla C-PHC mirano a tessere assieme l’approccio clinico, incentrato sulle dimensioni biologiche della malattia, con interventi improntati ad interferire con la determinazione sociale della salute. Per tener conto delle specificità di ogni contesto geografico, economico e sociale, si stabilisce un confronto attivo con il territorio, per scoprirne e valorizzarne le diverse risorse, formali e informali. In un’ottica di cooperazione e di sostenibilità, si negozia con gli attori comunitari per costruire reti di assistenza. La C-PHC è quindi una strategia per strutturare la cura territoriale in maniera politicamente impegnata, proattiva, attenta all'equità e che si articola mediante azioni multi-professionali, interdisciplinari, orizzontali e partecipate (cfr. Abadía-Barrero e Bugbee, 2019).
La sfida posta dalla C-PHC può essere colta guardando al progressivo aumento delle cronicità e delle fragilità sociali che il modello sanitario attuale, basato sull’ospedale, non è in grado di affrontare. Per questo, nei suoi due anni di vita la Campagna si è mossa principalmente su due fronti. Il primo è quello dell’autoformazione, attraverso l’organizzazione autogestita di seminari, workshop e site visit presso diverse realtà italiane basate sul modello di C-PHC (fra le diverse realtà italiane visitate, nel 2018 la Campagna si è riunita a Trieste per conoscere da vicino l’esperienza delle Microaree, cfr. Belluto, Benedetti, Pecora e Occhini in Maciocco, 2019). Il secondo invece consiste nel portare all’interno del proprio contesto quanto appreso, mettendo in atto a livello locale “pratiche di cambiamento”, volte a costruire forme di prossimità con le comunità e a promuovere la formazione trasversale dei professionisti (prima, durante e post laurea).
Come Campagna, oltre agli appuntamenti in presenza, ci confrontiamo quotidianamente su un canale Whatsapp che include ormai più di cento persone. Spesso ci organizziamo in sottogruppi tematici, per lavorare a proposte progettuali e approfondimenti.

La Campagna PHC ai tempi della pandemia

A partire dalla fine febbraio, il nostro spazio virtuale si è trasformato: il telefono suona in continuazione, ci svegliamo la mattina con un’infinità di messaggi non letti, i gruppi non bastano più, dobbiamo allargarci, sentiamo la fretta e l’esigenza di includere altre persone. Sono specialmente i Medici di Medicina Generale (MMG) a scrivere. Alcuni di loro vivono nelle zone rosse, altri hanno iniziato a lavorare nelle USCA, le Unità Speciali di Continuità Assistenziale nate per la gestione domiciliare dei pazienti Covid-19. Scrivono perché vogliono sapere cosa succede nelle altre regioni, sentono il bisogno di confrontarsi sulle strategie elaborate per la gestione dell’emergenza, oltreché di condividere le difficoltà e le preoccupazioni che stanno vivendo.

“Chi risponde alle decine e decine di telefonate e mail?”
“Nel vostro caso la valutazione del paziente è telefonica o tramite visita?”
“Ho fatto un registro, li monitoro telefonicamente. Accetto di stare nove ore al telefono al giorno”.
“Provo a specificare meglio la mia fatica di questi giorni: riceviamo quotidianamente (come MMG) telefonate di pazienti con sintomatologia simil influenzale. Come ci comportiamo? […] Confrontandoci con l’Ufficio di Igiene abbiamo definito insieme questi percorsi, che condivido volentieri con voi (vi state comportando diversamente?)”.
“Quello che vorrei capire è se qualcuno si rende conto che il nostro ruolo è importante, e se abbiano dato un indirizzo agli MMG in tal senso”.
“Mi sto accorgendo che la conclusione ulteriore delle nostre riflessioni è… ABBIAMO BISOGNO DI DPI [Dispositivi di Protezione Individuale] SUL TERRITORIO”.

Questi sono solo alcuni dei messaggi che riempiono la nostra chat ogni giorno, in cerca di possibili consigli e di supporto. “All’improvviso, la mattina del 9 marzo ci siamo svegliati e tolti i corpi c’era il telefono” ci racconta Viviana, una dottoressa che lavora a Cagliari, mentre insieme proviamo a riordinare le esperienze di queste ultime settimane. Mancano indicazioni, non si sa bene chi contattare, non si capisce come proteggersi e proteggere adeguatamente, in quale modo visitare i pazienti a domicilio. Non si è formati per un triage telefonico ma è necessario essere operativi. Si sente soprattutto la mancanza, da parte delle istituzioni, di una linea comune di intervento, per evitare di ripetere errori già commessi.
Per rispondere a questa esigenza abbiamo creato insieme delle brevi guide in costante aggiornamento, per accompagnare i medici sul territorio e monitorare la gestione dei casi Covid-19 a domicilio. Nascono così, fra i molti materiali, anche delle flowchart (diagrammi di flusso), utili a orientare la decisioni e le scelte clinico-organizzative; un testo sul monitoraggio e le indicazioni dei possibili quadri clinici; un protocollo di gestione domiciliare dei pazienti vulnerabili o con patologie pregresse. Il materiale al quale facciamo riferimento è qui disponibile. Le proposte redatte dalla Campagna PHC intendono essere un supporto per i professionisti sanitari che in questa fase di emergenza lavorano sul territorio: necessitano di essere contestualizzate nelle singole realtà territoriali e possono essere utilizzate previa autorizzazione delle Ausl locali o enti sanitari di competenza.

Man mano che proviamo ad orientarci nel caos frammentato di informazioni per affrontare questa pandemia, sempre più vengono a galla particolari degni di attenzione, i non-visti del quotidiano. Emergono bisogni che erano rimasti sottesi, appena percettibili, e che ora si fanno evidenti. L’isolamento crea e alimenta nuovi bisogni e ne rende poco riconoscibili altri; aumenta le disuguaglianze e l’emarginazione sociale. Il vuoto che si trova fuori dagli ospedali rinnova la consapevolezza della necessità di avere una medicina di famiglia radicata sul territorio (e parte di quel territorio), basata sul lavoro multidisciplinare e di rete, capace di mobilitare le risorse formali e informali. “Conosci il luogo che abiti?” è il mantra che permette di fare la differenza e di sentirsi meno soli.
Salta la prossimità, saltano gli ospedali, aumenta il controllo sociale e l’incertezza. Crescono anche l’ansia e il senso di colpa degli operatori: per non poter fare abbastanza, per aver ospedalizzato o meno un paziente, per essere potenziali veicoli di contagio per gli altri e per i propri cari, per essere compagni, genitori, figli o amici poco presenti.



Storie Covid nelle Cure Territoriali

Tra le diverse iniziative che sono state avviate, come team antropologico della Campagna PHC (insieme a Valerio D’Avanzo e Francesco Diodati) ci siamo fatti promotori di “Storie Covid nelle Cure Territoriali”. Si tratta di un progetto pensato per intercettare il bisogno di condivisione e confronto degli operatori (firmatari e non della Campagna) e per provare a offrire loro, in risposta, alcuni strumenti utili a “fare ordine” (possiamo essere contattati attraverso numeri Whatsapp, un gruppo Facebook e un indirizzo email: qui maggiori informazioni). La proposta nasce dalla convinzione che in queste settimane le nostre chat siano un campo preziosissimo e traboccante di risorse, sebbene gli scambi avvengano in modo fisiologicamente disordinato. In questo sfibrante navigare a vista, avvertiamo come nostro compito quello di supportare la creazione di saperi e significati condivisi in grado di donare senso a ciò che sta accadendo. Attenti a non perdere la complessità che giorno dopo giorno si va generando, a chi ci contatta chiediamo:

Come è cambiato il tuo lavoro nelle cure territoriali dall’arrivo del Covid-19?
Quali strategie hai messo in campo dal punto di vista lavorativo e personale?
Quali racconti, paure e riflessioni sono emersi da questa situazione?

Attraverso le narrazioni raccolte, l’obiettivo è quello di produrre un “diario di bordo” da restituire ai professionisti, una sorta di archivio delle narrazioni che possa, da una parte, far affiorare il carico di sofferenza che si dispiega oggi sul territorio e, dall’altra, supportare gli operatori nei loro tentativi di “addomesticare” la situazione (Freire, 1994). La nostra iniziativa si ispira infatti all’Educazione Permanente in Salute (e.g. Ceccim e Feuerwerker, 2004), una strategia sviluppata nel contesto brasiliano che, mediante la messa in dialogo di diverse discipline, mira ad aprire spazi collettivi per riflettere sugli atti prodotti nel proprio quotidiano e, a partire da questi momenti, ad attivare pratiche collaborative di formazione. Abbiamo quindi messo a disposizione le nostre competenze per mappare e raccogliere la grossa mole di informazioni di questi giorni , cercando di sostenere processi di (auto)apprendimento e di (self)empowerment utili ad affrontare questa crisi con maggiore resilienza.
Parallelamente, sempre nell’ottica di promuovere approcci interdisciplinari alla gestione dei problemi, per rendere fruibile la grossa mole di informazioni, materiali e link è nato GLOCARED (“Global-Local Center per l'Aiuto e la Ricerca Ecosistemica Divergente”). GLOCARED è un team multiprofessionale che coinvolge designers, informatici, esperti di scienza della cooperazione, professionisti sanitari e antropologi, impegnati nella progettazione di piattaforme sensibili ai bisogni di natura tecnologica rilevati. 


Le Cure Primarie che vogliamo (adesso!)

Come antropologhe e antropologi abbiamo vissuto queste settimane attraversando diverse fasi. In un primo momento, ci scoprivamo angosciati da un certo senso d’impotenza, dall’inadeguatezza dei nostri modi di guardare e dei nostri saperi, di fronte all’emergenza che si stava consumando. Mentre le nostre certezze si sfaldavano, ci confrontavamo tra noi, ci raccontavamo di come stessimo rimodulando i nostri progetti di ricerca e ci chiedevamo: che futuro può nascere dall’inaspettato?
La certezza che le Cure Territoriali dovessero essere differenti prendeva sempre più piede. Recluse, sofferenti e inascoltate durante il lockdown, le comunità sembrano più invisibili durante la pandemia. Una cura basata solamente sulla persona non è in grado di rappresentare il disagio che si sta vivendo sul territorio. La fragilità sociale e la cronicità non sono solo fattori clinici di cui tenere conto, bensì delle realtà di solitudine e abbandono. Realtà che la comunità è in grado di curare meglio di qualunque terapia.
Prendendo parte alle riunioni della Campagna, un’altra certezza diventa sempre più forte: la formazione in medicina non può più essere solo di natura biomedica. Se i corpi si volatilizzano e rimane il telefono, quali competenze possono mettere in campo i professionisti per offrire un supporto concreto, terapeutico e relazionale?
Non si può aiutare le persone a recuperare e a mantenere la salute senza comprendere le loro preoccupazioni, i loro bisogni e, soprattutto ora, le loro speranze per un futuro migliore. Il distanziamento sociale richiesto dalla gestione dell’epidemia deve allora trasformarsi in un allontanamento fisico in cui si riescano ad instaurare dei legami comunitari forti (per una discussione sul recupero della dimensione sociale nell’assistenza in tempi Covid-19 si veda Buffel, Doran, Lewis, Philipson e Yarker, 2020), dove curare e prendersi cura anche dei professionisti stessi, provati fisicamente ed emotivamente.
Forse una parte di tutto questo lo avevamo già in mente. Non a caso, gli incontri residenziali della Campagna che si sarebbero dovuti tenere in queste settimane avevano come titolo “Multidisciplinarietà e Primary Health Care: immaginare il futuro” (Firenze, 11-13 marzo) e “Le Cure Primarie che vogliamo” (Trento, 17-19 aprile 2020). Queste sono le Cure Primarie che vogliamo. E le vogliamo adesso, subito.

Bibliografia

Abadía-Barrero, C. E., Bugbee, M. (2019) Primary health care for universal health coverage? Contributions for a critical anthropological agenda, Medical Anthropology, Cross-Cultural Studies in Health and Illness, 38(5), 427-435.

Belluto, M., Benedetti, C., Pecora, N., Occhini, G. in Maciocco, G. (a cura di) (2009) Cure primarie e servizi territoriali. Esperienze nazionali e internazionali, Roma: Carocci Faber Professioni Sanitarie.

Buffel, T., Doran, P., Lewis, C., Phillipson, C., Yarker, S. (2020) Covid-19: Bringing the social back in, The Age of COVID-19, Somatosphere, on-line.

Ceccim, R. B., Feuerwerker, L. (2004) O quadrilátero da formação para a área da saúde: ensino, gestão, atenção e controle social. Physis: revista de saúde coletiva, 14(1), 41-65.

Freire, P. (1994) (ed. it. 2004) Pedagogia dell’autonomia. Saperi necessari per la pratica educativa, EGA, Torino.

WHO: World Health Organization (1978) Declaration of Alma-Ata, International Conference on Primary Health Care, Alma-Ata, URSS, Geneva (Health for All Series N° 1), on-line.

WHO: World Health Organization (2008) The World Health Report - Primary Health Care (Now More Than Ever), on-line.

WHO: World Health Organization and UNICEF (2018) Declaration of Astana, Global conference on primary health care, Astana, Kazakhstan, on-line.


Bologna-Uppsala, 30 aprile 2020
Campagna PHC – Primary Health Care: Now or Never
Martina Belluto, Dottorato in Scienze Umane - Antropologia della Salute, Università di Ferrara
Martina Consoloni, Dottorato in Storie, Culture e Politiche del Globale - Antropologia della Salute, Università di Bologna
Mirko Pasquini, Dottorato in Antropologia Culturale, Università di Uppsala (Svezia)

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E l'Africa?

#Iorestoacasa, e ripenso alle epidemie vissute in passato. Negli anni di lavoro in Africa, in paesi in guerra o in pace ma sempre con poche risorse, le epidemie non sono mancate. Il ricordo più nitido riguarda l’HIV/AIDS. Far parte dell’ingranaggio sanitario nella Tanzania rurale mi ha permesso di vedere la devastazione prodotta da quel virus fino a poco prima sconosciuto. Ripesco qualche riga scritta in quegli anni:

“La maggior parte delle persone che affollano l’ambulatorio per il trattamento HIV/AIDS sono donne e uomini tra i 20 e 30 anni. Magrissimi, stanchi, stanno seduti per ore, e qualche volta giorni, ad aspettare il loro turno. Ci sono quelli che hanno la tubercolosi, e da lì hanno scoperto di avere anche l’HIV; ci sono donne che hanno scoperto di essere ammalate quando il loro bambino è morto di AIDS; ci sono bambini accompagnati dalla nonna perché entrambi i genitori sono morti.”

Ci sono molte differenze tra l’epidemia attuale e quella dell’HIV, certo. A miei occhi, ci sono aspetti che si sovrappongono. Anche l’HIV, come l’epidemia che stiamo vivendo, aveva sopraffatto il sistema sanitario. Ospedali e centri di saluti sovraffollati, che non riuscivano a dare risposta alle molte persone malate. Con difficoltà e ritardo poi si servizi sanitari sono cambiati per adattarsi alla nuova realtà. Allora si sono ampliati reparti, laboratori e creati ambulatori per le persone in trattamento. Anche oggi si ampliano e si riconvertono posti-letto e si espandono i servizi di rianimazione. Anche l’HIV si era accompagnato a molti pareri diversi, a polemiche, diatribe, sulla strada che la società doveva percorrere. Allora si discuteva di sessualità, adesso dell’uso di mascherine e di distanziamento sociale. Anche epidemia di HIV aveva approfondito le disuguaglianze sociali, colpendo di più i poveri, togliendo la capacità di lavorare a chi di lavorare ne aveva più bisogno.


La vita in Italia è cambiata. Orari supermercati regolari, impegni scolastici dei figli scanditi da calendario e  orologio, treni che partono e arrivano a orari prestabiliti. Una collega mi dice: “in Europa siamo abituati che tutto sia prevedibile”. In Africa, la vita non è prevedibile. I trasporti, le scuole, gli uffici. Anche il tempo, mutevole e tempestoso, fa la sua parte. Le piogge, intensissime, impediscono di rispettare orari previsti: ci si bagna, gli ombrelli non servono, le strade diventano fiumi, si preferisce restare a casa e aspettare. Quando piove i bambini arriveranno in ritardo a scuola, gli appuntamenti non saranno rispettati.  Le malattie in Africa rientrano nell’imprevedibilità della vita. 

Un'altra differenza con l’epidemia di allora viene da un rapporto diverso con le avversità. Parlo con mia zia, medico, dell’epidemia di COVID-19, mi dice: “pensavamo di essere invincibili”. Ecco, sì. La vita nell’Africa rurale invece è una lotta per sopravvivere. Succede che manchi l’acqua. Pochi sono allacciati alla corrente, chi ci è riuscito, è abituato che la corrente si interrompa. Che manchi in mezzo a una partita, oppure in mezzo alla fiction alla televisione. Si va avanti, la vita è piena di avversità. La morte accompagna sempre la vita, tutti hanno avuto in famiglia morti giovani, di bambini, di adulti. Morti improvvise o dopo lunghe malattie, senza spiegazioni.

Mentre #iorestoacasa, l’epidemia di COVID-19 si sta diffondendo anche in Africa. Il distanziamento sociale, lo restare in casa, sono privilegi di cui non molti potranno godere. Forse ci si renderà conto dell’inadeguatezza di un approccio unico per tutti, e che è necessaria una soluzione adatta al contesto. Le risposte all’epidemia di COVID-19 nel continente dovranno nascere dagli scienziati africani, dalle istituzioni locali, in grado di tenere conto delle caratteristiche del contesto e delle risorse disponibili. Soluzioni forse imperfette, ma adatte.

Milano, 4 aprile 2020
Manuela Straneo

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Digitalisation: the Effects on Social and Political Life [STUDENTS' CORNER]

The Hong Kong protests marked the end of 2019 with an image summarising the political upheaval that characterised the whole year. A year whose ordeal was in fact, protesting, most notably for the fight against climate change What put an halt to such political unrest, together with other forces of communal social and political life, was the outbreak of the tragic Covid-19, alias Coronavirus. The subsequent adaptive and reactionary methods enacted by individuals and governments in response to this epidemic outbreak can be a point of anthropological study. 

I have selected those that might signal a fundamental cultural shift and bring with them a new way of living. Such measures of adaptation and reaction share the common denominator of being of digital form. Before exploring these practices, however, I would to point out my own bias in proposing such theoretical perspectives by leaving at the end of this paper, the resources I have selected that inform my claims. Additionally, being a young, Italian “Gen Z”, whose life was influenced, if not even shaped by technology, I personally relate to this theme and depending on what anthropological school of thought you preferred, this might be good or bad. 2014’s multi-million-views TedTalk of Bill Gates, the front face of the technological revolution, explaining the risk of an imminent virus outbreak arguably symbolises how “technology” is a step ahead of governments. And thus has, unlike governments, the solution to society’s issues. Let’s discuss whether that’s for good.


From my understanding, the first digital solution that gained momentum in Italy was that of “crowdfunding”. With the emergence of numerous crowdfunding platforms, this phenomenon has been quickly on the rise. One could argue that this is a positive tool for helping people out. It allows them to directly contribute to individual and collective causes. However, one could also argue that it could institutionalise the weakness of states to respond to such issues, relegating them to individuals initiative and responsibility.

The second method of adaptation to the novel coronavirus is the digitalisation of work: “smartworking”. Remote work policies are becoming more and more popular and are reshaping how we work. Investors direct their attention to this new sector, praising startups allowing remote events. Together with online education, it is widely appreciated for accommodating people’s love of simplicity, flexibility and freedom (today synonym independence). It also provides new opportunities to engage with a vast audience at a low marginal cost and share one’s own abilities. Nevertheless, if in the long run governments leave technological innovation to venture business enterprises and furthermore, unregulated, people’s best interests might not be assured and democracy might be threatened. 

This is why: firstly, the organic human interactions that take place in real life, at school or in the workplace, which allow people to freely exchange opinions, might disappear if these measures persist even after the state of emergency. The internet is allowed to filter out what does not resemble our past search history unless we actively look for something that doesn’t. In real life tho, we can more easily come in contact with ideas differing from ours, debate and compromise. Unlike arguably, what happens in non-democratic systems (appearing more appealing to new generations).

Furthermore, we might end up focusing on doing our own thing and lose the sense of cohesion and community that drives collective demand for change. In fact, that’s the job of trade unions, struggling places in gigeconomies where Uber drivers work for a few pounds an hour. Secondly, having the right tools is what allows one to be effectively accessing the smart-working realm. Both in terms setting it up and participating in it. People working in the least profiting sectors, might be further excluded from this innovation. For example, social care workers might not enter this scene at all. And what about students who simply do not have a good enough broadcasting internet to access online teaching? This is obviously not a digital issue per se. As I previously stated, it is a political one too.

But it would be preferable that smart-working, instead of being the extension of pre-existing inequalities, was shaped so that it provided some solutions. Just think of data privacy. However, many have also claimed that social life has positively improved, since people have more time to dedicate to talking to one another via social networks. Perhaps, that would have been similar a few decades ago, just that instead we would have been having the longest phone calls. Being nostalgic of the past is never good and neither is the past itself.

Nonetheless, the issue I wanted to underline with exemplifying how technology has entered many spheres of our lives and how it is changing them is that while it can be fantastic, it needs to happen wisely, fairly and cautiously. Especially at this time, when short-term solutions seem evermore appealing.

Resources: 

- Jamie Bartlett “The People vs Tech: How the Internet is Killing Democracy (and how We can Save It)” (2018)
- Andrew Keen “How to Fix the Future” (2018)
- Yuval Noah Harari “The World After Coronavirus” (2020) Financial Times 
- Gideon Lichfield “We’re Not Going Back to Normal” (2020) MIT Technology Review 
- Arman Tabatabai “Where top VCs are investing in remote events” (2020) TechCrunch
- Walter Thompson and Natasha Mascarenhas interview (2020) TechCrunch

Milano, 2 aprile 2020
Maria Alessandra Panzera
BA Law and Social Anthropology
SOAS University of London

This blog is managed by the work group of the World Anthropology Day - Public Anthropology in Milan of the University of Milan-Bicocca. It welcomes short (self)ethnography, theoretical reflections, reading and studying suggestions.

Your Responsibility to Practice Mutual Care is Far Greater Than Your Need to Panic Hoard or Buy Guns

Mediated through the video chat screen, my smiling partner-in-crime lifts his glass of wine in a toast from far across the Atlantic Ocean. This fleeting moment of loving happiness, however, is indicative of anything but an ordinary transnational video call. I write this as my husband, a senior medical practitioner, and surgical ward director in the red zone, quarantined city of Milan, continues to work over-time for weeks on end in the midst of one of the largest global COVID-19 outbreaks outside of China. Italy is home to world-class doctors and specialists, and it has documented more than 2900 deaths in a single month, with a spike of nearly 500 fatalities in a single 24 hour period this week. The last four weeks have been agonizing for my family: for all that remains unsaid of the grief and loss that mounts daily, for worry over a nation I call my second home, for our mutual health, and for fear that we don’t know when we might see each other again given the latest travel bans and strict social and physical quarantines in place, including armed blockades in Italy. Our conversations are intended as light-hearted to keep our spirits high—we play guitar or piano, we sing, dance, cook, tell jokes, debate and argue, and sometimes, for a brief moment, we catch ourselves laughing together as we once did, bellies full, heads thrown back, eyes squinting with mirth and a cautious hope that all could be well again someday, somehow. But the losses are always there at our backs, lurking quietly in the darkest corners, waiting to resurface. Inevitably, these moments are also time to find out how many more have died in the ward overnight, how many new staff have been infected, how many respirators might have opened up for a fleeting moment before going back to use again on a new patient. Today our conversations circle to Bergamo—a breathtaking mountain town just outside of Milan. Yet, we speak not of its spectacular views, shops or restaurants, but of its rising death counts. Coffins line the morgues and church. Dozens and dozens of military trucks have been called in to transport the endless waves of cadavers for cremation or burial elsewhere as hospitals and funeral services are overwhelmed with the sudden death spikes. Now is the time for grief and loss to be our guides here in the United States. 

In translating and naming the unspeakable, I call on those not yet effected by COVID-19 to act in mutual aid and care for our community members. Your responsibility to do so immediately and posthaste outweighs any rogue acts of individualism we see on the news or spiraling across social media. There is no need to panic purchase and hoard. The grocery stores will stay stocked, just as they have in even the worst hit cities in Italy. There is no need to purchase guns to protect your stockpiled resource stash. Your duty is to care enough for others that you stay in place; that you treat this as the unprecedented pandemic that it is; that you reconsider short-sighted interpretations of social distancing. Bergamo teaches us that lives, in fact, depend upon it. Now is the time, and long overdue, to listen carefully to our brothers, sisters, comrades, loved ones and global partners in Italy.


I want to use this dual access I find personally available to me—access to the epidemiological front lines of Northern Italy; to some of Europe’s most talented immunologists and virologists; and to daily increases in cases here in the US—to raise two key points of reflection on the current state of emergency and shut down in my own resident city of Los Angeles; and with regard to the frequent irresponsibility of basic interpretations of social distancing as simply personalized measures of physically distancing oneself in public and increased hand-washing. While these two acts of distance and cleanliness are absolutely necessary, and are not epidemiologically incorrect or irrelevant to the known data, these interpretations alone of social distancing fall far below the bar that must be set for the well-being of all community members, especially those most at risk. This is because they are frequently practiced while still maintaining a host of other irresponsible daily tendencies and activities, including: play-dates and face-to-face hang-out time; crowd and small group proximities or participation; one-on-one close proximities with others you are uncertain have been exposed; going out while symptomatic even if minor; small athletic group gatherings, etc. These individualized tendencies, paired with slow federal policy-level responses to the dire public health and economic straits we find ourselves in will fail to make the robust, necessary changes needed to stop the rapid-fire transmission of this highly infectious, viral form of pneumonia. We in the United States are a mere 10-11 days behind Italy. These two factors: lack of serious, sustained and consequential social distancing; and a lack of swift and meaningful policy initiatives for the protection and provisioning of all people, especially the uninsured, precarious workers and homeless folks, will be the US’s downfall in this global pandemic if we do not systemically and systematically heed the grief and loss our global partners in Italy are currently warning us about. 

In their recent article in The Atlantic senior fellow Thomas Wright and former assistant secretary of State for Asia and the Pacific Kurt Cambell reflected on the profound public health effects of the rise of Trump-era Populism. They specifically lamented that amidst increasing global outbreak, “this moment cries out for a cooperative international response,” one in which leaders, and Trump in particular, heed the advice of scientific experts and work to collaborate in the best interests of international public health. To this end, we need take our cues from community initiatives that move beyond able-bodied and individualistic focus—just because you wash your hands and do not present symptoms does not mean you have not contracted the virus or that you could not transmit it to others. Children can definitely transmit the virus even while asymptomatic (and there have been cases of babies and small children effected as well); and younger adults are not immune to its respiratory effects. In fact, the first two patients with severe respirator needs in Milan my husband reported to me some two weeks ago were able-bodied patients aged 25 and 36. So please, now is the time to enact an “essentials only” attitude and a very high stakes standard about the necessity for quarantine and social distancing. Do it to protect other community members. Do it to safe-guard and to make space for those laborers who do not have the option to stay home—and where would we all be without those brave doctors, nurses, emergency resource staff, amazon delivery folks, postal, grocery and garbage workers? Listen to health officials and to the spirits of Milan and Bergamo, Lodi and Cremona, Wuhan and Daegu, Seattle, Tehran and Qom. This can and will affect us here in the United States just as drastically as it effected other parts of the world, if not more so given the exclusionary nature of our healthcare system, an overall lack of worker protections, and given the gendered, racialized and classed nature of care work among other forms of labor that are hardest hit by closures. This is not happening to Italy or China, Iran, or elsewhere because of race or ethnicity, or simply because it’s “dirtier over there.” This profoundly affects all of us, and does not discriminate, so stay home if you can. Do not just ‘run a few quick errands’ while even mildly symptomatic. No, you should not just step out to get that teeth cleaning, haircut, dress fitting or other random things I see and hear people discussing lately that puts them in close physical proximity to others. Cancel the group kids’ play dates. Limit your outside time to purposeful and brief necessity runs for food or medicine. What could a few weeks or a month of discomfort be compared to mass suffering or deaths caused by the high transmissibility of this virus? The most frequent interpretations of social distancing for purposes of interrupting viral transmission of COVID-19 include: directives to hand wash; to stand at least 6 feet apart; to avoid sharing food or drink; to stay at home should any signs of illness present. These are fundamental. I do not suggest these proposals are inaccurate. I argue that without increased, responsible social quarantine that looks outwards to care for others first and foremost, they promote a highly individualistic interpretation of social distancing that will not spare transmission of this mutated virus. I am saying stay home. I am saying assume you have it and work from there. This evening, my husband reports their hospital has reached maximum capacity. Of the 18 available respirators, all are in use. Two of his staff have tested positive. He admits to me that he has completed nearly 20 life-saving emergency surgeries in which the patient ultimately tested positive. Stop stockpiling toilet paper or guns, and start acting like your life will depend on how well you care for others ahead of yourself. After days of hearing of 40, even 50 deaths per day in one hospital alone, and the knowledge that reaching “infrastructural capacity” translates to turning people away for care, means death for many, I for one am ready to listen and act in mutual aid and care for the health and wellness of others. Are you? 

Los Angeles (USA), March 27th, 2020
Rachel Vaughn
UCLA Institute for Society and Genetics

Rachel Vaughn is Lecturer in the UCLA Institute for Society and Genetics, and former visiting fellow in the Center for Study of Women. Her research addresses food precarity, waste and sanitation. She teaches courses on biotechnology, food, sanitation and public health.

This blog is managed by the work group of the World Anthropology Day - Public Anthropology in Milan of the University of Milan-Bicocca. It welcomes short (self)ethnography, theoretical reflections, reading and studying suggestions.