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Visualizzazione post con etichetta quarantena. Mostra tutti i post
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Antropologa, madre e figlia

Dal mio diario di quarantena, una pagina auto-etnografica del primo periodo di isolamento:

La mattina comincia presto, intorno alle 6:30. Ancora il mio corpo non ricorda che posso dormire e mi sveglio come prima del coronavirus. I bimbi non tardano a svegliarsi, mentre il papà è già uscito per andare a lavoro.

Cosa volete mangiare a colazione? “Biscotti e latte!” Apro il cassetto delle cibarie e la mano indugia sulla confezione di biscotti quasi vuota. Una piccola preoccupazione mi gela la mente: tra un po’ dovremmo comprarne altri. Una volta non mi faceva questo effetto la confezione leggera. Ora è un susseguirsi di pensieri: bisogna uscire, c’è da mettere la mascherina, ci saranno code al supermercato? Passerò accanto a qualcuno di infetto, che magari non lo sa? Spingo via questi pensieri mentre guardo i bambini mangiare.


Poi via a lavarsi, spazzolare i denti, e un cambio pulito per tutti e tre. Ore 9:00. “Ma perchè devo togliere il pigiama se tanto non usciamo?” I riti scandiscono la giornata, ci aiutano a cadenzare lo scorrere del tempo, danno forma alla nostra routine, disciplinano mente e corpo. “Possiamo guardare i cartoni?” Va bene, ma pochi. Ne approfitto per accendere il computer e guardare le email: la mia università ribadisce la chiusura dei corsi fino a data da destinarsi… dalla mailing list di un gruppo di antropologi si annuncia l’ennesimo corso online… bello, peccato che manchi il tempo con i bambini… intanto i cartoni sono finiti.

10:30. “Facciamo un lavoretto?” Va bene. Prendiamo dei nastri colorati e dei maccheroncini: li infiliamo e facciamo le nostre collane, le dipingiamo, Maya (2 anni) prova anche a mangiarle ed è delusa quando non trova la consistenza morbida che associava alla pasta. Dopo svariati modelli, prove da divi con foto da mandare a nonni, la giornata è ancora lunga. “Dai leggiamo una storia”. C’era una volta… E mentre leggo la mia mente vaga… C’era una volta in cui i camion dell’esercito non portavano via le salme dai paesi di notte, perchè i forni crematori non riuscivano a stare dietro alle salme. C’era una volta in cui se la gente batteva pentole e coperchi sui balconi la prendevano per matta. C’era una volta in cui non mi saliva ansia per una busta di biscotti mezza vuota.

12:20. Mangiamo pranzo e rassetto mentre i piccoli provano ad aiutarmi a caricare la lavastoviglie. Maya si appisola e intanto Michelangelo (4 anni) va a prendere le sue scarpe: “Posso andare in monopattino?". Certo: fortunatamente il terrazzo si presta a queste piccole fughe. Il sole ci scalda mentre guardiamo il parco sotto casa completamente vuoto, mentre l’erba inizia a crescere senza che nessuno la tagli. Chissà per quanto ancora crescerà…

14:30. Una delle chat WhatsApp tintinna: ci si preoccupa per la prossima rata dell’asilo. Si dovrà pagare? Ma proprio per intero? Almeno la mensa no, dai! In tanti fanno fatica, e in molti si sfogano sulla tastiera, forse anche per combattere un po’ la solitudine.

Sento i miei genitori, lontani 600km ed entrambi con più di un acciacco. 16:00. State bene? Non uscite, mi raccomando! Ma solo qui in campagna a fare due passi! No che è pericoloso e vi fanno anche la multa! Ma neanche la pecunia sembra essere un valido deterrente in cambio di un soffio di vento sulla pelle. Mia mamma ha cucito in casa delle mascherine con della stoffa di recupero. Ti piacciono? Così se io e papà usciamo insieme siamo in tinta! Ma non dovete uscire!

Intanto il mio compagno infila la chiave nella toppa e io devo trattenere i bambini che vogliono saltargli al collo: prima deve cambiarsi, lavarsi mani e viso. Intanto disinfettiamo cellulare e chiavi di casa. Mi tornano in mente le lezioni di  contaminazione incrociata a cui assistevo quando facevo il mio campo sulle sospensioni corporee e le pratiche di piercing. Chi avrebbe mai detto che mi sarebbero tornate utili proprio queste nozioni. 

Dopo cena il telegiornale è appuntamento fisso. 20:30. I bambini si addormentano mentre notizie discordanti si susseguono: possiamo tirare il fiato? Quanti morti oggi? E i contagi? Ma le mascherine dalla Russia sono arrivate? E in Spagna che succede? Il palaghiaccio di Madrid, quello dove andavo da ragazza con la mia amica Paula, è diventato il deposito delle salme di cui non si sa cosa fare. Corpi in bilico tra vita e morte, quelli nelle bare come quelli che li piangono a distanza. Quando ripartiremo dovrei fare i conti anche con questo.

22:00. Basta, andiamo a dormire. Siamo tutti stanchi. Le mani sono rosse e screpolate. Meglio mettere un po’ di crema idratante anche se… è quasi finita.

Civitavecchia (Roma), 20 aprile 2020
Federica Manfredi
Dottorato in Antropologia medica
Istituto di Scienze Sociali, Università di Lisbona

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Una nuova normalità [STUDENT'S CORNER]

La quarantena non è una situazione semplice da vivere per noi essere umani, animali sociali, che si nutrono e si arricchiscono della relazione con l’altro e con l’ambiente che ci circonda.
Certo sono importanti anche i propri spazi e la propria solitudine, e io ad esser sincera in quella che definisco la vita prima del coronavirus, presa dal flusso di una vita fatta di incastri, ero desiderosa di momenti di sospensione, di cui adesso è caratterizzata la mia vita durante il coronavirus. 
La legge ce lo impone, bisogna stare a casa. Ed è proprio in questo momento che cerco l’adattamento alla norma, di modellarmi attorno ad essa e in qualche modo di reinventarmi affinché io possa vivere ancora momenti di contatto con la strada e la natura, di “incontro” e di comunicazione con l’ “altro”. 
Mi spiego meglio descrivendo semplicemente la mia giornata odierna. 

Dopo pranzo ho deciso di approfittare del bel tempo per fare una passeggiata fino al supermercato per fare la spesa. Sono scesa di casa indossando la mascherina che obbligatoriamente deve essere indossata: lungo il percorso ho incontrato qualche persona, anche loro con indosso qualcosa per coprire naso e bocca. Sia io che loro, a distanza, ci osservavamo con sguardo desideroso di comunicare qualcosa: i miei volevano esprimere il sorriso che la mascherina mi impediva di mostrare, il senso di colpa per la distanza sociale e la vicinanza e la comprensione del momento (d’altronde tutti noi, in modi differenti, stiamo affrontando un’emergenza difficile). Allo stesso tempo, in qualche modo cercavo di interpretare invece cosa gli occhi dell’altra persona mi volevano dire.

Camminando approfittavo di quel momento di aria e di movimento in mezzo alla primavera che è ormai sbocciata, per trarne stimoli e serenità, che solo l’aria aperta mi sa dare. Avevo proprio bisogno di un piccolo momento di “evasione”. Lungo il mio cammino ho incrociato la farmacia del mio quartiere, era ancora chiusa e al di fuori si trovavano in attesa un paio di persone. La farmacia avrebbe riaperto una mezz’oretta dopo, ma loro erano già lì ad attendere, e baciati dal sole si scambiavano qualche chiacchera.

Arrivata davanti al centro commerciale della mia zona, dove all’interno si trova il supermercato, mi sono imbattuta in una fila che partiva dall’entrata del supermercato, faceva il giro del centro commerciale e terminava fuori, vicino alla metropolitana. Insomma, era una fila molto lunga, una situazione che si ripete ormai da giorni.


Mettendomi in fila, ho iniziato a pensare: perché tutte queste persone pazientano tanto in una fila così lunga? Perché tutti i giorni tanta gente? Da quando siamo così improvvisamente tanto pazienti? Ho tentato di interpretare tutto questo, e l’ho realizzato come la messa in scena di nuove modalità di adattamento di fronte ad una situazione di sospensione di ciò che per ognuno di noi era la normalità. L’emergenza coronavirus ha lacerato le nostre abitudini, e l’uomo risponde reinventando nuovi modi di deviare la norma o di adattarsi in essa attraverso azioni e pratiche che prima generalmente non si sarebbero adottate e sopportate, come appunto l’attesa del proprio turno per entrare al supermercato, pur di uscire di casa, oppure la ricerca di comunicazione attraverso lo sguardo, pur di avere un momento di scambio e di “contatto”. Nascono nuovi accordi e convenzioni, per far fronte ad una situazione di spaesamento, per il nostro costitutivo bisogno di apertura e incontro. Come ci ricorda Remotti (2011), la cultura può essere intesa come un insieme di interventi modificatori, dove sono gli individui che agiscono culturalmente, dando vita a nuovi accordi e nuove convenzioni. Piano piano questo momento di lacerazione sta divenendo un nuovo concetto di normalità, dentro il quale si cerca di trovare un compromesso e un equilibrio per sopravviverci. Questa “nuova normalità” interverrà in ciò che mi sento di chiamare la vita dopo il coronavirus? In che modo? Stiamo avendo modo di scoprire il valore di piccole (ma essenziali) cose come la relazione con l’ “altro” e con la natura, come questo si ripercuoterà nella vita individuale e sociale? Non nascondo che la mia speranza sia quella di veder mettere in campo al meglio gli insegnamenti che questa emergenza sta svelando. 

Finita la spesa mi sono incamminata verso casa, con le cuffiette nelle orecchie, ascoltando Se io fossi un angelo di Lucio Dalla: “Sfruttandomi al massimo è chiaro che volerei (…) tutto il mondo girerei…”

Milano, 8 aprile 2020
Martina De Simone
Studente del Corso di Laurea in Scienze Antropologiche ed Etnologiche
Università di Milano Bicocca

Continuiamo con questo post la pubblicazione dei contributi ricevuti da studenti e studentesse di antropologia interessati a condividere il loro punto di vista sulla situazione che stiamo attraversando. Il blog intende così proporsi come uno spazio di ascolto e confronto tra studiosi che si trovano in fasi diverse del loro percorso formativo e professionale.

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Dalle finestre sulla quarantena: schermi, balcone, quartiere

Milano, quindicesimo giorno dalla proclamazione dello stato di Pandemia da parte dell’OMS e dall’inasprimento delle misure di prevenzione da parte del governo. 


1.  Dalla finestra

È curioso come la città sia attraversata da pulsioni e bisogni differenti. La paura del virus e il desiderio di comunità, l’apprensione per i corpi e il bisogno della vicinanza. 
Milano è deserta, così deserta come non la ricordavo nemmeno in agosto. Mi affaccio dalla finestra, sul marciapiede cammina una donna sulla cinquantina, cammina decisa e intanto fuma velocemente una sigaretta che regge con due dita avvolte da un guanto bianco da infermiera. 
Di colpo però la città prende vita: alle 18 e alle 21. Gli appuntamenti per i flash mob di musica e luci si susseguono in rete. Non è ben chiaro a che ora fare esattamente cosa, ma non importa: quando parte il boato, si comincia. Ognuno mette in comune la propria capacità di prendersi cura dell'umore comune: c’è chi si affaccia con la chitarra, chi con il flauto, chi con il tamburo, chi con il proprio impianto stereo o chi, semplicemente, con pentole e coperchi. È curioso, le canzoni scelte trasmettono i valori in gioco nella società: l’ “Inno di Mameli” emerge continuamente nelle proposte nei gruppi facebook, ma immancabilmente c’è chi risponde: “siam pronti alla morte?? No grazie!”, dalla mia finestra quest’ultima sembra essere la tendenza maggioritaria. Il mio condominio, che è un condominio sociale, ha concordato nella chat del palazzo tre canzoni: “Bella Ciao”, “O mia bela Madunina” e “O Sole Mio”: la prima perché c’è bisogno di Resistere a virus e paura, la seconda ha rispecchiato un affetto per la città abbastanza trasversale ad abitanti di diverse origini (qui ci sono vecchi milanesi, ma anche sudamericani, nord africani, est africani e persino alcuni svizzeri!), la terza è stata motivata con l’incredibile voglia di uscire e di vedere la luce in fondo al tunnel. E’ molto curioso vedere come cambiare le abitudini e aprire nuove forme di comunicazione ridisegni anche la geografia delle relazioni: da un balcone un trio di fratelli ha intrapreso una competizione musicale con i coetanei dirimpettai e sono ore che si accordano sui rispettivi gusti musicali. Chissà se rimarranno amici anche dopo la quarantena. Chissà le assemblee dei condomini saranno meno tremende.


2.  Dal quartiere

Ieri ho deciso di avventurarmi in uno dei piccoli negozi alimentari che tenacemente tengono aperto: due magazzinieri sullo sfondo indossano le mascherine, il titolare tra le cassette la tiene sulla fronte, nel negozio non c’è nessuno. Appena mi vede sussulta, si cala la mascherina sulla bocca e fa un piccolo passo indietro: tutto nel suo corpo e nei suoi gesti mi invita a mantenere le distanze. Penso che dobbiamo prenderci cura a vicenda, indosso anche io la mascherina, si rilassa. Scambiamo due parole: “le verdure sono andate a ruba, mi fa piacere che le persone vengano da me e non ai grandi supermercati, ma devo confessare di provare un brivido ogni volta che entra un cliente…e se fosse portatore?”. “Preferirebbe restare chiuso?”, chiedo. Scuote la testa: “No no…non lo so…” Una cosa è certa, nel momento di massimo isolamento, nel momento di paura l’uno dell’altra, la voglia di parlare è massima. Paradossalmente, non credo di aver mai comunicato così tanto con i commercianti della mia via come in questi giorni e in quelli immediatamente precedenti. “Posso chiederti una cosa? Ma tu hai paura del virus?”, mi chiede d’un tratto il gestore di una panetteria, con cui negli scorsi mesi avrò scambiato sì e no due parole sulla bontà degli ingredienti. “Non so se ho paura del virus, ho paura di contagiare chi è più vulnerabile e che non ci sia abbastanza posto negli ospedali”. Poche parole che innescano un fiume in piena: mi racconta che per lui è lo stesso, che sta gestendo il negozio di sua sorella, perché lei soffre di una malattia autoimmune che prevede una cura al cortisone così forte da annichilire il sistema immunitario e per questo preferisce restare chiusa in casa. Mi dice che, nonostante tutto, si sente un alieno: “Non riesco a sintonizzarmi sulle frequenze generali”, “capisco la gravità di pancia, ma non di testa, ogni tanto mi sembrano tutti pazzi, altre volte credo di essere io il pazzo, il superficiale”, confessa con un certo imbarazzo. Non è la prima persona a cui sento dire frasi simili. Emergenza, isolamento, informazioni discordanti, scarsa chiarezza delle fonti, ma anche vissuti personali, caratteri, contingenze: l’alienazione dal corpo sociale è una tendenza incredibilmente diffusa, proprio nel momento in cui una forza centripeta ci spinge tutti verso un modo di esistenza comune: “#iostoacasa”. 


3.  Dagli schermi

Avrei pensato di avere molto tempo da passare in solitudine. Invece non trascorro un attimo da sola. Il “controllo quotidiano” di mia madre, che una volta al giorno raccoglie gli stati emotivi e di salute della famiglia. Una festa di compleanno su “Zoom”, in cui abbiamo brindato a distanza per far sentire il nostro affetto ad un’amica fuori sede rimasta “incastrata” qui al nord. Una tele-riunione con il gruppo di mutuo soccorso di cui faccio parte, che si sta interrogando su come proseguire la sua attività di questi tempi. Un amico mi ha addirittura raccontato di aver organizzato una spaghettata con i suoi compagni di corso: hanno concordato un menù uguale, cucinato e mangiato insieme. Un’amica mi dice ridendo: “ci sono ex di cui non ricordavo nemmeno l'esistenza che si sono fatti vivi in questi giorni!”. Persino la sessualità e l’amore stanno cercando nuove forme di prossimità. Chissà se gli amici lontani che hanno approfittato della noia di queste ore per riallacciare i rapporti si continueranno a cercare. Chissà se i giovani continueranno ad aiutare gli anziani con la spesa, a sostenersi in momenti di difficoltà. Sarà interessante indagare il tessuto sociale della città a partire da queste domande.

Aggregazione e disgregazione. In questi giorni di incertezze e contraddizioni questa è una delle più forti e mi pare che lo sguardo olistico della Rete giochi un ruolo importante nel portarla a galla.
Ho letto in numerose analisi che circolano in internet come il CoronaVirus si stia rivelando come uno straordinario detector delle diseguaglianze sociali: sono sicura che sia vero. Non devo andare lontano: io sono “privilegiata” con la mia borsa statale, ma una delle mie più care amiche lavora in nero e in questi giorni è a casa. Ma quello che più mi ha colpito è il modo in cui i criteri della sacrificabilità sociale si stiano riconfermando e allo stesso tempo riformulando sull’asse della salute. Le teorie dell’intersezionalità ci spiegano che il modello sociale piramidale è tutt’altro che un ricordo. All’apice troviamo il maschio-bianco-ricco-abile-eterosessuale-cisgender… A ogni variabile che muta, un pezzo di ciò che poteva apparire come un diritto si palesa come privilegio, in negativo. Rispetto alla cura delle persone più esposte ai rischi della malattia,  il senso comune oscilla tra sincera paura per i propri cari, più o meno genuina apprensione per “gli altri” (soprattutto se simili a noi), autoconsolatorie rassicurazioni in salsa Super-Uomo “a me non può succedere nulla” – “io sono forte”, fino alle più spregevoli derive del “tanto muoiono solo vecchi e malati” e all’invisibilizzazione di chi per esempio una casa non ce l’ha o di coloro per cui le pareti domestiche costituiscono un vero e proprio inferno. Quello che mi pare preoccupante sono i segnali “istituzionali” in questa direzione.

Non una parola sulla violenza domestica, i centri antiviolenza sono lasciati soli a riorganizzare un’incredibile mole di lavoro. Forse il caso più emblematico è quello delle carceri. Chi ha letto le pagine di Foucault sulle istituzioni disciplinari totalitarie non può fare a meno di pensare a come si tratti di un esempio paradigmatico, incredibilmente accelerato ed estremizzato, delle conseguenze di isolamento, sovrappopolazione, mancanza di corretta informazione, insufficienza dei servizi socio-sanitari in tutta la società. Il risultato è di 13 morti.  Una domanda mi frulla nel cervello. Come funziona l’empatia sociale? Come si attiva o scompare selettivamente normalmente e in questo stato di emergenza che sembra tanto utile a illuminare le contraddizioni in cui viviamo immersi? Se quando entro in un negozio mi infilo la mascherina perché “mi metto nei panni” di chi è più esposto al contatto con le persone e non si sente a suo agio, se rispetto la paura della signora davanti a me in coda fuori dalla farmacia che letteralmente “zompa” di lato appena sospetta che il metro abbondante che ha posto tra lei e il mondo rischi di venire minacciato, se metto “cura” nelle relazioni, sia per le precauzioni sanitarie reali, ma anche per la paura che è un fatto sociale reale a prescindere da ogni altra speculazione sulla sua fondatezza o meno, non capisco come sia così difficile dallo schermo del pc “mettersi nei panni” di chi è costretto a condividere tra quattro semi-sconosciuti pochi metri quadrati di cella.

È strano: per l’antropologia l’immersione etnografica è tutto, in questi giorni non si può che immergersi nell’etere, spazio incorporeo condiviso da milioni di persone. Mentre mi domando come e in che termini questo possa diventare in qualche modo “campo”, mi perdo nei commenti alle dirette delle telecamere fuori dalle prigioni di San Vittore, Poggio Reale, Modena, Rieti… Faccio uno sforzo tutt’altro che semplice per sospendere il giudizio, ma mi chiedo cosa motivi simili commenti: “Pezzi di merda ma guardali sul tetto a fare le vittime! Se siete li ce un motivo e ci dovete marcire.”, “Fatte una somossa e riempiteli di manganellate prima che sia troppo tardi.”, “Solo in italia succedono queste cose siamo il popolo degli scemi, in america 10 min sarebbe durato a manganellate e calci nel sedere”, ”Libertà!!!! Pezzi di merda non sapete nemmeno il significato. Dovete crepare voi invece della povera gente”… Per non parlare della pioggia di insulti sotto al commento di una ragazza che ha deciso di mostrare la propria vulnerabilità: “Io sto continuando a piangere perché là dentro c’è mio fratello”. I detenuti ricevono dalle istituzioni e dalla loro mala-gestione ordinaria e straordinaria delle carceri un messaggio chiaro: siete sacrificabili. Dagli sfoghi di chi è a casa propria lo stesso: siete sacrificabili.  Lo stesso messaggio arriva, in forma più lieve, agli operai esentati dall’imperativo “#restateacasa”: gli scioperi spontanei di questi giorni hanno molto in comune con le rivolte nelle carceri. C’è un mondo sommerso di addetti delle pulizie, badanti, assistenti lasciati senza adeguate tutele che non si ferma e non può fermarsi, oltre naturalmente a quello visibile di medici e personale sanitario. A seconda di quanto percepiamo di averne bisogno li chiamiamo di volta in volta angeli o eroi. Quindi, come cambia la percezione della vulnerabilità e della sacrificabilità e il valore sociale e simbolico intorno a questi due concetti? 



 4. Essere e non-Essere: questo è il problema

Il portoricano Grosfoguel distingue tra una sfera dell’Essere e quella del non-Essere: ci sono individui e gruppi sociali che, pur nelle loro differenze, rientrano in quel 50% della sfera dell’Essere. Altri subiscono talmente tante voci di oppressioni da essere dimenticati. Mi domando: come la pandemia mondiale ridefinisce i criteri globali e culturalmente situati di ciò che può-Essere e ciò che non-deve Essere? Cosa significa oggi essere esposto al virus nella sfera dell’Essere? E in quella del non-Essere? Cosa significa resistere nella prima? E nella seconda? Cosa significa ammalarsi a Milano? E in Puglia? In Europa? E in Africa? Da ricco? Da povero? Da uomo? Da donna? Da transgender? Da giovane? Da anziano? Con diverse soglie di abilità? Cosa significa avere una buona assicurazione sanitaria o meno negli States? Vivere in un paese che punta alla riduzione del contagio o in uno che, come l’Inghilterra, ha pensato di reintrodurre principi di eugenetica usati dai nazisti per la soppressione di “inferiori” e “fragili”? Come cambia lo sguardo dalla finestra dell’Essere e da quella del non-Essere?

Queste domande mi assillano la mente, che si contorce nell’impossibilità di scambio pieno, di immersione fisica. Mi auguro che la fantasia comunicativa che sta esplodendo in questi giorni possa prepararci al mondo che abiteremo dopo la quarantena, comunque esso si ristrutturerà.

Milano, 26 marzo 2020
Elena Fusar Poli
Università degli Studi di Milano - La Statale

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Eccessi di libertà in tempi di quarantena

“Nella società individualistica, non solo l’universale si realizza attraverso l’azione dei singoli, 
ma la società è essenzialmente la sostanza dell’individuo” 
Theodor W. Adorno

L’esperienza dell’epidemia del nuovo coronavirus, dichiarata dall’11 marzo una pandemia da parte dell’OMS, ha fatto emergere, a livello del vissuto collettivo e non solo di un’interpretazione accademica, la dimensione sociale, economica e politica della malattia. 

Per gli antropologi che non sono in viaggio, l’emergenza ha ristretto l’esperienza del campo al salotto di casa e allo stesso tempo tutti i soggetti coinvolti condividono l’interesse per uno stesso oggetto, il coronavirus, e per le forme di comportamento volte ad affrontare il problema, vissuto come comune. Sebbene abbiamo ridotto le nostre interazioni reali, è aumentata la possibilità e il tempo di ascoltare diversi attori sociali che, attraverso la condivisione di idee, di meme, di citazioni, battute, di forme di attivismo legate alla salute, creano un nuovo linguaggio e forme inedite di comunicazione politica, sociale e affettiva. Questo nuovo linguaggio intreccia lo specialistico con il comune in una coralità di interventi, spesso cacofonici ma con un forte potenziale creativo. Questo tipo di campo prevede necessariamente uno sguardo in divenire, che ricorda la cadenza giornaliera del diario di campo. In pochi giorni, infatti si è passati da uno stile di vita normale a uno “stato di eccezione”, per citare un criticatissimo Agamben, in cui le regole, le norme e i decreti legge si aggiornano di continuo.


Questo virus e la sua velocità di propagazione data da un fattore R0 pari a 2,4 ha messo in breve tempo in seria difficoltà il sistema sanitario italiano. Non tanto la sua letalità quanto il tempo lampo con cui si diffonde in una grande quantità di individui rende necessari interventi d’urgenza per garantire le cure e i servizi per i malati di fronte a un numero limitato di letti in terapia intensiva, di respiratori, di personale sanitario. Le pratiche quotidiane degli individui devono necessariamente dialogare con terminologie sconosciute a molti e ci troviamo ogni giorno a cercare un posizionamento in un discorso insidioso.

Di fronte a una crisi bisogna prendere delle decisioni, bisogna fare delle scelte che siano razionalmente orientate e atte a salvaguardare gli individui e la società. Quando si parla di scelte ci si rivolge al comportamento, a idee di etica e di morale. Secondo l’antropologo Jarrett Zigon ci sono diversi ordini entro cui si circoscrive il mondo morale: l’ordine istituzionale; il discorso pubblico della moralità inteso come tutte quelle articolazioni pubbliche di credenze morali, concezioni e speranze non direttamente articolate da un’istituzione e la morale incorporata, intesa come un habitus che gli individui hanno per relazionarsi con gli altri e con la vita senza troppo riflettere. In alcuni momenti però la vita ci pone a situazioni critiche a cui bisogna rispondere con una scelta e Zigon le definisce “momenti etici”. Queste interruzioni alla norma forzano le persone a fare un passo indietro e fare scelte. 

Il coronavirus ha introdotto un “momento etico” che non coinvolge il solo soggetto individuale, ma l’intera società, anzi un insieme di società. Una pandemia è un problema globale. Di fronte a questa invasione il mondo si deve organizzare e fare scelte, in un campo di valori morali ampio e globale, che diventano progressivamente più determinate localmente da giusti comportamenti imposti dall’alto ed etiche individuali. 

Le istituzioni in campo, i soggetti morali, sono molteplici e a diversi livelli: l’OMS, l’organismo di controllo internazionale che monitora l’evolversi dell’epidemia e invia le proprie definizioni del problema e le linee guida da seguire per gli stati, e predispone una serie di norme di comportamenti dirette agli individui; poi ci sono gli stati che intervengono a seconda del progredire dell’epidemia all’interno dei propri confini, a seconda delle priorità costituzionalmente stabilite e di un sistema di valori nazionale (in Italia il governo, l’istituto superiore di sanità e la protezione civile diventano le istituzioni ufficiali); le regioni, a loro volta, si muovono a seconda del livello di diffusione dell’epidemia le possibilità del sistema sanitario territoriale.

Anche per quanto riguarda il discorso pubblico c’è un considerevole dispiegamento di soggetti fra cui i giornalisti, i rappresentanti di partiti politici che cercano di muoversi tra buon senso e propaganda; A questo si aggiungono i soggetti con la propria morale incorporata, in questo caso esperti, virologi, medici, infermieri, opinionisti, e la gente comune che su Facebook esprime le proprie idee. 

Le scelte da intraprendere sono numerose e avvengono quindi su più livelli, in un’arena complessa e trafficata con un’altissima intensità di negoziazione. Il coronavirus per la sua capacità di contagio e rappresentando un problema per il numero di rianimazioni limitato si esprime come un’ottima metafora culturale se si pensa che ci troviamo in un momento ad altissima concentrazione di valori morali diversi che disorientano di fronte a scelte che invece dovrebbero fatte con chiarezza razionale e allo stesso tempo in urgenza. Una grande libertà di scelta si riduce a poche e semplici questioni per esempio nel districarsi moralmente fra l’imperativo rapidamente diffusosi del #restareacasa e la difesa delle libertà personali. In questo momento decisivo siamo tutti disorientati e cambiamo idea repentinamente, in relazione con le decisioni prese dal governo.

Sui social e ancora nella vita sociale urbana a Como, dove vivo, se fino al 7 marzo 2020 la maggioranza dei punti di vista verteva sull’idea che chiudere i bar alle 18 era un’esagerazione, a partire dall’8 marzo con la promulgazione del decreto ministeriale DPCM con le misure di contenimento per la Lombardia e le province più colpite contro il diffondersi del Covid-19, c’è stato un consistente spostamento di opinioni, che si è rinforzato con l’allargamento a tutta Italia comunicato dal Presidente del Consiglio, il 9 marzo.  All’indomani del comunicato per un paio di giorni le opinioni, scevre di ogni criticismo, hanno iniziato a convergere in un atteggiamento attivista per cui le bacheche sono state invase dal nuovo hashtag #iorestoacasa e presto anche di intimidazioni verso gli “idioti” che non lo facevano. La dimensione razionale del giusto comportamento si è ridotta a semplici reazioni affettive come apprezzamento e colpevolizzazione, che però hanno avuto effetti in una drastica riduzione di persone in giro. Tale riduzione, a oggi, non si è dimostrata sufficiente e così le voci dal basso, canalizzate dai social hanno iniziato ad alzarsi.

Il 21 marzo 2020, l’equinozio ha portato nuove restrizioni con un nuovo decreto del Ministero della Salute che restringe ulteriormente le libertà di movimento delle persone: i parchi saranno chiusi, i controlli saranno intensificati e sarà possibile fare esercizio solo “in prossimità della propria abitazione”. Ancora però molti lavoratori sono costretti ad andare a lavorare. Da giorni imperversava sui canali social il dibattito sui “runner” e sulla loro irresponsabilità. Il senso comune del restare a casa si è esteso rapidamente al cercare l’untore e questa volta lo spazio libero del decreto precedente relativo all’attività sportiva svolta individualmente e nel rispetto della giusta distanza è stato criticato come il motivo della mancanza di risultati delle misure finora adottate. Il nuovo intervento del governo è stato così giustificato da una richiesta popolare dal basso e non, apparentemente, da reali motivi strategici. La gente, in un inedito spazio di libertà e di scelta creato dall’emergenza, ha chiesto di essere ulteriormente normata e il governo ha risposto in tal senso. Gli operai devono invece recarsi a lavoro e poco si sa sul controllo della sicurezza delle aziende che dovrebbero garantire le strutture e gli strumenti per la salvaguardia della salute dei propri lavoratori. Dal momento in cui parte un decreto le modalità e le tempistiche in cui le Asl regionali riescono a organizzare l’effettiva azione di controllo sono diverse ma queste sono tematiche che non trovano ampia visibilità sui media. Non è facile informarsi in un contesto di sovrabbondanza di notizie, ma mi chiedo se abbia senso mettersi all’inseguimento dei corridori. Il nuovo decreto ancora una volta pone agli individui diversi spazi di negoziazione all’interno di un concerto restrittivo: come intendere in termini legali la formula “in prossimità della propria abitazione”? Quanti metri sono la prossimità? A quale distanza scattano provvedimenti? Probabilmente dipenderà dalle interpretazioni locali. 

In questo campo intricato e multidimensionale che sembra togliere la libertà agli individui restituendo la condizione strutturata delle persone, si apre al contempo la possibilità di esplicitare la natura strutturante dei soggetti, ovvero la capacità di ognuno di partecipare alla costruzione di una nuova struttura, utilizzando i termini di Bourdieu. Intendendo la soggettivazione, con Michel Foucault, come processo di formazione del sé in un campo di possibilità, il momento etico che è venuto a crearsi con l’avvento del virus costringe gli individui a una serie di vincoli ben rappresentati dalle mura di casa, del comune o del proprio villaggio. Dall’altra parte offre un ampliamento di possibilità dei margini di azione in cui l’individuale implica il sociale e viceversa. Questo momento eccezionale prevede una distensione delle maglie intricate dei decreti in cui è possibile costruire il sé e allo stesso tempo la società. Un momento etico rappresenta una reale possibilità di cambiamento coinvolgendo la responsabilità di ognuno di scegliere quale direzione intraprendere. Se questo aspetto colmo di speranza, di tempo per pensare al futuro, sembra permettere uno sguardo ottimista sugli eventi drammatici che stiamo vivendo, ho l’impressione che nessuno sappia davvero dove andare. Siamo disorientati e lo siamo a casa nostra. Emergono due paradossi: in un momento di grandi restrizioni si ampliano i nostri margini di libertà e da questa libertà ci sentiamo al contempo sopraffatti.

Faggeto Lario (CO), 22 marzo 2020
Viviana Luz Toro Matuk
Uniludes Lugano Campus

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Cronache dal Dipartimento di Prevenzione #2

Stamattina mi alzo con in testa il pensiero delle telefonate da fare. Ho cercato di mettere a punto un planning della mia giornata: prima telefonate, poi un po’ di giardinaggio, pranzo, un film, telefonate, revisione di un articolo, ginnastica. In questo momento è così un po’ per tutti, in casa ci siamo io e mio figlio che ormai è grande, con le amiche e gli amici ci teniamo in contatto attraverso il telefono, skype, o altre piattaforme informatiche. 

C’è una calma strana, niente conflitti, l’obbligo di stare in casa sembra aver modificato le relazioni: dobbiamo sopportarci per tanti giorni e quindi in qualche modo corriamo ai ripari. Stiamo andando in letargo.
Faccio colazione con mio figlio che ascolta una lezione online del master, anche questa sembra diventata una consuetudine per tanti e naturalmente la preoccupazione dilagante è quella di aumentare le disuguaglianze. Chi non ha un computer, chi non ha una connessione, chi ha bisogno di sostegno come farà?

Arriva il tempo delle telefonate, stamattina chiamerò le persone che mi sono parse più in ansia o leggermente sintomatiche, nel pomeriggio le altre. 
Buongiorno sig. Bruno, come sta oggi? ha misurato la febbre? vuole domandarmi qualcosa? Ci sentiamo domani.
La sig.ra Maria mi racconta di essersi precipitata in Toscana dalla madre malata di Alzheimer e lì ha saputo di essere stata a contatto con una persona positiva e perciò messa in quarantena. Il centro diurno frequentato dalla madre è stato chiuso e quindi ora sono sole in casa. Oggi la madre è scappata e lei, non potendo uscire, ha chiamato i carabinieri che la stanno cercando. È molto preoccupata, si sente impotente. 
Il sig. Mario mi espone i suoi problemi: sono tutti in quarantena, lui e la sua famiglia a casa, la badante dalla madre che è morta pochi giorni fa. Si domanda: chi le porterà da mangiare, chi le comprerà le medicine in caso di bisogno? Lo rassicuro dicendo che la chiamerò immediatamente e mi assicurerò che possa avere tutto quello che occorre. Ci sono associazioni di volontari che possono fare la spesa a chi è in quarantena. in qualche modo il problema si può risolvere. Domani mi preoccuperò di trovare i contatti. In fondo il lavoro di rete mi è congeniale: metto in contatto persone e servizi da molti anni.
Un problema simile è quello che assilla la sig.ra Teresa: ha rotto il termometro, non può più misurarsi la febbre, un fatto banale in altri momenti, ma che oggi diventa drammatico. Lei è sola, ha paura di infettare vicini e parenti e quindi proverà a telefonare a una farmacia per capire se possono lasciarglielo sulla soglia di casa.
La soglia è diventata il luogo dello scambio: lì si lasciano i generi di prima necessità. La soglia protegge gli altri da sé. La soglia non può essere attraversata.


Ci sono poi intere famiglie in quarantena, la madre mi parla dei figli, il marito mi parla della moglie, molti chiedono cosa succederà dopo la quarantena. Non potranno fare molto di più di ciò che fanno adesso: siamo tutti reclusi. 
Il sig. Mauro mi domanda se potrà andare a vedere la sepoltura della madre, stara chiuso in macchina per non infettare nessuno. I funerali sono vietati, ma almeno la possibilità di poter accompagnare i propri cari deve essere concessa. 

È stata una giornata di parole, e mi viene in mente il discorso di Ivan Bargna all’apertura del Word Anthropology Day a Milano: ci sono lavori fatti di parole come quello dell’antropologo. Ebbene io uso la mia voce più che mai in questi giorni e dentro la voce c’è la consapevolezza degli obiettivi: sto cercando di capire, di aiutare e nello stesso tempo di riflettere su ciò che avviene.

Mi domando: sto facendo l’antropologa? Sto facendo l’educatrice? A volte questi due ruoli si confondono, non so se sono un’antropologa che ha incorporato un fare educativo o un’educatrice con competenze antropologiche. Ma forse tutto questo è poco importante. 
Direi che stiamo “inventando” la professione dell’antropologo con fatica ed entusiasmo allo stesso tempo.
Posso certamente dire che un fare quotidiano con l’altro che porti con sé un desiderio di ricerca costante, di comprensione della realtà, di riflessione sulla relazione è per me un fare antropologico.
Allora concludo questo diario con la consapevolezza che sto mettendo a frutto, anche in questo frangente, un saper fare che poggia le sue radici sia nella professione educativa che in quella antropologica.
Ma è nato prima l’uovo o la gallina?

Torino, 22 marzo 2020
Lucia Portis
ASL Città di Torino

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Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.