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Border Trouble: ripensare le mobilità e i confini dal "limbo" marocchino // FASE 2

C’è un’immagine, ripresa da alcune testate italiane, che ha fatto il giro dei social media nei giorni dello scoppio della pandemia: la fotografia, scattata a Marrakech, ritrae una ragazza quasi completamente sola in una deserta Jemaa el Fna, una delle piazze più famose al mondo, patrimonio mondiale dell’umanità e principale icona del Marocco. È un’immagine straniante e surreale soprattutto per chi come me, solo qualche giorno prima, si trovava ad attraversare la “mitica” piazza, popolata dalla consueta e variopinta “corte dei miracoli” (fatta di cantastorie, incantatori di serpenti, acrobati, musicisti, teatranti, guaritori tradizionali, chiromanti, tatuatrici, ambulanti, etc) che vi si riunisce ogni giorno, mettendo in scena un vero e proprio spettacolo en plein air, capace di attrarre milioni di turisti affamati di “esotismo e alterità”. 

Fonte: The Post International

L’irrompere della pandemia ha spazzato via tutto, innescando effetti inediti e paradossali: con un’escalation rapida e imprevedibile, a metà marzo, il Regno ha deciso di chiudere le proprie frontiere e di imporre, a scopo precauzionale, un rigido confinamento (ancora in corso). Le strade di Marrakech, già ricolme di visitatori sbarcati dai numerosi aerei low cost che collegano la più importante meta turistica del Nordafrica alle principali città del Vecchio Continente, si sono svuotate da un giorno all’altro. Con la repentina chiusura delle frontiere e l’immediata sospensione dei voli internazionali, però, migliaia di turisti europei sono rimasti bloccati nel paese, sperimentando per la prima volta il “trauma dell’immobilità” (Ben Lazreq, Garnaoui 2020), fino a quel momento riservato esclusivamente ai locali e ai migranti subsahariani fermi da anni nel “limbo marocchino”. Questa situazione inconsueta ha provocato scene di panico e sdegno (culminate nelle proteste spontanee nei principali aeroporti del Marocco) e un senso di diffusa incredulità nel trovarsi per una volta “dall’altra parte”: come scrive Marmié a proposito dei “francesi bloccati in Marocco”, essi improvvisamente “hanno scoperto, sotto shock, la reversibilità della situazione migratoria e la sparizione temporanea dei loro privilegi di circolazione” (Marmié 2020). Termini come confinement (confinamento) et rapatriament (rimpatrio) d’un tratto non riguardano più solamente gli “altri”, i “migranti” ma anche i gli “expat”, i “turisti”, i quali se da un lato ricevono numerosi attestati di solidarietà da parte della popolazione locale, dall’altro - visti come “untori” -  sono anche oggetto di stigmatizzazione e ostilità.

Ma è a circa seicento chilometri a nord di Marrakech, nelle zone di frontiera tra Spagna e Marocco, che accade l’impensabile: alcuni giovani marocchini fuggono a nuoto dall’enclave spagnola di Ceuta, uno dei simboli più potenti della “Fortezza Europa”, per tornare nel loro paese d’origine dove si sentono più al sicuro. Qualche settimana dopo, il quotidiano El Pais riporta la notizia che i passeurs dello Stretto hanno iniziato a organizzare costosi viaggi a senso inverso per permettere ai marocchini bloccati nel paese iberico, fortemente colpito dal Coronavirus, di ritornare a casa.

Un paio di anni fa, per una mia precedente ricerca, mi sono occupata del confine “in movimento” tra Spagna e Marocco, sottolineandone il carattere flessibile e cangiante (Turchetti 2019b) ma mai mi sarei aspettata di trovarmi davanti a uno scenario del genere, dall’oggi al domani. Di primo acchito, nello sconvolgimento di quei giorni e nella difficoltà di mettere a fuoco ciò che stava accadendo sotto i miei occhi, mi è tornato alla mente il bel romanzo di Abdourahman Waberi “Gli Stati Uniti d’Africa”, in cui lo scrittore francese nativo di Gibuti prova a immaginare un “mondo al contrario” dove i  migranti si accalcano alle frontiere del continente africano, spostandosi da Nord verso Sud.

Al di là di suggestioni letterarie estemporanee, tuttavia, è evidente che il mondo non si sia affatto capovolto. Per quanto buona parte della popolazione mondiale stia sperimentando forme di confinamento e restrizione delle libertà, a dispetto di ogni retorica, non siamo “tutti sulla stessa barca”: la pandemia ha acuito le disuguaglianze e aumentato la vulnerabilità dei migranti e dei rifugiati in Marocco e altrove (Agier 2020). Nonostante la momentanea riconfigurazione del paradigma della mobilità globale (Borriello, Sahiloglu 2020), poi, le gerarchie e i privilegi di circolazione non sono stati realmente scompaginati: gli europei bloccati in Marocco (me compresa) sono tornati quasi tutti a casa con voli speciali autorizzati dal governo marocchino, mentre i migranti subsahariani sono sempre nel paese in una condizione di ancora maggiore precarietà, immobilità, sospensione (che colpisce anche gli strati più vulnerabili della popolazione locale).

Ciò che è cambiato in questi mesi, però, è sicuramente il livello di attenzione posto sul tema, soprattutto nelle prime settimane dopo lo scoppio della pandemia:  le migrazioni e le frontiere, negli ultimi anni al centro di innumerevoli dibattiti, sono d’improvviso quasi del tutto sparite dalle agende politiche e accademiche, fagocitate dal Coronavirus (Firouzi Tabar 2020). Eppure viviamo in una fase storica che vede la proliferazione e il consolidamento (ma anche la destabilizzazione) di confini “esterni” e “interni”, l’instaurazione (temporanea?) di nuovi regimi frontalieri che attraversano spazi e corpi (De Silva 2020). 

Fonte: Pew Research Center

In questo contesto, inoltre, la nozione stessa di confine – che, in tutta la sua polisemia, già prima si mostrava particolarmente feconda sia nel campo delle scienze sociali che in quello delle pratiche artistiche (Turchetti 2019a) - si carica di nuovi significati e sfumature (Bargna et alii 2020).

Il momento, dunque, appare propizio per ripensare le mobilità e i confini, andando oltre la situazione contingente e provando a immaginare scenari futuri. Da questo punto di vista, il Marocco, terra di mezzo, può costituire un osservatorio privilegiato da cui guardare al “nuovo mondo” che ci aspetta. Negli ultimi decenni, il paese maghrebino ha costituito un vero e proprio laboratorio per le politiche europee di esternalizzazione della frontiera (border outsourcing), finalizzate a istituire un cordon sanitaire a protezione dello spazio UE. Tali politiche non si riducono solamente alla costruzione di muri e barriere (come quelle imponenti e “scenografiche” che circondano le enclaves di Ceuta e Melilla), ma mettono in campo anche una serie di raffinati dispositivi per controllare, sorvegliare e filtrare le mobilità umane, sulla base di una linea strategica che Campesi definisce “polizia dei flussi” (Campesi 2015:131), ispirata al principio del profiling e del risk targeting. Questa strategia si ricollega al concetto di “confine intelligente” (smart border), una tecnologia avanzata in grado di operare in maniera “chirurgica”, di insinuarsi nei corpi (border insourcing), selezionando e differenziando minuziosamente i flussi.

Fermo restando che con ogni probabilità alcune gerarchie di mobilità saranno destinate a durare (e a cui potrebbero aggiungersi altre forme didifferenziazione), possiamo ragionevolmente pensare che in futuro tali meccanismi di governance, implementati e testati in paesi terzi e/o su determinate popolazioni-target (i “migranti”), possano essere importati e applicati su larga scala, portando all’ampliamento di un “regime che seleziona e sacrifica” (Amselle 2020). Come scrive Paul Preciado (2020), in parte sta già accadendo:

“il virus non fa che riprodurre, materializzare, estendere e intensificare per l’intera popolazione le forme dominanti di gestione biopolitica e necropolitica già esistenti […]. Il corpo è diventato il nuovo territorio all’interno del quale si esprimono le violente politiche di frontiera che progettiamo e testiamo da anni sugli “altri”, assumendo la forma di misure di barriera e di guerra al virus. La nuova frontiera necropolitica si è spostata dalle coste della Grecia verso la porta di casa tua. Oggi Lesbo comincia sul tuo pianerottolo. E la frontiera non smette di chiudersi su di te, ti spinge sempre più verso il tuo corpo. Calais oggi ti esplode in faccia. La nuova frontiera è la mascherina. L’aria che respiri deve essere solo tua. La nuova frontiera è la tua epidermide. La nuova Lampedusa è la tua pelle”.

                                                          Yto Barrada, A Life Full of Holes: The Strait Project

Tenuto conto del suo carattere polisemico, il confine, però, non è solamente una tecnica di potere e governo ma può configurarsi  anche come uno spazio “aperto” di conflitto e creatività. In tal senso, la frontiera tra Spagna e Marocco è da tempo un laboratorio di pratiche e “lotte di confine” (Mezzadra, Neilson 2013) in cui il corpo migrante (vulnerabile e resistente, imbrigliato e indocile al contempo) è assoluto protagonista. Ed è a queste esperienze liminali che dovremmo guardare per immaginare uno scenario futuro, non necessariamente distopico. Un futuro in cui i corpi – in tensione con i confini che li contengono e attraversano - giocheranno un ruolo centrale in quanto come annota ancora Preciado (2020):

“Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, la nostra salute non dipenderà dal confine né dalla separazione, ma da una nuova concezione della comunità che includa tutti gli esseri viventi, da un nuovo equilibrio con gli altri esseri viventi del pianeta. Abbiamo bisogno di un parlamento di corpi planetari, un parlamento non definito in termini di politiche d’identità o di nazionalità, un parlamento di corpi (vulnerabili) che vivono sul pianeta Terra”.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

-Agier, M. (2020), “Les vies encampées, et ceque nous en savons”, Libération, 21/04/2020.  

-Amselle, J.L. (2020), “Addio a Foucault. ‘Biopotere’ o‘tanatocrazia’?”, Scenari, 20/04/20. 

-Bargna, I. et alii (2020), “Confini:(S)confinamenti. Antropologia pubblica e frontiere”, Gli Stati Generali, 01/05/2020. 

-Ben Lazreq, H.: Garnaoui, W. (2020), “TheParadoxes of Immobility: Covid-19 and the Unsettling of Borders”, ABCNet, 24/04/2020. 

-Borriello, G.; Sahiloglu, A. (2020), “Bordersin the Time of Coronavirus: How the COVID-19 Pandemic Upended the GlobalMobility Paradigm”, COMPAS, School of Anthropology, University of Oxford, 20/03/2020.

-Campesi, G. (2015), Polizia della frontiera. Frontex e la produzione dello spazio europeo, Roma, Deriveapprodi.

-De Silva, V. (2020), “Mobilità, corpi e confini”, Storie virali, 28/03/2020. 

-Firouzi Tabar, O. (2020), “Lemigrazioni nella Pandemia: Rappresentazioni, marginalità e nuovi spazi di lotta”, Euronomade, 07/05/2020. 

-Marmié, C. (2020), “Les ‘françaisbloqués au Maroc’. Une lumière crue sur l’ordre migratoire international”, Carnets de l’Ehess, 15/04/2020. 

-Mezzadra, S.; Neilson, B. (2013), Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale, Il Mulino, Bologna.

-Preciado, P. (2020), “Le lezioni delvirus”, Internazionale, 09/05/2020. 

-Turchetti, A. (2019a), “L’arte dei margini: poetiche e politiche del confine Euro-Africano tra paesaggi di potere e spazi di resistenza” in Bertoni, F.; Sterchele, L.; Biddau, F. (a cura di), Territori e resistenze. Spazi in divenire, forme del conflitto e politiche del quotidiano, Manifestolibri, pp.144-163.

-Turchetti, A. (2019b), “Non solo Fortezza Europa: lo scenario di frontiera tra Spagna e Marocco. Un confine in movimento” in Fabini, G.; Firouzi Tabar, O.; Vianello, F. (a cura di), Lungo i confini dell'accoglienza. Migranti e territori tra resistenze e dispositivi di controllo Manifestolibri, pp. 23-40.

Marrakech (Marocco), 21 maggio 2020
Alessandra Turchetti
Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale (DACS)
Università di Milano Bicocca

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

In stasi, in corsa // FASE 2 - seconda parte

Scambio epistolare tra Vera Pravda [artista] e Giulio Verago [curatore]

SECONDA PARTE

Vera Pravda

Caro Giulio,

Sono felice che tu stia bene, e te lo scrivo non per forma.

Ho temporeggiato a risponderti. La mia testa è densa di pensieri. È entrato lo Shabbat, ho pensato di scriverti dopo l’Havdalà, ma la settimana è iniziata da tempo e i pensieri continuano ad affastellarsi. Stasi inquieta. Scrivo ugualmente, dubito del resto che si acquietino a breve. 

Quanto hai ragione sul futuro, e se la visione è sempre parziale, già nell’immanente, per il futuro sono solo previsioni, giochi d’azzardo. La natura dell’uomo è limitata, finita, i confini qui sono ben delineati, e probabilmente molto più stretti di quanto l’ego vorrebbe. Non ci è dato di sapere, non ci è dato di precorrere il tempo. 

Penso però che, pur nella parzialità estrema - e nella complessità dei sistemi in cui ci muoviamo, di molti dei quali non abbiamo nemmeno coscienza - possiamo esprimere dei desiderata, e che esprimendoli e condividendoli, possiamo sostenere delle idee o delle visioni del mondo e della società. Penso sia il momento della semina, il tempo è propizio e il terreno è aperto, è un caso raro, penso si possa approfittarne per seminare specie che vorremmo più diffuse, rispetto alle colture intensive già in uso, che certamente continueranno ad esistere. Idee come piccoli semi in germoglio.
Personalmente opto per un approccio molto pragmatico: concentrare le forze su obiettivi definiti, fare ‘massa critica’, unire canotti arancioni insieme, per evitare alla nave gli scogli (o gli iceberg) che gli strumenti di bordo non captano perché troppo a ridosso, ma che visti dal vivo, toccati con mano, sono tutt’altro che irrilevanti e rischiano davvero di provocare squarci importanti nella chiglia. Nella mia arte ho deciso di parlare degli iceberg.

Sul ruolo dell’artista sono con te sul preservare il diritto alla contraddizione, alla speculazione, all’errore (errare, vagare alla ricerca di qualcosa): l’allargare i limiti del dibattito è una funzione fondamentale per la società. Altrimenti rischiamo di vedere solo ciò che sappiamo già. È la differenza tra visualizzazione e visione. La visualizzazione porta a business plan a 1-3-5 anni, la visione a riflettere su ciò che vogliamo fare ed essere, a ottimizzare, a ripensarci, a porre sul piatto nuove idee, a evolvere. Servono entrambe e, poiché la visione sia ampia, é fondamentale il dibattito intellettuale, l’apertura, la ricchezza di stimoli, l’humus creativo. Recentemente ho avuto il piacere di tenere una lezione a un master executive su arte e cambiamento e i legami sono molti.

Gli Highlights di /Confini/ su Gli Stati Generali in fondo nascono da questo: artisti, intellettuali e professionisti da saperi altri, chiamati a  riflessioni generali su temi definiti, divulgate fuori dall’ambito di riferimento abituale. Sono contenta che stiamo portando avanti insieme questi contatti e mi sembra che si stia creando un bel think tank. Penso che in questo senso il progetto possa prolungarsi anche dopo la quarantena. Cosa ne pensi? Come potremmo ampliarlo? con che strumenti? 

Come sottolinei l'arte visiva non deve svolgere un ‘compito’, ma certo è una funzione, così come la curatela.
Il punto è come si sostiene questa funzione. 
Attraverso il ruolo la funzione viene esplicata. Penso che in Italia questo ruolo manchi.
Sulla condizione degli artisti visivi ti rispondo con il codice ATECO: 90.03.09, ‘ALTRE creazioni artistiche e letterarie’, nella sezione R, ‘attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento’ dopo teatro, musica, giornalismo, restauro; nella stessa classe di chi redige manuali tecnici. Tutte figure comunque attualmente in gestione separata, che di fatto possono accedere a scarse protezioni sociali, non solo in tempo di crisi. Questo ammesso che si arrivi ad avere un reddito, cosa per nulla scontata nel campo dell’arte visiva, dove si rischia di passare anni a creare la basi per carriere comunque precarie, da integrare necessariamente con redditi altri. È però il reddito che permette di portare avanti la funzione, è una questione di soddisfacimento di bisogni primari e di uso del tempo. Ci troviamo altrimenti con artisti formati, preparati, professionalizzati, ricchi di energie, che decidono di fare altro, perché la vita spinge e non è possibile vivere d’aria. Come sarebbe la nostra società senza gli artisti? Davvero siamo specie in via d’estinzione? Davvero l’arte non serve a nessuno? Non credo, e tu?

Non sono un’economista, ma personalmente penso che una struttura che permetta di inquadrare meglio gli artisti dal punto di vista legale sarebbe utile. Un albo e un ordine professionale non penso sarebbero una cattiva idea. Aiuterebbero il ruolo, e con esso la funzione. Auspicando un maggior coinvolgimento degli artisti nella vita pubblica. Forse nella riscrittura delle regole post-coronavirus si potrebbe prendere in considerazione una revisione del quadro normativo in cui si muovono queste professioni, e magari agevolare il mercato artistico e le collaborazioni con altri settori produttivi, estendendo ad esempio incentivi fiscali come l’artbonus alla produzione artistica contemporanea in toto. E anche rivedendo la legge del 2%, magari estendendola anche ai privati e a importi di cantiere inferiori. Significherebbe sostenere un intero settore, rendendolo produttivo, e permettendone un reddito. Come curatore come la vedi? 
Sono anche io curiosa di sapere come vedi le nostre professioni e come si potrebbe uscire da questa impasse.  

Siamo ai saluti: niente Munch né Cronenberg, ne ho solo paura. Forse ci saluteremo con gli occhi. In questo caso avverrebbe un contatto più profondo, con i pro e i contro della cosa. Le buone maniere sono un cuscinetto tra noi e gli altri, una zona franca che permette la giusta distanza: ecco, forse si svilupperà un nuovo galateo! Affascinante, anche molto divertente a tratti. Potrebbe nascerne una nuova opera! Che ne dici, ci lanciamo nella creazione?

(to be continued?)

Giovanni Della Casa, Galateo overo de' costumi, 1558 (p.); Edgar Lee Masters, Spoon River Anthology, 1915; L. 717/1949; Abraham H. Maslow, Motivation and Personality, 1954; De André ‘Un ottico’, 1971; Achille Bonito Oliva, Arte e sistema dell'arte, 1975; http://www.teche.rai.it/2018/11/gino-de-dominicis-lartein-questione/, dal mi. 9,35 ca., 1997; Codice dei beni culturali e del paesaggio, D.Lgs. 42, 22 gennaio 2004; https://www.istat.it/it/archivio/17888



Giulio Verago
Giovedì 30 Aprile 2020, ore 20:47



Cara Vera,

Stasi inquieta è un ossimoro interessante.
Di recente ho conversato con un mio amico che osserva il Ramadan e gli ho chiesto che differenza ci trovi a viverlo in quarantena. Non mi ha saputo rispondere, mi ha detto che proprio non trovava le parole.

E' importante penso, come cittadini prima che come artisti o curatori, impegnarsi per far sì che il vocabolario per descrivere quello che stiamo vivendo sia condiviso, per evitare manipolazioni. Purtroppo anche in Europa (penso alla Ungheria ma anche alla Polonia e non solo) abbiamo governi che stanno imponendo un perimetro tra ciò che può essere detto e ciò che si deve tacere. E sappiamo che c'è chi vuol far passare la pandemia per una scusa. Eppure anche in questi contesti l'arte continua a sopravvivere. Nietzsche giustamente ammoniva contro la presunzione di un’epoca di avere più “giustizia” di un’altra. Resta da capire come gli artisti visivi riusciranno a metabolizzare questa nuova idea di confine che la pandemia sta solo rendendo più evidente. Quale alfabeto inventeranno e quali domande, di fronte a quale specchio ci metteranno.

Gli iceberg di cui mi parli mi sono chiari sia conoscendoti personalmente che approfondendo la tua ricerca. Penso sia fondamentale questa "consonanza" tra ciò che si fa come cittadini e il proprio lavoro. La differenza tra visualizzazione e visione è essenziale ma deve essere chiara all’artista come a chi ci governa.

Sulla condizione degli artisti visivi sto seguendo con grande interesse il dibattito nato da un gruppo di colleghi e artisti di cui ho grande stima - Artist Workers Italia - attorno alla risposta della scena emergente e indipendente. Come anche altre iniziative più vecchie e strutturate, penso al Forum dell’Arte Contemporanea, aiutano a rivendicare la necessità di maggiori tutele per chi crea, di aiuti concreti per chi investe energie e risorse per la creazione emergente. Temo però che un cambiamento reale possa avvenire solo se cambia la percezione del ruolo dell’artista nell’opinione pubblica e per quello ci vuole un cambio di strategia. Giustamente il codice ATECO è una metafora di un problema più ampio, penso ad esempio a quanto le rivendicazioni del mondo dello spettacolo siano più efficaci, perché quel settore si è meglio organizzato e resiliente delle arti visive e non a caso è più presente nei pensieri della politica.

Il ruolo del curatore è evidentemente in una fase di profondo cambiamento, come sta cambiando del resto il senso del fare le mostre. E non mi riferisco solo alla smaterializzazione cui siamo forzati dalla pandemia. Vedo i segni di stanchezza di questa figura di curatore-factotum che ha l’ambizione di assumere “pieni poteri” (legislativo, esecutivo e giudiziario). Forse sono un reazionario ma vedrei utile tornare a una scomposizione delle funzioni reali del sistema  per adempiere le quali ci vuole, più che un master costosissimo, deontologia e il coraggio di esporsi alla critica. Che poi le funzioni possano coesistere nella stessa figura lo deve decidere di volta in volta un meccanismo legittimante che non può più permettersi di scimmiottare quello dello star system.

Penso che nella curatela sia utile uscire dalla comfort zone del proprio statement per provare a semplificare senza banalizzare. L’Italia post-pandemia ha bisogno di percepire il linguaggio dell’arte contemporanea meno distante e autoreferenziale. Il concetto di contemporaneo per me è solo una convenzione utile a scrivere la storia dell’arte ma a prenderla troppo seriamente si rischia di dimenticare la filogenesi, qualcosa che sappia tenere insieme ad esempio i dipinti ottocenteschi di Angelo Morbelli al Pio Albergo Trivulzio con il video girato da Anri Sala nel Duomo di Milano.

Grazie per l’ascolto,
Giulio

(to be continued?)

“The Boat is Leaking. The Captain Lied”, Fondazione Prada - Venezia, 2017 (catalogo); Olafur Eliasson et al. “Chaque matin je me sens différent, chaque soir je me sens le même”, Palais de Tokyo 2002 (catalogo); Kit White, “101 things to learn in Art School”, MIT Press 2011; Enrico Boccioletti, U+29DC aka Documento Continuo, Link Editions, 2014; Hugh Trevor-Roper, “Carlo V e il fallimento dell’umanesimo”, in “Principi e Artisti: mecenatismo e ideologia alla corte degli Asburgo”, Einaudi 1980.

Milano, 8 maggio 2020
Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

In stasi, in corsa // FASE 2 - prima parte

Scambio epistolare tra Vera Pravda [artista] e Giulio Verago [curatore]

PRIMA PARTE

Vera Pravda
Giovedì 23 Aprile 2020, ore 21:23 


Caro Giulio, 
come stai?
Guardo fuori dalla finestra e penso: come sarà il mondo di domani?
Tu cosa ne pensi? Domani è tra qualche settimana, cosa succederà?

Per me è come se avessero spento di colpo la luce, abbassato a uno a uno gli interruttori generali - a ogni conferenza stampa mi sembrava di sentire il rumore di queste grandi leve e il ronzio sordo dei generatori e delle luci d’emergenza - e il tempo interiore, sempre più lento, come un’ombra fuori sincrono, si sta adeguando solo ora.
Lo stop era auspicabile, per cambiar rotta è necessario frenare. Ma quali i prezzi dell’andare e dello stare?
Pensieri veloci, stasi estrema, silenzio, cinguettio d’uccelli in cortile, luci come comete che mi vagano per la testa.

Crisi climatica, quarantena, riconversione ecologica, diseguaglianze sociali, gender gap, zoom, disuguaglianze di genere, coscienza collettiva, fame, business as usual, libertà personale, green washing, smart working, nuovi populismi, povertà, ritorni religiosi, cultura da salotto, resilienza, crisi economica, diretta instagram, solidarietà, e-learning, salto quantico, era post-ideologica, comunità virtuali, società fluida, solitudine connessa, identità, mediosfera digitale. Cosa succederà? Saremo in grado di rispondere a tutti questi interrogativi e ad altri ancora in modo intelligente, + +, positivo per noi e per gli altri? Qual’è la priorità? La possibilità di cambiamento va sfruttata o negata? Penso agli appelli di IPCC, FAO, OHCHR. Si proclamerà il cambiamento, questo è certo, è una delle parole più in voga del momento: ma nella pratica cosa avverrà?

E cosa possiamo fare noi nel nostro piccolo, cosa possono fare gli artisti, i curatori? Che ruolo pensi che possiamo avere nella società di domani?

Immagino la rotta dei transatlantici che sono le nostre società come influenzate da tanti piccoli lillipuziani canotti arancioni che tirano, ognuno dalla propria parte, alcuni travolti, alcuni generano spostamenti irrisori, alcuni provocano virate improvvise, a volte inaspettate, in un mare agitato dagli eventi estremi causati dall’innalzamento della temperatura globale.

Leggendo i media penso che siamo portati a pensare che il covid-19 sia la sola crisi da risolvere, mentre sono certa che siamo immersi in un sistema problematico, parziale, abituato all’omissione, allo sguardo selettivo, salvo poi redimersi quando qualcuno ci pulisce gli occhiali da strati di polvere. Forse ora che abbiamo imparato l’igiene delle mani inizieremo anche a lustrarci gli occhiali da soli? 
Uno dei compiti dell’arte può essere lustrar gli occhiali, o è solo arroganza, visione mono-dimensionale? perché è vero che gli occhiali sono prismi sfaccettati, poliedri complessi, che mutano al mutare del tempo e dell’individuo che li inforca. E soprattutto a dove si punta lo sguardo.

La mia non è un’arte dell’IO, ma del NOI. Ma chi è questo noi? E come cambia?
Un grande grazie a te e a Viafarini per collaborare così attivamente a /Confini/ e agli Highlights su Gli Stati Generali. Queste tante produzioni individuali formeranno un lungo, abbacinante video collettivo, un affresco di questo tempo sospeso, - parziale, certo - ma ricco di spunti, emozioni, pensieri, come germogli in nuce che attendono d’essere irrorati dal tempo per sbocciare. Far da cassa di risonanza a questo appello è, in definitiva, dargli voce. Dar voce ad un piccolo NOI. Grazie.

Poi la tempesta di parole mano a mano decanta, come sabbia in un bicchiere d’acqua, e penso che faremo appello alle nostre capacità interiori, all’umanità profonda, alla scintilla che sta all’interno di ciascuno di noi, nessuno escluso. E penso che questa crisi, nella sua crudeltà e crudezza, ci abbia necessariamente resi più forti, più capaci di accorgerci delle nostre capacità, non solo individuali, ma collettive. Siamo cresciuti come singoli e come società, sono cresciuti i nostri politici nel fronteggiarla, sono cresciuti i capi di stato, i referenti religiosi, gli insegnanti, i genitori, i bambini. Siamo cresciuti tutti noi. Siamo diventati capaci di vedere l’umanità dell’altro. E forse non dobbiamo andare da nessuna parte, ma solo aver cura.

Caro Giulio, ti ringrazio di questo dialogo continuo.

Pochi riferimenti molto sparsi, ma in ordine cronologico:
aa.vv., Pirkei Avot; Jonathan Swift, Travels into Several Remote Nations of the World, in Four Parts. By Lemuel Gulliver, First a Surgeon, and then a Captain of Several Ships, 1726; Voltaire, Candide, ou l'Optimisme, 1759; Herbert Marcuse, One-Dimensional Man: Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society, 1964; John Lennon, Imagine, 1971; Carlo Cipolla, The Basic Laws of Human Stupidity, 1976; Lucio Dalla, L’anno che verrà, 1978 ; Vasco Rossi, T’immagini, 1985; CCCP, Morire, 1986; Noir Desir feat. Brigitte Fontaine, L’Europe, 2001; Linkin Park, Castle of glass, 2012; Jonathan Safran Foer, We are the Weather, 2019.


Cara Vera,
quante questioni importanti tocchi.
Innanzitutto mi chiedi come sto. Sto bene e ne ho una consapevolezza completamente diversa, in alta definizione. 
E' giusto chiedersi che mondo sarà domani ma partendo dall'oggi non rischiamo di averne una visione parziale? 
A guardare fuori dalla finestra quello che mi fa più paura è ciò che non riesco ancora immaginare. Come ci saluteremo? Quali ritualità? De Chirico e Fellini lasciano il posto a Munch e Cronenberg.

I tanti aspetti che evochi mi sembrano tutti in qualche modo interdipendenti e mi sembra difficile individuare la priorità. Sarebbe il compito della politica. O in un sua assenza della filosofia. Forse è un vizio di forma del pensiero occidentale l'ossessione a dover necessariamente ordinare tutto gerarchicamente. 

Mi piace la sequenza di concetti contraddittori che citi. Alcuni di loro (penso ad esempio a resilienza, coscienza collettiva e società fluida) sono belli e utili ma logori, come un tappeto persiano male calpestato. L'arte può suggerire parole nuove e accezioni "fuorvianti" e inaspettate. L'opera d'arte come eterogenesi dei fini, conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali. Navigando a vista in un mondo più povero, diviso e impaurito dobbiamo salvaguardare il diritto alla contraddizione, alla tensione, all'errore e alla dissacrazione, senza questo l'arte è artigianato.
Quanto alla post-ideologia che giustamente evochi per me c'era già tutta nel Manierismo grottesco di Rosso Fiorentino e solo di conseguenza posso casomai vederla nelle banane appese con lo scotch.

Lavoro con gli artisti visivi. Con loro e per loro. Anzi curando una residenza posso dire anche di vivere fra loro. Consapevole delle sfumature tra queste preposizioni. Umanamente lo considero una grande fortuna. A volte persino un privilegio. Ma non dovrebbe essere così. Non dovrei considerarmi un privilegiato ma un povero diavolo capace di esprimere, come può, una funzione piuttosto basilare (se non addirittura elementare) in una società democratica. Aggiungo che per me la curatela è una funzione e non una professione. 

Questo Paese, che si ricorda più facilmente di santi e navigatori che dei poeti, non riconosce all'artista contemporaneo un ruolo. Lascia gli artisti visivi in un vuoto simbolico ma anche in un limbo legale e amministrativo. Vorrei da te una opinione su questo aspetto. Come vivi questa contraddizione? E' uno "svantaggio" essere un*artista in Italia? Non senti tradita una qualche fiducia?

In questo vuoto entra la crisi dell'intero sistema dell'arte, nel momento in cui le opere non possono essere esposte. Un'opera smette di esistere se non viene esposta? Se già i critici erano decimati quando le mostre erano fruibili il fatto di non poter nemmeno vedere l'opera come cambia il consumo culturale? Forse nuovi formati non sono ancora nati e i vecchi non sono ancora morti... In fondo il tuo progetto Confini, come altre proposte e inviti a narrazioni collettive, è anche un modo per interrogarsi sulla genesi di una narrazione collettiva, sulla sua complessità e contradditorietà.

Mi sembra che siamo di fronte a un bivio rispetto al vecchio imperativo kantiano di trattare se stessi e gli altri "sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo". Fino a ieri ero piuttosto pessimista in merito. Ora, paradossalmente, vedo un'occasione per un riallineamento dei poteri anche all'interno del sistema dell'arte o almeno lo spazio per un dibattito sincero, dove gli stracci volano davvero.

A partire dagli anni Novanta (invitando artisti come Vito Acconci, Jimmie Durham, Franco Vaccari, Mona Hatoum e Wurmkos) e più recentemente con Engage Public School Viafarini ha attivato riflessioni sul ruolo dell'artista nella lettura dei cambiamenti nella società ma questo "destino" rimane ancora marginale nel dibattito italiano e ho la sensazione che molta sia la strada ancora da fare.

Fortunatamente l'arte non ha un compito. L'opera non è un esperimento da svolgere per dimostrare una tesi, o un tema da sviluppare per ricavarne una morale. L'arte ha una funzione. Importante ribadirla e non fraintenderla.
Grazie a te Vera, questo dialogo sembra portarci lontano, è un piacere viaggiare con te.

[to be continued?]

Pochi riferimenti sparsi e sbarazzini:
John Williams, stoner (1965); A.A.V.V. Perché continuiamo a fare e a insegnare arte? corso in nove lezioni, Bologna (1977); David Balzer, Curatori d'assalto (2016); Il libro dei ventiquattro filosofi (XII secolo); Franco Russoli, Senza utopia non si fa la realtà. Scritti sul museo (1952-1977); Junichiro Tanizaki, Libro d'ombra (1935); Ten fundamental questions of Curating (2013); Amanda Lear, La mia vita con Dalì (1984); Learning to love you more, Miranda July & Harrell Fletcher (2007), Erlend Loe, Naiv. Super (1996).
New Trolls, Duemila; Billie Holiday, Summertime; Billie Eilish, Everything I wanted; Tim Buckley, Song to the Siren; The Cure, Disintegration; CCCP, Inch'Allah - Ça Va; Cigarettes after sex, Nothing's gonna Hurt you baby; Koudlam, See you All; Whitney Houston, My Love is your Love; Fabrizio De André, Crêuza de mä
Intervista a Giorgio De Chirico mentre dipinge, Come nasce un'opera d'arte, RAI 1975;
Smashing, by Jimmie Durham @ Parasol Unit, performance.

Milano, 7 maggio 2020
Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Confini e sconfinamenti all'epoca del Covid-19

Il gruppo di lavoro del "World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano" ha contribuito con una propria riflessione al progetto "Confini" dell'artista Vera Pravda.
Vi proponiamo qui di seguito l'incipit del testo, invitandovi a leggere l'articolo completo su Gli Stati Generali, uno dei più interessanti spazi online di giornalismo partecipativo.

Adrian Paci, Centro di permanenza temporanea, 2007, video, 5’30’’, 
courtesy dell’artista e di Kaufmann Repetto, Milano, Peter Kilchmann Gallery, Zurich

In un’opera dell’artista albanese Adrian Paci, un gruppo di persone accalcate su una scala di imbarco al centro di una pista di atterraggio vuota attende un aereo che non è ancora arrivato, non arriva o, più realisticamente, non arriverà mai. Immersi nella vacuità di un terminal aeroportuale, circondati da asfalto bollente, i viaggiatori aspettano, paralizzati in una permanenza temporanea che sembra sfuggire alle logiche del tempo e dello spazio. L’opera riflette evidentemente sulla condizione dei migranti transnazionali e delle politiche migratorie, ma, in tempi di pandemia e di isolamento forzato, ci interroga con insistenza sulle sorti di questo tempo così peculiare. A ben guardare l’opera, infatti, notiamo diversi elementi che raccontano la nostra recente quotidianità. La lunga fila ci ricorda quelle del supermercato; lo spazio aeroportuale ci ricorda del blocco della mobilità nazionale e internazionale; lo stato di attesa del gruppo di persone illustra la nostra condizione quotidiana di fronte a una situazione liminale che sembra non sbloccarsi, apparentemente temporanea ma possibilmente eterna.

Eppure, dell’opera di Paci vorremmo concentrare l’attenzione su un aspetto particolare: il confine. L’installazione sembra infatti interrogare proprio la nozione, la pratica, la poetica del confine, mostrandone al tempo stesso l’impalpabilità, il simbolismo, la concretezza degli esiti della sua esistenza. Attraverso un riposizionamento significante dell’opera nel contesto attuale, Centro di permanenza temporanea interroga anche noi sulla percezione del confine e dei confini all’epoca del Covid19, mostrando la piena rilevanza di un’interrogazione artistica, intellettuale e umana a partire da questo elemento. Ci ricorda inoltre la centralità dei confini e del distanziamento sociale nella vita quotidiana, in particolare di alcuni gruppi sociali, ben prima dell’attuale pandemia.


Torino-Milano, 3 maggio 2020
Ivan Bargan, Ilaria Bonelli, Giacomo Pozzi, Giovanna Santanera e Francesco Vietti

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Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano