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Pandemia, ecosistema e antropologia. Riflessioni a partire da "Antropologia dei microbi" [STUDENTS' CORNER]

Nel corso della quarantena ho avuto l’opportunità e il piacere di leggere il nuovo libro di Roberta Raffaetà, Antropologia dei microbi. Come la metagenomica sta riconfigurando l’umano e la salute. Si tratta di un’etnografia svolta fra il 2014 e il 2020 presso un laboratorio di metagenomica, il Segata Lab del CIBIO (Center for Integrative Biology) dell’università di Trento. Con metagenomica si intende “[…] lo studio di comunità microbiche nel loro ambiente naturale (in-vivo) che si basa su tecniche avanzate di sequenziamento del DNA dei membri della comunità microbica che si vuole studiare” (Raffaetà, 2020, p.37), in parole più semplici, si tratta dello studio dei microbi, l’oggetto principale del libro. Per quanto riguarda l’obiettivo della ricerca, l’autrice sottolinea come il suo intento fosse studiare cosa significhi essere umani dalla prospettiva microbica.

Il motivo per cui ho deciso di commentare la lettura di Antropologia dei microbi in questo blog è che ritengo che il suo contenuto sia importante per tre motivi fra loro correlati: 1) può fornire una nuova e interessante chiave di lettura alla pandemia in corso, 2) può aiutare ad aumentare la consapevolezza rispetto all’ecosistema che abitiamo e 3) può stimolare riflessioni che portino alla luce sfumature non ovvie dell’antropologia e del lavoro antropologico.

La prima volta che ho letto la dicitura “antropologia medica” fra i vari corsi in programma previsti dalla magistrale in Scienze antropologiche ed etnologiche della Bicocca sono rimasta stupita e mi sono chiesta in che modo antropologia e medicina potessero centrare l’una con l’altra. Credo che questo stesso stupore e questa stessa domanda possano essere suscitati dall’accostamento fra i termini “antropologia” e "microbi”, il cui rapporto è ancora meno intuibile di quello fra antropologia e medicina. Lo stesso Prof. Simonicca, che ha scritto la presentazione del libro, parla proprio di spaesamento nei confronti dell’accostamento di una disciplina che studia gli esseri umani e di qualcosa che è nel dominio di una disciplina che studia le entità biologiche. A questo punto è lecito chiedersi esplicitamente: cosa c’entrano i microbi con l’antropologia? Cosa vuol dire “studiare gli esseri umani dalla prospettiva microbica”? E cosa c’entrano i microbi con la pandemia di COVID-19? Le risposte a queste domande si implicano a vicenda in una logica relazionale e per fare chiarezza comincerò nel definire cosa sono i microbi, rielaborando quanto contenuto nel libro di Raffaetà.

Meglio conosciuti nel linguaggio comune come “batteri”, i microbi sono organismi viventi di dimensioni microscopiche e generalmente unicellulari. Nel dibattito scientifico contemporaneo, i microbi vengono distinti in procarioti, che si dividono a loro volta nei sottogruppi batteri (o eubatteri) e archea ed eucarioti. Ciò che è interessante per una lettura diversa della pandemia è che di questo mondo microscopico fanno parte anche i virus, entità biologiche parassitiche che hanno necessità di almeno una cellula per potersi riprodurre. I microbi, dunque anche i virus, si trovano dappertutto, anche attorno e dentro a noi e possono essere causa di pandemie, così come rivelarsi preziosi alleati per la salute umana. Di conseguenza, come spiega in modo chiaro Raffaetà (2020) esplicitando la linea che ha guidato e guida tutte le sue ricerche, ciò significa che la salute non è solo la proprietà di un corpo, ma emerge da una rete di relazioni. Seguendo questo ragionamento, non è corretto pensare al COVID-19 come ad un corpo estraneo (Ferrari, Guigoni, 2020) arrivato dal nulla, che ha provocato da solo questa situazione, perchè non è un elemento esterno o nemico del nostro ecosistema, ma qualcosa che ne fa parte e che ci ha ricordato che gli esseri umani sono una specie indissolubilmente legata alle altre (Quammen, 2012).


Ciò che ci ha fatto ammalare è l’interazione del virus con una serie di fattori umani e sociali e solo a partire dalla presa di coscienza che condividiamo lo stesso mondo si può avviare un processo per mantenerne gli equilibri. Sebbene il lavoro di Raffaetà sia iniziato ben prima della pandemia, l’autrice nel suo libro manda un messaggio molto attuale. Infatti, l’antropologa insiste sull’urgenza di arrivare a questa presa di coscienza e suggerisce di considerare la salute in un’ottica ecosistemica, intendendo con questo di considerarla nella visione più ampia della convivenza: è importante cominciare da subito ad “[…] interrogarsi [su] come è possibile vivere bene insieme in un mondo in cui, volenti o nolenti, siamo tutti implicati in un intreccio di relazioni con umani e non-umani” (Raffaetà, 2020, p. 26). Questo significa che i microbi vanno presi sul serio, perchè il loro destino “[…] è strettamente legato al nostro” e “forse è il momento di cominciare a considerare le modalità di questa co-abitazione con maggiore serietà e responsabilità” (Raffaetà, 2020, p. 30). Per potere effettuare tale operazione, Raffaetà ci dice che è necessario integrare diversi sguardi e diverse sensibilità disciplinari ed è quanto ha fatto con la sua ricerca. Infatti, il campo si è svolto in mezzo a biologi e biologhe e bioinformatici e bioinformatiche che si occupano di metagenomica: li ha studiati come se fossero una tribù, osservandone le pratiche ed imparando il loro linguaggio. La necessità di istituire una collaborazione fra le cosiddette “scienze dure” e le “scienze umane” è la spina dorsale che percorre tutto il testo e, a mio parere, l’autrice ci ha mostrato attraverso il suo approccio applicativo, che non solo questa collaborazione è auspicabile, ma che è anche possibile, a patto che ci sia un “[…] riconoscimento e rispetto delle [reciproche] differenze” (Raffaetà, 2020, p. 255).

Da qui uno dei motivi per cui, secondo me, questo libro ha una portata innovativa in termini di lettura e comprensione della pandemia. Nell’antropologia italiana non c’era ancora uno studio simile, che mostrasse come un’alleanza fra scienze, in questo caso fra antropologia e metagenomica, oltre a rendere ancora più evidente come la loro separazione sia costruita tanto quanto quella fra natura e cultura (Descola, 2005), possa produrre una conoscenza molto più ricca e democratica. Chi più di coloro che nelle scienze naturali studiano i microbi può aiutarci a capire qualcosa di questi microorganismi? E chi più degli scienziati sociali può aiutare a calare le loro ricerche nella società? La prima fase dell’epidemia ci ha mostrato chiaramente che l’attuale modo di procedere, ovvero la separazione tra le scienze sociali e le scienze naturali con le prime che si limitano alla critica nei confronti delle seconde, non funziona: è stata affrontata in una dimensione di panico perché ci ha posto domande complesse a cui non sapevamo rispondere e che tutt’ora non hanno risposta, perché, come l’autrice mostra nel libro, nessuna scienza è in grado di fornirla in modo definitivo. In fondo, come fa notare Raffaetà, non ci è nemmeno possibile poter comprendere completamente il mistero della natura, ma, forse, rileggendo la situazione in un’ottica ecosistemica e cominciando un serio dialogo interdisciplinare, i rapporti fra umani e non-umani potranno essere ridiscussi e sarà anche possibile ripensare la salute in modo non antropocentrico, ovvero in un’ottica di “umanismo critico” (Raffaetà, 2020, p. 263).

Un umanismo critico inteso come uno scostarsi dall’antropocentrismo è quanto mai necessario, dal momento che, come scrive l’autrice citando il biologo Stephen Jay Gould, la Terra è sempre stata nell’epoca dei batteri e “[…] i microbi sono entità estremamente più resilienti ed essenziali alla vita di noi” (Raffaetà, 2020, p. 255). Oggi la biologia computazionale è un’alleata preziosa per avviare questo processo, dal momento che ci offre gli strumenti per misurare le interconnessioni che caratterizzano il nostro ecosistema. L’antropologia ha bisogno di queste misurazioni quanto queste misurazioni hanno bisogno dell’antropologia per essere interpretate, dal momento che i numeri dipendono dal contesto e “[…] sviluppare la capacità di leggere i numeri al di là di essi e comprendere i processi e le logiche della ricerca scientifica è essenziale e rappresenta un potente antidoto al diffondersi di bufale che polarizzano e semplificano la situazione, spesso manipolando l’opinione pubblica” (Raffaetà, 2020, p. 257).

La questione delle bufale è particolarmente attuale e riguarda da vicino le discussioni attorno alla pandemia, specialmente nella dimensione del digitale. Anche in questo ambito, l’approccio antropologico potrebbe avere molto da dire, relazionando l’enorme numero di dati quantitativi che sono stati riversati attraverso i media nel corso della pandemia alle loro interpretazioni e problematicità (Ferrari, Guigoni, 2020), ma non senza una negoziazione e una collaborazione con chi lavora con il linguaggio digitale e i suoi strumenti. Dico questo perché sto provando personalmente la necessità di comprendere come integrare lo sguardo antropologico che ho appreso nel corso della mia formazione e la prospettiva di chi lavora in un altro ambito, nel mio caso quello del digitale. In questo periodo sto seguendo un corso in digital curation e spesso, quando intervengo a lezione, le questioni che sollevo mettono in difficoltà gli interlocutori, a volte non ricevo risposta, o la ricevo a fatica. In generale, l’impressione è che ognuno rimanga semplicemente sulle sue posizioni. Ho cominciato a chiedermi quale fosse il problema e la soluzione a cui pian piano sto arrivando, e che questo libro ha contribuito ad ispirare, è che devo sforzarmi a non limitarmi a decostruire quello che gli altri dicono, ma devo proporre anche soluzioni per ricostruire. L’unico modo per fare questo è, assieme al criticismo, comprendere anche quanto hanno da offrire altre discipline e avviare un confronto democratico, aperto e costruttivo.

Il caso della pandemia ha mostrato con forza quanto sia necessaria una correlazione fra discipline: il modo in cui pensiamo alle epidemie e al contagio riflette un modo culturalmente determinato di intendere la relazione fra umani e non-umani e il virus stesso mette in crisi i fondamenti della biopolitica contemporanea, “[…] ovvero la distinzione tra vita e non vita e l’assunto vitalista in base al quale costruiamo le nostre gerarchie ontologiche e di valore” (Raffaetà, 2020, p. 260), perché gli stessi biologi e biologhe dibattono se il virus debba essere definito come un essere vivente o meno. Raffaetà ci dice che tutto questo mostra come la pandemia e anche la crisi ambientale pongano questioni etiche e morali sul modo di relazione all’interno dell’ecosistema e sul come immaginiamo queste relazioni. Questo è ciò che significa comprendere cosa significhi essere umani dal punto di vista dei microbi.


Il secondo motivo per cui questo libro è innovativo è che ha aperto la strada per indagare l’antropologia della scienza anche in Italia e di conseguenza ha scavato un primo sentiero per tutti gli/le studenti e studentesse, i/le giovani antropologi e antropologhe e anche per gli/le antropologi e antropologhe più esperti per poter percorrere questo tipo di studio senza partire da zero. Facendo questo, secondo me, ha dato anche la possibilità di riflettere ulteriormente su cosa sia un/a antropologo/a e in cosa consista il suo lavoro. Nello specifico, trovo che lo spaesamento che il Prof. Simonicca e quello che può provare un/una giovane antropologo/a nel vedere accostati i termini “antropologia” e “microbi” siano legati ad una questione che tormenta, se non tutti gli/le antropologi e antropologhe, almeno quelli/quelle alle fasi iniziali: definire cosa sia un/una antropologo/a e soprattutto far capire agli altri cosa fa e a cosa serve, specialmente quando si cerca di accedere al mondo esterno all’Accademia. Non posso certo parlare per tutti/e gli/le antropologi e antropologhe, ma credo che in molti si ritroveranno nella situazione in cui ci si presenta professionalmente. La reazione degli interlocutori nel sentire la parola “antropologo/a” varia da sorpresa/imbarazzo, perché non si sa di cosa stiamo parlando, all’esclamazione: “Ah! Quello/a che studia le ossa!”. Sebbene non tutti/e gli antropologi e antropologhe possano essere interessati allo studio della scienza, ciò che secondo me dovrebbe accomunarci tutti/e è che abbiamo la necessità di capire e saper comunicare in modo chiaro chi siamo e quale sia il nostro ruolo, tanto più se vogliamo poter dare un contributo alla società e al discorso sulla pandemia. Il libro di Raffaetà ci dà degli spunti interessanti in questo senso.

Antropologia dei microbi ci ricorda che la biologia è legata a doppio filo alla cultura, che le nostre interazioni con questi microrganismi sono culturali e questo apre moltissimi scenari al lavoro antropologico: ci dice che possiamo occuparci anche di qualcosa che apparentemente sembrava non appartenere al dominio della “nostra scienza” e ci dice che la nostra conoscenza e i nostri strumenti, uniti a quelli delle scienze naturali, possono costruire un ponte fra discipline. Nicola Segata, il coordinatore del Segata Lab, che ha scritto la prefazione del libro, sottolinea che il suo laboratorio fosse già predisposto alla multidisciplinarità, ma “il salto all’antropologia è di gran lunga più spericolato e richiede un’elasticità a cui non eravamo avvezzi nel perimetro della nostra multidisciplinarità […]” (Raffaetà, 2020, p. 16). Trovo che questo salto spericolato sia lo stesso che Roberta Raffaetà ha fatto verso le scienze naturali e con questo sforzo ci ha detto, così come esplicita nella conclusione del libro, che gli/le antropologi e antropologhe possono anche frequentare le frontiere interdisciplinari, perché la cultura si nutre di interdipendenze.

Gli antropologi e le antropologhe quindi possono osare questo salto spericolato e, secondo me, tale opportunità non solo incoraggia i giovani a portare il loro bagaglio antropologico ovunque la vita li porterà, ma di fatto dice loro che possono avere accesso e portare contributi importanti in tutti gli ambiti che possono essere di loro interesse. Raffaetà ci ha fatto vedere che è possibile studiare gli scienziati e le loro pratiche con gli strumenti dell’antropologia, come se fossero una tribù, e credo che quello che ha fatto lei sia applicabile anche in altri ambiti, come all’interno del digitale citato sopra o di un’azienda, ad esempio.

Da qui l’altro grande contributo che il salto dell’autrice ha dato ai/alle giovani antropologi e antropologhe e non solo: la collaborazione è preziosa e possiamo imparare tantissimo da altre discipline. Personalmente ho trovato di grande ispirazione l’ambito della metagenomica: nonostante esista una grande competizione tra laboratori, esiste anche una forte etica che si basa sulla condivisione di informazioni. Per esempio, il Segata Lab sviluppa strumenti che vengono utilizzati anche da altri scienziati e, i ricercatori gioiscono se altri riescono a fare delle grandi scoperte grazie agli strumenti da loro offerti. Inoltre, la metagenomica è anche molto onesta nel riconoscere che è esposta a moltissimi errori, dati dalla difficoltà di gestire milioni di comunità microbiche simultaneamente. Questo atteggiamento, definito da Raffaetà di “affascinata umiltà”, si accompagna ad una serie di pratiche nello studio dei microbi che richiedono un riduzionismo necessario: hanno troppi dati su cui lavorare e curarsi anche della dimensione socio-politica va oltre le loro capacità. Guardando il riduzionismo dal punto di vista della metagenomica si capisce la sua logica. Al tempo stesso, però, i bioinformatici e le bioinformatiche e i biologi e le biologhe del Segata Lab attraverso il dialogo con un’antropologa hanno riconosciuto quanto la dimensione politico-sociale sia importante e come potrebbe essere integrata nei loro studi, come osserva Nicola Segata nelle ultime righe della sua prefazione: “E con questa mia nuova sensibilità sul valore di come siamo visti e interpretati, piuttosto che per come definiamo noi stessi quello che facciamo e la materia che studiamo, sembra quasi che “l’antropologia dei microbi” mi abbia già influenzato più di quanto credessi” (Raffaetà, 2020, p. 17).

Alla luce di quanto detto fino ad ora, Antropologia dei microbi di Roberta Raffaetà fornisce degli strumenti fondamentali per riconsiderare il nostro ecosistema, specialmente in un’ottica post-COVID-19: sebbene il libro mostri che la collaborazione non è sempre facile, solo a partire dalla consapevolezza che insieme, con le differenze che ci caratterizzano e che danno ricchezza al dibattito, si potrà produrre una conoscenza che ci permetterà di capire meglio questa pandemia, di convivere con le sue conseguenze e soprattutto tornare a convivere consapevolmente con i microbi all’interno del nostro comune ecosistema.

Descola P. (2005), Oltre natura e cultura, ed. it Nadia Breda (a cura), Firenze, SEID Editori
Ferrari R., Guigoni A. (2020) (a cura), Pandemia. La vita quotidiana con il Covid-19, M&J Publishing House
Quammen D. (2012), Spillover, Milano, Adelphi
Raffaetà R. (2020), Antropologia dei microbi. Come la metagenomica sta riconfigurando l’umano e la salute, CISU, Roma
Raffaetà R. (2020), Una prospettivaantropologica sui virus, da «Aspenia Online»


Milano, 1 giugno 2020
Francesca Esposito
Laureata in Scienze antropologiche ed etnologiche
Università degli Studi Milano-Bicocca

Continuiamo con questo post la pubblicazione dei contributi ricevuti da studenti e studentesse di antropologia interessati a condividere il loro punto di vista sulla situazione che stiamo attraversando. Il blog intende così proporsi come uno spazio di ascolto e confronto tra studiosi che si trovano in fasi diverse del loro percorso formativo e professionale.
Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Note da Maputo #3. Una riflessione sul futuro della cooperazione sanitaria post Covid-19 // FASE 2

La situazione della pandemia in Mozambico è in lenta evoluzione dovuta ad una impossibilità tecnica del paese di testare le persone e quindi di comprendere la reale entità del problema nel paese. Ad oggi esiste un unico laboratorio in tutto il paese in grado le leggere il test, la distribuzione dei kit è di poche decine per provincia e il test, una volta effettuato, richiede anche giorni per arrivare nella capitale, rischiando di compromettersi. Stiamo lavorando per la realizzazione di laboratori in ogni provincia e con centinaia di attivisti per fare informazione nelle comunità e per stabilire un sistema di vigilanza epidemiologica in modo da arrivare capillarmente nelle aree più remote.

Le difficoltà sono molteplici e di diversa natura, dalla carenza di materiale protettivo (tutta l’Africa, direi, ha optato per produrre mascherine fatte in casa, di efficacia parziale ma esteticamente convincenti), alle credenze erronee che si sono diffuse (malattia dei “bianchi”, dei “cinesi”, proteggersi è inutile perche’chi ha la pelle nera è immune..) e di carattere organizzativo-gestionale; i passaggi burocratici necessari per qualsiasi attività che invece dovrebbe essere rapida sono molteplici e rigorosamente ottemperati a tutti i livelli, dal ministero sino al più recondito comitato politico di villaggio, riflettendo un dovere di collegialità avvertito come elemento unificante necessario per la stabilità e la coesione sociale, in un paese mai completamente pacificato e dove chiaramente qualsiasi elemento di criticità assume immediatamente una valenza politica e si presta a strumentalizzazioni.


Il coordinamento tra i molteplici attori internazionali è frammentario e poco lineare, riflettendo agende politiche, piani di lettura e priorità differenti. E’ dalla posizione privilegiata di operatore attivamente partecipante e partecipato che germina una riflessione su come evolverà il panorama della cooperazione internazionale sanitaria quando l’emergenza sarà superata.
Quali modelli, priorità e strategie prevarranno nel prossimo futuro è un tema irrinunciabile per provare a tracciare degli scenari che, per quanto complessi, possono darci indicazioni fondamentali per interpretare (e attrezzarci di conseguenza) le dinamiche e I discorsi relativi al campo semantico dello “sviluppo” e della salute globale.

Sporcandosi le mani nel lavoro quotidiano, possiamo riconoscere e presentare alcuni elementi rilevanti; se gli “obiettivi del millennio”, il cui ciclo si è concluso nel 2015, identificavano ben 3 obiettivi su 8 in totale come priorità specificatamente sanitarie (gli obiettivi 4,5 e 6, volti alla riduzione della mortalità infantile, quella materna e alla lotta a HIV-AIDS, malaria ed altre malattie) con un impianto teorico e analitico inequivocabile nella sua immediatezza, così come nel fornire ai grandi organismi donatori internazionali indicazioni di investimento inequivocabili, gli “obiettivi sostenibili del millennio” (la prospettiva temporale arriva al 2030) vedono “solo” un obiettivo dedicato ad impattare su indicatori sanitari, il numero 3 volto a promuovere “buona salute e benessere” a tutta la popolazione mondiale. Il suo pronunciarsi accostando “salute e benessere”, se dà vigore ad una interpretazione ampia del concetto di “salute” e dunque apre una rivisitazione ad un rinnovamento di alcuni paradigmi deterministici, circoscrive un arretramento della sanità in sè nell’arco delle priorità planetarie percepite a favore di un programma che vede nella necessità di un riequilibrio tra ecosistemi e impronta umana la propria cifra distintiva.


La pandemia che stiamo faticosamente attraversando pone tutti noi di fronte all’evidenza dell’inadeguatezza strutturale di molti paesi ad affrontare emergenze sanitarie di questa portata. Se tale considerazione può essere tragicamente letta e ritagliata pensando in primis all’Italia (dove però le carenze e le conseguenze derivano da scelte di politica sanitaria degli ultimi trenta anni e da un modello di società che vede nel malato il cliente di un servizio), in Africa e in Mozambico derivano dalla assoluta fragilità del sistema sanitario nella sua totalità, in un paese ancora agli ultimi posti nell’indice di sviluppo umano e che presenta uno dei maggiori indici di Gini del pianeta.

Quali elementi sapranno trarre gli organismi impegnati nella definizione e nell’analisi della salute globale, e quali traiettorie seguiranno le strategie dei paesi in materia di sanità sono temi fondamentali che sebbene ad oggi potrebbero sembrare prematuri, potrebbero comportare scompensi nella già carenti risorse ad oggi disponibili per occuparsi di problemi di minore visibilità emotiva e di minor pericolisità in termini di diffusione ma che impattano in modo decisivo sul futuro dei paesi che ne sono affetti. Le malattie croniche e le malattie mentali sono recentemente state riconosciute dal Organizzazione Mondiale della Sanità come le “pandemie silenziose” del continente africano nei prossimi decenni, come ancora, tra altre, la malnutrizione cronica che comporta il mancato pieno sviluppo delle facoltà cognitive del bambino rappresentando un peso immenso per le generazioni future e le aspettative di “crescita” di molti paesi… o ancora la mortalità neonatale che in Africa rimane un indicatore centrale nel leggere la diseguaglianza nell’accesso a servizi sanitari equi e di qualità…temi sui quali I paesi stavano lentamente iniziando a dedicare risorse e pianificando, inserendoli nelle agende politiche e nei piani strategici; ora si rischia un arretramento dell’attenzione dedicata a queste a favore di investimenti volti ad affrontare presenti e probabili future emergenze.

E’ evidente che, per quanto assolutamente auspicabili, provvedimenti e strategie volte a contrastare le emergenze risponde a criteri e meccanismi altri rispetto a quelli necessari ad impegnarsi contro le “pandemie silenziose”, lasciando tutti noi ad interrogarci sui possibili scenari futuri della cooperazione sanitaria, sul suo ruolo, funzione, autonomia, possibilità di contribuire.
E’ questo chiaramente solo un tassello di un riflessione ampia ma doverosa su come cambierà la cooperazione internazionale dalla sua dimensione attuale, non solo in ambito sanitaria, e quali toni assumerà nell’opinione pubblica l’investimento pubblico per la cooperazione, in un paese come l’Italia ferita gravemente dalla pandemia e che si prepara ad affrontare un crisi economica di proporzioni ancora non immaginabili.

Qui due video (filmato 1 e filmato 2) per un approfondimento sulle attività di Medici con l'Africa CUAMM in Mozambico durante il periodo dell'epidemia da Covid-19.


Maputo (Mozambico), 14 maggio 2020
Edoardo Occa
Medici con l'Africa CUAMM
Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale (DACS)
Università di Milano Bicocca

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Your Responsibility to Practice Mutual Care is Far Greater Than Your Need to Panic Hoard or Buy Guns

Mediated through the video chat screen, my smiling partner-in-crime lifts his glass of wine in a toast from far across the Atlantic Ocean. This fleeting moment of loving happiness, however, is indicative of anything but an ordinary transnational video call. I write this as my husband, a senior medical practitioner, and surgical ward director in the red zone, quarantined city of Milan, continues to work over-time for weeks on end in the midst of one of the largest global COVID-19 outbreaks outside of China. Italy is home to world-class doctors and specialists, and it has documented more than 2900 deaths in a single month, with a spike of nearly 500 fatalities in a single 24 hour period this week. The last four weeks have been agonizing for my family: for all that remains unsaid of the grief and loss that mounts daily, for worry over a nation I call my second home, for our mutual health, and for fear that we don’t know when we might see each other again given the latest travel bans and strict social and physical quarantines in place, including armed blockades in Italy. Our conversations are intended as light-hearted to keep our spirits high—we play guitar or piano, we sing, dance, cook, tell jokes, debate and argue, and sometimes, for a brief moment, we catch ourselves laughing together as we once did, bellies full, heads thrown back, eyes squinting with mirth and a cautious hope that all could be well again someday, somehow. But the losses are always there at our backs, lurking quietly in the darkest corners, waiting to resurface. Inevitably, these moments are also time to find out how many more have died in the ward overnight, how many new staff have been infected, how many respirators might have opened up for a fleeting moment before going back to use again on a new patient. Today our conversations circle to Bergamo—a breathtaking mountain town just outside of Milan. Yet, we speak not of its spectacular views, shops or restaurants, but of its rising death counts. Coffins line the morgues and church. Dozens and dozens of military trucks have been called in to transport the endless waves of cadavers for cremation or burial elsewhere as hospitals and funeral services are overwhelmed with the sudden death spikes. Now is the time for grief and loss to be our guides here in the United States. 

In translating and naming the unspeakable, I call on those not yet effected by COVID-19 to act in mutual aid and care for our community members. Your responsibility to do so immediately and posthaste outweighs any rogue acts of individualism we see on the news or spiraling across social media. There is no need to panic purchase and hoard. The grocery stores will stay stocked, just as they have in even the worst hit cities in Italy. There is no need to purchase guns to protect your stockpiled resource stash. Your duty is to care enough for others that you stay in place; that you treat this as the unprecedented pandemic that it is; that you reconsider short-sighted interpretations of social distancing. Bergamo teaches us that lives, in fact, depend upon it. Now is the time, and long overdue, to listen carefully to our brothers, sisters, comrades, loved ones and global partners in Italy.


I want to use this dual access I find personally available to me—access to the epidemiological front lines of Northern Italy; to some of Europe’s most talented immunologists and virologists; and to daily increases in cases here in the US—to raise two key points of reflection on the current state of emergency and shut down in my own resident city of Los Angeles; and with regard to the frequent irresponsibility of basic interpretations of social distancing as simply personalized measures of physically distancing oneself in public and increased hand-washing. While these two acts of distance and cleanliness are absolutely necessary, and are not epidemiologically incorrect or irrelevant to the known data, these interpretations alone of social distancing fall far below the bar that must be set for the well-being of all community members, especially those most at risk. This is because they are frequently practiced while still maintaining a host of other irresponsible daily tendencies and activities, including: play-dates and face-to-face hang-out time; crowd and small group proximities or participation; one-on-one close proximities with others you are uncertain have been exposed; going out while symptomatic even if minor; small athletic group gatherings, etc. These individualized tendencies, paired with slow federal policy-level responses to the dire public health and economic straits we find ourselves in will fail to make the robust, necessary changes needed to stop the rapid-fire transmission of this highly infectious, viral form of pneumonia. We in the United States are a mere 10-11 days behind Italy. These two factors: lack of serious, sustained and consequential social distancing; and a lack of swift and meaningful policy initiatives for the protection and provisioning of all people, especially the uninsured, precarious workers and homeless folks, will be the US’s downfall in this global pandemic if we do not systemically and systematically heed the grief and loss our global partners in Italy are currently warning us about. 

In their recent article in The Atlantic senior fellow Thomas Wright and former assistant secretary of State for Asia and the Pacific Kurt Cambell reflected on the profound public health effects of the rise of Trump-era Populism. They specifically lamented that amidst increasing global outbreak, “this moment cries out for a cooperative international response,” one in which leaders, and Trump in particular, heed the advice of scientific experts and work to collaborate in the best interests of international public health. To this end, we need take our cues from community initiatives that move beyond able-bodied and individualistic focus—just because you wash your hands and do not present symptoms does not mean you have not contracted the virus or that you could not transmit it to others. Children can definitely transmit the virus even while asymptomatic (and there have been cases of babies and small children effected as well); and younger adults are not immune to its respiratory effects. In fact, the first two patients with severe respirator needs in Milan my husband reported to me some two weeks ago were able-bodied patients aged 25 and 36. So please, now is the time to enact an “essentials only” attitude and a very high stakes standard about the necessity for quarantine and social distancing. Do it to protect other community members. Do it to safe-guard and to make space for those laborers who do not have the option to stay home—and where would we all be without those brave doctors, nurses, emergency resource staff, amazon delivery folks, postal, grocery and garbage workers? Listen to health officials and to the spirits of Milan and Bergamo, Lodi and Cremona, Wuhan and Daegu, Seattle, Tehran and Qom. This can and will affect us here in the United States just as drastically as it effected other parts of the world, if not more so given the exclusionary nature of our healthcare system, an overall lack of worker protections, and given the gendered, racialized and classed nature of care work among other forms of labor that are hardest hit by closures. This is not happening to Italy or China, Iran, or elsewhere because of race or ethnicity, or simply because it’s “dirtier over there.” This profoundly affects all of us, and does not discriminate, so stay home if you can. Do not just ‘run a few quick errands’ while even mildly symptomatic. No, you should not just step out to get that teeth cleaning, haircut, dress fitting or other random things I see and hear people discussing lately that puts them in close physical proximity to others. Cancel the group kids’ play dates. Limit your outside time to purposeful and brief necessity runs for food or medicine. What could a few weeks or a month of discomfort be compared to mass suffering or deaths caused by the high transmissibility of this virus? The most frequent interpretations of social distancing for purposes of interrupting viral transmission of COVID-19 include: directives to hand wash; to stand at least 6 feet apart; to avoid sharing food or drink; to stay at home should any signs of illness present. These are fundamental. I do not suggest these proposals are inaccurate. I argue that without increased, responsible social quarantine that looks outwards to care for others first and foremost, they promote a highly individualistic interpretation of social distancing that will not spare transmission of this mutated virus. I am saying stay home. I am saying assume you have it and work from there. This evening, my husband reports their hospital has reached maximum capacity. Of the 18 available respirators, all are in use. Two of his staff have tested positive. He admits to me that he has completed nearly 20 life-saving emergency surgeries in which the patient ultimately tested positive. Stop stockpiling toilet paper or guns, and start acting like your life will depend on how well you care for others ahead of yourself. After days of hearing of 40, even 50 deaths per day in one hospital alone, and the knowledge that reaching “infrastructural capacity” translates to turning people away for care, means death for many, I for one am ready to listen and act in mutual aid and care for the health and wellness of others. Are you? 

Los Angeles (USA), March 27th, 2020
Rachel Vaughn
UCLA Institute for Society and Genetics

Rachel Vaughn is Lecturer in the UCLA Institute for Society and Genetics, and former visiting fellow in the Center for Study of Women. Her research addresses food precarity, waste and sanitation. She teaches courses on biotechnology, food, sanitation and public health.

This blog is managed by the work group of the World Anthropology Day - Public Anthropology in Milan of the University of Milan-Bicocca. It welcomes short (self)ethnography, theoretical reflections, reading and studying suggestions.