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Il distanziamento sociale [STUDENTS' CORNER]

Zona rossa, spazi e luoghi inaccessibili, distanze. Così si trasformano le possibilità di movimento nei tempi dell’emergenza sanitaria. Un ordine spaziale organizza un insieme di possibilità, per esempio tramite luoghi in cui si può circolare, oppure, se fissati da ordini costituiti, che limitano la circolazione. 

Per De Certeau (2001) il luogo è sempre un luogo di potere e di esclusione: in esso, prendono forma alcune configurazioni significanti, mentre altre potenziali ne vengono escluse. Al contrario, la nozione di «spazio» rimanda a un ambito di mobilità e di cambiamento, lo spazio è «un luogo praticato», è quello che succede ai nomi quando vengono utilizzati. Se lo spazio si produce dalla moltitudine delle relazioni sociali che ne mettono in evidenza il significato e la funzione, le regole imposte da un sistema (istituzionale, sociale, politico, sanitario, etc.) marginalizzano l’esistenza degli individui. 

Il perimetro lodigiano, nel quale abito e vivo, è stato il primo a sperimentare l’obbligatorietà di una condizione di restrizione, anche di confine. La contiguità e l’“attraversamento” non si sono più potuti esprimere a causa di una forzata demarcazione che ci ha separato dagli altri.  «Se l’umanità appare impegnata a “costruire confini” …, il compito dell’antropologia consiste nello studio di come ciò avvenga e di quali effetti la presenza di tali confini abbia per la vita dei gruppi umani» (Fabietti, 2005).


Questa condizione di delimitazione è stata estesa - per la velocità con il quale il virus Covid 19 si è diffuso - a tutto il Paese, prevedendo una serie di obblighi e di norme che limitano e regolano gli spostamenti nei e tra i vari territori. La complessità delle pratiche quotidiane legate agli spazi, il movimento di corpi, i percorsi nello spazio, e degli abitanti ci invita a ri-pensare, nel momento di emergenza sanitaria, il concetto di libertà. 

In questi giorni le amministrazioni locali indicano, obbligatoriamente, ai loro cittadini di adottare comportamenti imprescindibili per contrastare il propagarsi di una forma virale sconosciuta, limitando fortemente la libertà individuale attraverso forme di controllo anche tecnico-sanitario, a un bio-potere. Nella sua analisi, Foucault, individua una trasformazione del potere che è avvenuta in età moderna. Il bio-potere adotta una serie di dispositivi, come potere non di morte, ma sulla vita «si potrebbe dire che al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere nella morte» (Foucault, 1978). Di assunzione della vita nei confronti di soggetti considerati “esseri” viventi. «Il “diritto” alla vita, al corpo, alla salute, alla felicità, alla soddisfazione dei bisogni, il “diritto” a ritrovare, al di là di tutte le oppressioni o “alienazioni”, quel che si è e tutto quel che si può essere…» (Foucault, 1976).

Accanto al concetto di libertà vi è quello di scelta. Scegliere se essere individui responsabili non solo nell’accettazione di regole imposte e di limitazioni ma per affermare una “esistenza” etica e per il bene collettivo. 
Il filosofo e biologo Maturana adotta una prospettiva autopoietica ai sistemi viventi considerati non più solo e puramente biologici bensì associativi, e conferisce un’autonomia d’azione ai portatori di creazione umana, ossia  di autopoiesi (da lui coniato partendo dalla parola greca auto, ovvero se stesso, e poiesis, ovvero creazione) le cui condotte  «influiscono  significativamente  sulle  vite  di  altri  esseri umani e, quindi, hanno significato etico» (Maturana e Varela, 1985). 
La libertà pertanto è coscienza e auto-conduzione: «Per conservare il nostro star bene dobbiamo, perciò, rispettare noi stessi, ma anche rispettare la nostra stessa responsabilità nella generazione e conservazione dello star bene, come uno spazio di ecologia umana in armonia con tutti gli altri esseri viventi» (Maturana e Davila, 2009).
La poiesis di Maturana è innovazione sociale nella misura in cui stabilisce e riallaccia nuove forme di relazione e nuovi modi di vivere e di praticare il tempo.

Foucault definisce con il concetto di eterotopia (1984) un contro-luogo, uno spazio privilegiato, dove il tempo assume connotazioni diverse: «Luoghi che sono assolutamente “altri” rispetto ai luoghi che li riflettono e di cui parlano». Qualcosa che si differenzia dai codici specifici delle convenzioni sociali. «L’eterotopia ha il potere di giustapporre in un unico ruolo reale diversi spazi, diversi luoghi che sono tra loro incompatibili». Che possono essere anche immaginati e personali, soprattutto necessari. 

Un invito ad appropriarsi di tempi e spazi non più solo come dimensioni praticate, come il camminare costruendo la trama dei luoghi così come pensato da De Certeau, ma rivitalizzare uno spazio-tempo tramite il lavoro d’immaginazione. Così come stanno facendo gli italiani in questi giorni di forzato distanziamento sociale appropriandosi in modo creativo di aree domestiche come la finestra, l’orto, il balcone, il sottotetto e i terrazzi.
Affermando un senso comunitario  e una capacità di resistenza e sopravvivenza psicologica.

Lodi, 28 marzo 2020
Maria Paola Spagliardi
Studentessa del Corso di Laurea in Scienze Antropologiche ed Etnologiche 
Università Milano Bicocca

Continuiamo con questo post la pubblicazione dei contributi ricevuti da studenti e studentesse di antropologia interessati a condividere il loro punto di vista sulla situazione che stiamo attraversando. Il blog intende così proporsi come uno spazio di ascolto e confronto tra studiosi che si trovano in fasi diverse del loro percorso formativo e professionale.

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Stare dentro i fatti e curare i vuoti che lasceranno

È come un viaggio indietro nel tempo. Del resto, l’antropologia ti riporta sul campo infinite volte, anche quando è ormai concluso, riproponendo nuovi interrogativi e nuove connessioni. Mi sono resa conto di quanto i momenti bui di oggi in Italia mi riportino a quelli di ieri vissuti durante il mio lungo campo in Burundi nel 2015. Beninteso, ci sono enormi differenze tra le due situazioni, ma dal mio personale punto di vista l’accostamento è inevitabile, perché sono gli unici due casi in cui ho sperimentato una quotidianità seriamente troncata e per certi versi surreale.


Mi capita spesso in questi giorni di sentirmi come risucchiata nello spazio e nel tempo e ritrovarmi catapultata nelle strade di Bujumbura. Mi occupavo di violenza nelle sue molteplici sfaccettature - ma con particolare attenzione a quella politica - e di come essa, da un punto di vista antropologico, si ripercuoteva sulla collettività in contesto urbano, obbligando sostanzialmente gli individui a ripensare il quotidiano sulla base di strategie di resistenza. L’etnografia fu molto più densa di quanto mi aspettassi. La grave crisi politica che investì il paese nel 2015, innescata da elezioni presidenziali estremamente controverse, trasformò la capitale in uno spazio di violenza che paralizzò completamente le pratiche quotidiane e impose forti restrizioni alla libertà delle persone sotto tutti i punti di vista.

La violenza in Burundi è un fenomeno strutturale, non occasionale, e per capirne le ragioni e le peculiari forme che ha assunto nel tempo bisognerebbe partire dalle devastazioni operate dai colonizzatori europei. In questa sede, tuttavia, mi basta dirvi che il continuum della violenza in Burundi ha prodotto una certa consuetudine, costringendo a fare i conti con la morte in maniera piuttosto frequente. Nei momenti peggiori, quando non ci si trova soltanto di fronte alla sospensione delle normali attività quotidiane, ma alla sospensione dei diritti fondamentali dell’uomo, la morte e l’orrore sono tangibili nella vita di tutti i giorni. È il terrore generato da questa sospensione che svuota le strade, immobilizza il quotidiano e inebetisce di fronte a corpi torturati o svaniti nel nulla, la cui assenza imprigiona i vivi in un’agonia perenne. L’impossibilità di ritualizzare la morte è una cosa seria e causa di gravi ripercussioni psicologiche. 

I miei diari di campo sono pieni di testimonianze e riflessioni sulla “gestione della morte”, e rileggendole in questi giorni mi hanno fatto pensare a quanto sarà difficile, anche qui, gestire la morte di persone che stiamo contando una dopo l’altra senza poterle raccontarle perché sono tante, repentine, ravvicinate nel tempo. Queste morti sono troppo dolorose per chi non ha potuto viverle da vicino assistendo i propri cari che, così, se ne sono andati via in solitudine. La violenza del virus negherà inoltre a parenti, amici e a tutti quelli che avrebbero voluto farlo, di stringersi attorno a quei corpi e metabolizzarne la dipartita. 

Qui non ci sono colpi stato e colpi d’arma da fuoco a mettere a rischio la nostra vita obbligandoci dentro le mura di casa, c’è la violenza della malattia. L’antropologia spesso ci porta lontano, ci permette di costruire connessioni e riflettere sulle diverse forme di umanità, sulla struttura che si sono date, su come hanno deciso di abitare gli spazi, organizzare il tempo, suddividere i ruoli, su come hanno imparato ad adattarsi a situazioni ostili e molto altro, per poi riportarci a casa più consapevoli. Sull’adattamento a situazioni ostili, comprese quelle che per un motivo o per un altro mettono a serio rischio la vita dell’individuo e della collettività, questa inedita emergenza ci porrà inevitabilmente di fronte alla necessità di curare una sofferenza nuova, almeno nella forma che sta assumendo. Soprattutto nelle zone più colpite, le pagine dei necrologi sono state paragonate a bollettini di guerra, drammaticamente stracolme di nomi, cognomi e piccoli volti in fotografia. La solitudine in cui sono sprofondate ormai più di 5.400 persone in Italia e lo strazio di chi rimane a galla, dovranno far pensare a cure adeguate e a riparazioni simboliche del trauma.

Questo distanziamento, non solo tra i vivi, ma anche tra i vivi e i morti, che ha impedito la cura dei legami e creato vuoti, sarà un punto su cui lavorare. 

Torino, 23 marzo 2020
Marta Mosca
Dottorato in Scienze Psicologiche, Antropologiche e dell'Educazione
Università di Torino

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Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.