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In stasi, in corsa // FASE 2 - seconda parte

Scambio epistolare tra Vera Pravda [artista] e Giulio Verago [curatore]

SECONDA PARTE

Vera Pravda

Caro Giulio,

Sono felice che tu stia bene, e te lo scrivo non per forma.

Ho temporeggiato a risponderti. La mia testa è densa di pensieri. È entrato lo Shabbat, ho pensato di scriverti dopo l’Havdalà, ma la settimana è iniziata da tempo e i pensieri continuano ad affastellarsi. Stasi inquieta. Scrivo ugualmente, dubito del resto che si acquietino a breve. 

Quanto hai ragione sul futuro, e se la visione è sempre parziale, già nell’immanente, per il futuro sono solo previsioni, giochi d’azzardo. La natura dell’uomo è limitata, finita, i confini qui sono ben delineati, e probabilmente molto più stretti di quanto l’ego vorrebbe. Non ci è dato di sapere, non ci è dato di precorrere il tempo. 

Penso però che, pur nella parzialità estrema - e nella complessità dei sistemi in cui ci muoviamo, di molti dei quali non abbiamo nemmeno coscienza - possiamo esprimere dei desiderata, e che esprimendoli e condividendoli, possiamo sostenere delle idee o delle visioni del mondo e della società. Penso sia il momento della semina, il tempo è propizio e il terreno è aperto, è un caso raro, penso si possa approfittarne per seminare specie che vorremmo più diffuse, rispetto alle colture intensive già in uso, che certamente continueranno ad esistere. Idee come piccoli semi in germoglio.
Personalmente opto per un approccio molto pragmatico: concentrare le forze su obiettivi definiti, fare ‘massa critica’, unire canotti arancioni insieme, per evitare alla nave gli scogli (o gli iceberg) che gli strumenti di bordo non captano perché troppo a ridosso, ma che visti dal vivo, toccati con mano, sono tutt’altro che irrilevanti e rischiano davvero di provocare squarci importanti nella chiglia. Nella mia arte ho deciso di parlare degli iceberg.

Sul ruolo dell’artista sono con te sul preservare il diritto alla contraddizione, alla speculazione, all’errore (errare, vagare alla ricerca di qualcosa): l’allargare i limiti del dibattito è una funzione fondamentale per la società. Altrimenti rischiamo di vedere solo ciò che sappiamo già. È la differenza tra visualizzazione e visione. La visualizzazione porta a business plan a 1-3-5 anni, la visione a riflettere su ciò che vogliamo fare ed essere, a ottimizzare, a ripensarci, a porre sul piatto nuove idee, a evolvere. Servono entrambe e, poiché la visione sia ampia, é fondamentale il dibattito intellettuale, l’apertura, la ricchezza di stimoli, l’humus creativo. Recentemente ho avuto il piacere di tenere una lezione a un master executive su arte e cambiamento e i legami sono molti.

Gli Highlights di /Confini/ su Gli Stati Generali in fondo nascono da questo: artisti, intellettuali e professionisti da saperi altri, chiamati a  riflessioni generali su temi definiti, divulgate fuori dall’ambito di riferimento abituale. Sono contenta che stiamo portando avanti insieme questi contatti e mi sembra che si stia creando un bel think tank. Penso che in questo senso il progetto possa prolungarsi anche dopo la quarantena. Cosa ne pensi? Come potremmo ampliarlo? con che strumenti? 

Come sottolinei l'arte visiva non deve svolgere un ‘compito’, ma certo è una funzione, così come la curatela.
Il punto è come si sostiene questa funzione. 
Attraverso il ruolo la funzione viene esplicata. Penso che in Italia questo ruolo manchi.
Sulla condizione degli artisti visivi ti rispondo con il codice ATECO: 90.03.09, ‘ALTRE creazioni artistiche e letterarie’, nella sezione R, ‘attività artistiche, sportive, di intrattenimento e divertimento’ dopo teatro, musica, giornalismo, restauro; nella stessa classe di chi redige manuali tecnici. Tutte figure comunque attualmente in gestione separata, che di fatto possono accedere a scarse protezioni sociali, non solo in tempo di crisi. Questo ammesso che si arrivi ad avere un reddito, cosa per nulla scontata nel campo dell’arte visiva, dove si rischia di passare anni a creare la basi per carriere comunque precarie, da integrare necessariamente con redditi altri. È però il reddito che permette di portare avanti la funzione, è una questione di soddisfacimento di bisogni primari e di uso del tempo. Ci troviamo altrimenti con artisti formati, preparati, professionalizzati, ricchi di energie, che decidono di fare altro, perché la vita spinge e non è possibile vivere d’aria. Come sarebbe la nostra società senza gli artisti? Davvero siamo specie in via d’estinzione? Davvero l’arte non serve a nessuno? Non credo, e tu?

Non sono un’economista, ma personalmente penso che una struttura che permetta di inquadrare meglio gli artisti dal punto di vista legale sarebbe utile. Un albo e un ordine professionale non penso sarebbero una cattiva idea. Aiuterebbero il ruolo, e con esso la funzione. Auspicando un maggior coinvolgimento degli artisti nella vita pubblica. Forse nella riscrittura delle regole post-coronavirus si potrebbe prendere in considerazione una revisione del quadro normativo in cui si muovono queste professioni, e magari agevolare il mercato artistico e le collaborazioni con altri settori produttivi, estendendo ad esempio incentivi fiscali come l’artbonus alla produzione artistica contemporanea in toto. E anche rivedendo la legge del 2%, magari estendendola anche ai privati e a importi di cantiere inferiori. Significherebbe sostenere un intero settore, rendendolo produttivo, e permettendone un reddito. Come curatore come la vedi? 
Sono anche io curiosa di sapere come vedi le nostre professioni e come si potrebbe uscire da questa impasse.  

Siamo ai saluti: niente Munch né Cronenberg, ne ho solo paura. Forse ci saluteremo con gli occhi. In questo caso avverrebbe un contatto più profondo, con i pro e i contro della cosa. Le buone maniere sono un cuscinetto tra noi e gli altri, una zona franca che permette la giusta distanza: ecco, forse si svilupperà un nuovo galateo! Affascinante, anche molto divertente a tratti. Potrebbe nascerne una nuova opera! Che ne dici, ci lanciamo nella creazione?

(to be continued?)

Giovanni Della Casa, Galateo overo de' costumi, 1558 (p.); Edgar Lee Masters, Spoon River Anthology, 1915; L. 717/1949; Abraham H. Maslow, Motivation and Personality, 1954; De André ‘Un ottico’, 1971; Achille Bonito Oliva, Arte e sistema dell'arte, 1975; http://www.teche.rai.it/2018/11/gino-de-dominicis-lartein-questione/, dal mi. 9,35 ca., 1997; Codice dei beni culturali e del paesaggio, D.Lgs. 42, 22 gennaio 2004; https://www.istat.it/it/archivio/17888



Giulio Verago
Giovedì 30 Aprile 2020, ore 20:47



Cara Vera,

Stasi inquieta è un ossimoro interessante.
Di recente ho conversato con un mio amico che osserva il Ramadan e gli ho chiesto che differenza ci trovi a viverlo in quarantena. Non mi ha saputo rispondere, mi ha detto che proprio non trovava le parole.

E' importante penso, come cittadini prima che come artisti o curatori, impegnarsi per far sì che il vocabolario per descrivere quello che stiamo vivendo sia condiviso, per evitare manipolazioni. Purtroppo anche in Europa (penso alla Ungheria ma anche alla Polonia e non solo) abbiamo governi che stanno imponendo un perimetro tra ciò che può essere detto e ciò che si deve tacere. E sappiamo che c'è chi vuol far passare la pandemia per una scusa. Eppure anche in questi contesti l'arte continua a sopravvivere. Nietzsche giustamente ammoniva contro la presunzione di un’epoca di avere più “giustizia” di un’altra. Resta da capire come gli artisti visivi riusciranno a metabolizzare questa nuova idea di confine che la pandemia sta solo rendendo più evidente. Quale alfabeto inventeranno e quali domande, di fronte a quale specchio ci metteranno.

Gli iceberg di cui mi parli mi sono chiari sia conoscendoti personalmente che approfondendo la tua ricerca. Penso sia fondamentale questa "consonanza" tra ciò che si fa come cittadini e il proprio lavoro. La differenza tra visualizzazione e visione è essenziale ma deve essere chiara all’artista come a chi ci governa.

Sulla condizione degli artisti visivi sto seguendo con grande interesse il dibattito nato da un gruppo di colleghi e artisti di cui ho grande stima - Artist Workers Italia - attorno alla risposta della scena emergente e indipendente. Come anche altre iniziative più vecchie e strutturate, penso al Forum dell’Arte Contemporanea, aiutano a rivendicare la necessità di maggiori tutele per chi crea, di aiuti concreti per chi investe energie e risorse per la creazione emergente. Temo però che un cambiamento reale possa avvenire solo se cambia la percezione del ruolo dell’artista nell’opinione pubblica e per quello ci vuole un cambio di strategia. Giustamente il codice ATECO è una metafora di un problema più ampio, penso ad esempio a quanto le rivendicazioni del mondo dello spettacolo siano più efficaci, perché quel settore si è meglio organizzato e resiliente delle arti visive e non a caso è più presente nei pensieri della politica.

Il ruolo del curatore è evidentemente in una fase di profondo cambiamento, come sta cambiando del resto il senso del fare le mostre. E non mi riferisco solo alla smaterializzazione cui siamo forzati dalla pandemia. Vedo i segni di stanchezza di questa figura di curatore-factotum che ha l’ambizione di assumere “pieni poteri” (legislativo, esecutivo e giudiziario). Forse sono un reazionario ma vedrei utile tornare a una scomposizione delle funzioni reali del sistema  per adempiere le quali ci vuole, più che un master costosissimo, deontologia e il coraggio di esporsi alla critica. Che poi le funzioni possano coesistere nella stessa figura lo deve decidere di volta in volta un meccanismo legittimante che non può più permettersi di scimmiottare quello dello star system.

Penso che nella curatela sia utile uscire dalla comfort zone del proprio statement per provare a semplificare senza banalizzare. L’Italia post-pandemia ha bisogno di percepire il linguaggio dell’arte contemporanea meno distante e autoreferenziale. Il concetto di contemporaneo per me è solo una convenzione utile a scrivere la storia dell’arte ma a prenderla troppo seriamente si rischia di dimenticare la filogenesi, qualcosa che sappia tenere insieme ad esempio i dipinti ottocenteschi di Angelo Morbelli al Pio Albergo Trivulzio con il video girato da Anri Sala nel Duomo di Milano.

Grazie per l’ascolto,
Giulio

(to be continued?)

“The Boat is Leaking. The Captain Lied”, Fondazione Prada - Venezia, 2017 (catalogo); Olafur Eliasson et al. “Chaque matin je me sens différent, chaque soir je me sens le même”, Palais de Tokyo 2002 (catalogo); Kit White, “101 things to learn in Art School”, MIT Press 2011; Enrico Boccioletti, U+29DC aka Documento Continuo, Link Editions, 2014; Hugh Trevor-Roper, “Carlo V e il fallimento dell’umanesimo”, in “Principi e Artisti: mecenatismo e ideologia alla corte degli Asburgo”, Einaudi 1980.

Milano, 8 maggio 2020
Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

In stasi, in corsa // FASE 2 - prima parte

Scambio epistolare tra Vera Pravda [artista] e Giulio Verago [curatore]

PRIMA PARTE

Vera Pravda
Giovedì 23 Aprile 2020, ore 21:23 


Caro Giulio, 
come stai?
Guardo fuori dalla finestra e penso: come sarà il mondo di domani?
Tu cosa ne pensi? Domani è tra qualche settimana, cosa succederà?

Per me è come se avessero spento di colpo la luce, abbassato a uno a uno gli interruttori generali - a ogni conferenza stampa mi sembrava di sentire il rumore di queste grandi leve e il ronzio sordo dei generatori e delle luci d’emergenza - e il tempo interiore, sempre più lento, come un’ombra fuori sincrono, si sta adeguando solo ora.
Lo stop era auspicabile, per cambiar rotta è necessario frenare. Ma quali i prezzi dell’andare e dello stare?
Pensieri veloci, stasi estrema, silenzio, cinguettio d’uccelli in cortile, luci come comete che mi vagano per la testa.

Crisi climatica, quarantena, riconversione ecologica, diseguaglianze sociali, gender gap, zoom, disuguaglianze di genere, coscienza collettiva, fame, business as usual, libertà personale, green washing, smart working, nuovi populismi, povertà, ritorni religiosi, cultura da salotto, resilienza, crisi economica, diretta instagram, solidarietà, e-learning, salto quantico, era post-ideologica, comunità virtuali, società fluida, solitudine connessa, identità, mediosfera digitale. Cosa succederà? Saremo in grado di rispondere a tutti questi interrogativi e ad altri ancora in modo intelligente, + +, positivo per noi e per gli altri? Qual’è la priorità? La possibilità di cambiamento va sfruttata o negata? Penso agli appelli di IPCC, FAO, OHCHR. Si proclamerà il cambiamento, questo è certo, è una delle parole più in voga del momento: ma nella pratica cosa avverrà?

E cosa possiamo fare noi nel nostro piccolo, cosa possono fare gli artisti, i curatori? Che ruolo pensi che possiamo avere nella società di domani?

Immagino la rotta dei transatlantici che sono le nostre società come influenzate da tanti piccoli lillipuziani canotti arancioni che tirano, ognuno dalla propria parte, alcuni travolti, alcuni generano spostamenti irrisori, alcuni provocano virate improvvise, a volte inaspettate, in un mare agitato dagli eventi estremi causati dall’innalzamento della temperatura globale.

Leggendo i media penso che siamo portati a pensare che il covid-19 sia la sola crisi da risolvere, mentre sono certa che siamo immersi in un sistema problematico, parziale, abituato all’omissione, allo sguardo selettivo, salvo poi redimersi quando qualcuno ci pulisce gli occhiali da strati di polvere. Forse ora che abbiamo imparato l’igiene delle mani inizieremo anche a lustrarci gli occhiali da soli? 
Uno dei compiti dell’arte può essere lustrar gli occhiali, o è solo arroganza, visione mono-dimensionale? perché è vero che gli occhiali sono prismi sfaccettati, poliedri complessi, che mutano al mutare del tempo e dell’individuo che li inforca. E soprattutto a dove si punta lo sguardo.

La mia non è un’arte dell’IO, ma del NOI. Ma chi è questo noi? E come cambia?
Un grande grazie a te e a Viafarini per collaborare così attivamente a /Confini/ e agli Highlights su Gli Stati Generali. Queste tante produzioni individuali formeranno un lungo, abbacinante video collettivo, un affresco di questo tempo sospeso, - parziale, certo - ma ricco di spunti, emozioni, pensieri, come germogli in nuce che attendono d’essere irrorati dal tempo per sbocciare. Far da cassa di risonanza a questo appello è, in definitiva, dargli voce. Dar voce ad un piccolo NOI. Grazie.

Poi la tempesta di parole mano a mano decanta, come sabbia in un bicchiere d’acqua, e penso che faremo appello alle nostre capacità interiori, all’umanità profonda, alla scintilla che sta all’interno di ciascuno di noi, nessuno escluso. E penso che questa crisi, nella sua crudeltà e crudezza, ci abbia necessariamente resi più forti, più capaci di accorgerci delle nostre capacità, non solo individuali, ma collettive. Siamo cresciuti come singoli e come società, sono cresciuti i nostri politici nel fronteggiarla, sono cresciuti i capi di stato, i referenti religiosi, gli insegnanti, i genitori, i bambini. Siamo cresciuti tutti noi. Siamo diventati capaci di vedere l’umanità dell’altro. E forse non dobbiamo andare da nessuna parte, ma solo aver cura.

Caro Giulio, ti ringrazio di questo dialogo continuo.

Pochi riferimenti molto sparsi, ma in ordine cronologico:
aa.vv., Pirkei Avot; Jonathan Swift, Travels into Several Remote Nations of the World, in Four Parts. By Lemuel Gulliver, First a Surgeon, and then a Captain of Several Ships, 1726; Voltaire, Candide, ou l'Optimisme, 1759; Herbert Marcuse, One-Dimensional Man: Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society, 1964; John Lennon, Imagine, 1971; Carlo Cipolla, The Basic Laws of Human Stupidity, 1976; Lucio Dalla, L’anno che verrà, 1978 ; Vasco Rossi, T’immagini, 1985; CCCP, Morire, 1986; Noir Desir feat. Brigitte Fontaine, L’Europe, 2001; Linkin Park, Castle of glass, 2012; Jonathan Safran Foer, We are the Weather, 2019.


Cara Vera,
quante questioni importanti tocchi.
Innanzitutto mi chiedi come sto. Sto bene e ne ho una consapevolezza completamente diversa, in alta definizione. 
E' giusto chiedersi che mondo sarà domani ma partendo dall'oggi non rischiamo di averne una visione parziale? 
A guardare fuori dalla finestra quello che mi fa più paura è ciò che non riesco ancora immaginare. Come ci saluteremo? Quali ritualità? De Chirico e Fellini lasciano il posto a Munch e Cronenberg.

I tanti aspetti che evochi mi sembrano tutti in qualche modo interdipendenti e mi sembra difficile individuare la priorità. Sarebbe il compito della politica. O in un sua assenza della filosofia. Forse è un vizio di forma del pensiero occidentale l'ossessione a dover necessariamente ordinare tutto gerarchicamente. 

Mi piace la sequenza di concetti contraddittori che citi. Alcuni di loro (penso ad esempio a resilienza, coscienza collettiva e società fluida) sono belli e utili ma logori, come un tappeto persiano male calpestato. L'arte può suggerire parole nuove e accezioni "fuorvianti" e inaspettate. L'opera d'arte come eterogenesi dei fini, conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali. Navigando a vista in un mondo più povero, diviso e impaurito dobbiamo salvaguardare il diritto alla contraddizione, alla tensione, all'errore e alla dissacrazione, senza questo l'arte è artigianato.
Quanto alla post-ideologia che giustamente evochi per me c'era già tutta nel Manierismo grottesco di Rosso Fiorentino e solo di conseguenza posso casomai vederla nelle banane appese con lo scotch.

Lavoro con gli artisti visivi. Con loro e per loro. Anzi curando una residenza posso dire anche di vivere fra loro. Consapevole delle sfumature tra queste preposizioni. Umanamente lo considero una grande fortuna. A volte persino un privilegio. Ma non dovrebbe essere così. Non dovrei considerarmi un privilegiato ma un povero diavolo capace di esprimere, come può, una funzione piuttosto basilare (se non addirittura elementare) in una società democratica. Aggiungo che per me la curatela è una funzione e non una professione. 

Questo Paese, che si ricorda più facilmente di santi e navigatori che dei poeti, non riconosce all'artista contemporaneo un ruolo. Lascia gli artisti visivi in un vuoto simbolico ma anche in un limbo legale e amministrativo. Vorrei da te una opinione su questo aspetto. Come vivi questa contraddizione? E' uno "svantaggio" essere un*artista in Italia? Non senti tradita una qualche fiducia?

In questo vuoto entra la crisi dell'intero sistema dell'arte, nel momento in cui le opere non possono essere esposte. Un'opera smette di esistere se non viene esposta? Se già i critici erano decimati quando le mostre erano fruibili il fatto di non poter nemmeno vedere l'opera come cambia il consumo culturale? Forse nuovi formati non sono ancora nati e i vecchi non sono ancora morti... In fondo il tuo progetto Confini, come altre proposte e inviti a narrazioni collettive, è anche un modo per interrogarsi sulla genesi di una narrazione collettiva, sulla sua complessità e contradditorietà.

Mi sembra che siamo di fronte a un bivio rispetto al vecchio imperativo kantiano di trattare se stessi e gli altri "sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo". Fino a ieri ero piuttosto pessimista in merito. Ora, paradossalmente, vedo un'occasione per un riallineamento dei poteri anche all'interno del sistema dell'arte o almeno lo spazio per un dibattito sincero, dove gli stracci volano davvero.

A partire dagli anni Novanta (invitando artisti come Vito Acconci, Jimmie Durham, Franco Vaccari, Mona Hatoum e Wurmkos) e più recentemente con Engage Public School Viafarini ha attivato riflessioni sul ruolo dell'artista nella lettura dei cambiamenti nella società ma questo "destino" rimane ancora marginale nel dibattito italiano e ho la sensazione che molta sia la strada ancora da fare.

Fortunatamente l'arte non ha un compito. L'opera non è un esperimento da svolgere per dimostrare una tesi, o un tema da sviluppare per ricavarne una morale. L'arte ha una funzione. Importante ribadirla e non fraintenderla.
Grazie a te Vera, questo dialogo sembra portarci lontano, è un piacere viaggiare con te.

[to be continued?]

Pochi riferimenti sparsi e sbarazzini:
John Williams, stoner (1965); A.A.V.V. Perché continuiamo a fare e a insegnare arte? corso in nove lezioni, Bologna (1977); David Balzer, Curatori d'assalto (2016); Il libro dei ventiquattro filosofi (XII secolo); Franco Russoli, Senza utopia non si fa la realtà. Scritti sul museo (1952-1977); Junichiro Tanizaki, Libro d'ombra (1935); Ten fundamental questions of Curating (2013); Amanda Lear, La mia vita con Dalì (1984); Learning to love you more, Miranda July & Harrell Fletcher (2007), Erlend Loe, Naiv. Super (1996).
New Trolls, Duemila; Billie Holiday, Summertime; Billie Eilish, Everything I wanted; Tim Buckley, Song to the Siren; The Cure, Disintegration; CCCP, Inch'Allah - Ça Va; Cigarettes after sex, Nothing's gonna Hurt you baby; Koudlam, See you All; Whitney Houston, My Love is your Love; Fabrizio De André, Crêuza de mä
Intervista a Giorgio De Chirico mentre dipinge, Come nasce un'opera d'arte, RAI 1975;
Smashing, by Jimmie Durham @ Parasol Unit, performance.

Milano, 7 maggio 2020
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La liminalità dei corpi [STUDENTS' CORNER]

Sono trascorsi esattamente due mesi da quella notte di marzo in cui venne decretata l’estensione della “zona rossa” a tutta Italia. Gli spostamenti vengono vietati; ai cittadini viene imposto l’obbligo di restare a casa, se non per emergenze di salute o motivi lavorativi. Da quel giorno, l’Italia si blocca. Le mura di casa diventano i confini del proprio mondo, le relazioni interpersonali sono delegate al virtuale. Molti altri paesi dell’Unione Europea e del mondo hanno adottato drastiche misure di contenimento del virus Covid-19, riconfigurando profondamente le vite dei cittadini e gli immaginari collettivi sull’altro, sul passato e sul futuro. Ogni evento, locale o mondiale, si lega inevitabilmente ad un’unica costante: il contagio. Lavoro, tempo libero, economia, religione, relazioni sociali, benessere psico-fisico, educazione. Tutti questi aspetti sono interconnessi nell’incertezza del momento e co-partecipano ad un processo di rivalorizzazione individuale e collettiva. Il virus assume le sembianze di un rituale di passaggio a cui tutto il mondo è obbligato a sottoporsi. Ci troviamo attualmente nella fase liminale (Van Gennep, 2002): una fase di sospensione identitaria, di risignificazione dell’ambiente, del sé e dei propri ruoli, siano essi sociali o legati maggiormente alla sfera dell’intimità. Ne consegue un pervasivo - e forzato - lavoro sul sé.

Contemporaneamente, stiamo portando addosso i segni di questo processo: come spesso accade, in un momento di crisi la società intensifica il controllo dei corpi (Scheper-Hughes, Lock, 1987). I segni della quarantena si imprimono fisicamente su e dentro di noi, incorporando la liminalità del rituale e manifestandosi nella fisicità di tutti noi. Quando questo momento passerà, la condizione di ognuno di noi, obbligato nell’oggi a riflettere più o meno profondamente sul sé, sarà inevitabilmente variata, sia a livello microscopico - nelle relazioni più personali - sia a livello più ampio - nella propria società di appartenenza. 

Richiedenti asilo sull'isola di Lesbo, in Grecia

Il virus è quindi permeante, totalizzate, estremizzante; assume le sembianze dell’ideologia. Niente viene più espresso se non in relazione ad esso. Cosa succedeva nel mondo prima di questa crisi? Di cosa si discuteva? Migliaia di migranti erano bloccati sul confine greco-turco, Lesbo era teatro di scontri violenti, la popolazione di Idlib stava fuggendo da una guerra instancabile. Dov’è tutto questo, ora? Ancora è, esiste, a prescindere dal virus. Ma in funzione di esso viene letto. Non si parla più di profughi al confine greco-turco, ma di quanto potrebbe essere rischioso un loro contagio. Idlib viene nuovamente dimenticata. Allo stesso modo, sui giornali, le notizie non concerni al virus si trovano in sezioni minori, sottolineando l’estraneità di tali notizie alla situazione attuale. 


Come si modifica il nostro atteggiamento verso “l’esterno”? Come cambiano le dinamiche sociali e su quali elementi si pone maggiore attenzione? Sono domande che necessitano risposte complesse e che non possono né devono essere decontestualizzate. Tuttavia, la crisi sanitaria mette sicuramente in evidenzia forme di disuguaglianza dalle radici antiche; le loro intersezioni consolidano la gerarchizzazione di classe la quale, a sua volta, influisce fortemente sulle possibilità di benessere e di sopravvivenza di specifiche fasce di popolazione. Emergono sempre più drasticamente le carenze dei sistemi sanitari, le nature più profonde dei politici, le ingiustizie e le ipocrisie della democrazia, la pericolosità di una comunicazione mal gestita. Ed in tutto questo, il Covid-19 cessa di essere altro da noi, il nemico comune delineato dal linguaggio bellico utilizzato dai media - linguaggio che forse vuole proprio celare e negare l’ormai famigliare convivenza con il virus. Esso si trasforma, diventa una lente attraverso cui guardare alla realtà; un termine di paragone per il passato (“quando non c’era il virus”, “quando si poteva uscire”), in un binomio di contrapposizione al negativo con l’oggi, e per il futuro, il quale dipende profondamente dall’evoluzione incerta e speranzosa della situazione attuale. 

Quello che resta - e che deve restare - è la ricerca di una sempre nuova consapevolezza, un memento sull’importanza della conoscenza anche e soprattutto in momenti così difficili, per rinnegare l’odio, accogliere la differenza e, faticosamente, tenere duro, portando avanti le riflessioni nate nell’oggi ed utilizzando il virus come strumento d’analisi e di maggior comprensione sulla realtà. 

Scheper-Hughes, N., Lock, M.M., 1987,  “The Mindful Body: A Prolegomenon to Future Work in Medical Anthropology”, in Medical Anthropology Quarterly, New Series, Vol. 1, No. 1 (Mar., 1987), pp. 6-41

Van Gennep, A., 2002, “I riti di passaggio”, Torino, Bollati Boringhieri

Milano, 6 maggio 2020
Lidia Tortarolo
Studente del Corso di Laurea in Scienze Antropologiche ed Etnologiche
Università di Milano Bicocca

Continuiamo con questo post la pubblicazione dei contributi ricevuti da studenti e studentesse di antropologia interessati a condividere il loro punto di vista sulla situazione che stiamo attraversando. Il blog intende così proporsi come uno spazio di ascolto e confronto tra studiosi che si trovano in fasi diverse del loro percorso formativo e professionale.

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Io, corpo e oggetto [STUDENTS' CORNER]

L’esperienza umana, tra grafici e curve

Ai tempi delle scuole elementari, la mattina mi ritrovavo a far colazione con la televisione sintonizzata sul telegiornale. Le notizie uscivano dallo schermo senza che io riuscissi a comprenderle. Poi toccava agli andamenti delle borse. Quei grafici e quegli indici sono sempre stati per me un vero e proprio mistero. A oggi fatico ancora a comprendere cosa quei numeri volessero realmente comunicarmi. Sono trascorsi vent’anni da quei giorni dell’infanzia e la sensazione che ieri mi provocava il grafico dell’andamento delle borse, oggi me la provoca il grafico dell’andamento del covid-19. Semplicemente, attraverso i grafici, riesco a rappresentarmi ben poco di tutto quanto nel mondo si sta consumando. O meglio: quei numeri non riescono a dirmi tutto.


Ai tempi dell’epidemia da coronavirus l’esperienza umana è ridotta a numeri, dati, curve. Informazioni, queste, che restituiscono una rappresentazione matematica della realtà. Una rappresentazione percepita come l’unica possibile. Perché è sulla base dei numeri, dei dati e delle curve che pensiamo le soluzioni, soprattutto quelle politiche e economiche. Eppure i numeri non sempre mantengono la promessa di raccontare la portata di un fenomeno. Perché i numeri non hanno nomi o cognomi. Non svolgono professioni, non hanno età, né aspettative. Non provano emozioni, non versano lacrime. Non soffrono l’ansia, non assumono farmaci. Non hanno una famiglia da aspettare sulla porta di casa, non hanno nonni o padri o madri. Non hanno figli o amici. Non hanno paure né tanto meno frustrazioni. Non pregano né imprecano. I numeri non pensano né desiderano. Più che la realtà, rappresentano i parametri che abbiamo adottato per capirci qualcosa in più. Così, al cambiare dei parametri, cambiano anche i risultati che i numeri vogliono raggiungere. E insieme a questi, infine, cambia anche la realtà che stiamo rappresentando. Osservare fenomeni e raccogliere dati ha infatti un prezzo da pagare. Karl Popper affermava proprio questo quando sosteneva che “la credenza secondo la quale possiamo partire da delle pure osservazioni, senza niente di simile a una teoria, è davvero assurda: l’osservazione è sempre selettiva”. Per dirla in altri termini: per cercare qualcosa è necessario sapere cosa si sta cercando. Dunque, per cercare una rappresentazione dell’epidemia, è necessario avere già a disposizione una particolare idea di cosa sia la malattia, la salute e la cura. A tenere insieme questi concetti è il corpo. E’ quest’ultimo a essere colpito dalla malattia. E’ il corpo a essere l’oggetto della salute così come della cura. Per queste ragioni le politiche di contrasto al covid-19 prevedono il distanziamento fisico (distanziamento fisico, non sociale). Sono i corpi che stiamo curando e sono sempre i corpi che stiamo conteggiando.
     
Numeri, soggetti e significati

I numeri dell’epidemia continuano allora a promettere di comprendere la portata del fenomeno. Eppure, a quei numeri, manca qualcosa. Manca il significato. Non rendono conto dei lutti, dei legami tra persone, dei sentimenti, delle emozioni, dei pensieri, dei comportamenti individuali. Perché è sulla base di tutto questo che le persone agiscono e, soprattutto, re-agiscono. I grandi numeri non tengono conto delle motivazioni che inducono le persone all’azione. Eppure è proprio a partire da essi che viene prodotta la norma, una norma che ambisce poi a monitorare i comportamenti. 


Un esempio empirico può essere d’aiuto. Tra i dati dell’epidemia troviamo anche quelli riguardanti la mobilità o gli spostamenti delle persone. Attraverso l’attività di monitoraggio delle forze dell’ordine sui territori è possibile conoscere quanti individui, in una particolare area, stanno circolando. Questi dati sugli spostamenti, se messi in relazione a quelli riguardanti l’aumento dei contagi nella medesima area, mostrano una connessione. Da qui una conseguenza: circolare favorisce il contagio. Dunque la norma diventa una soltanto: “stare a casa”. E’ a questo punto che i numeri mostrano tutti i propri limiti: essi non ci dicono nulla sulle motivazioni che hanno spinto alcuni di quei corpi a uscire dalle proprie case. I numeri sembrano negare le motivazioni. Puoi infatti uscire perché soffri di attacchi di ansia e hai bisogno di camminare oppure perché mamma è ricoverata in una Rsa e l’idea di non rivederla fa male. Puoi uscire perché ti manca il tuo compagno, con il quale condividi la vita da anni. Puoi infrangere la quarantena perché sei un eroinomane e, ai tempi dell’epidemia, è meglio contrarre il virus anziché provare sulla propria persona i sintomi drammatici dell’astinenza. Oppure puoi uscire da casa perché, in fondo, nulla ti importa. Che piaccia o meno, che si condividano oppure no, sono queste le motivazioni che spingono quei corpi all’azione. E sono queste motivazioni che danno sapore all’esperienza umana. Perché le persone, per i propri affetti o per le proprie dipendenze, infrangono leggi e le trasgrediscono: i corpi si riscoprono così soggetti capaci di desiderio e di motivazione. Non solo corpi inermi da conteggiare.
     
Il corpo: non solo oggetto

Se l’analisi dei numeri è compito degli epidemiologi, considerare le motivazioni è invece compito degli scienziati sociali, antropologi compresi. Perché le motivazioni che spingono all’azione vengono percepite direttamente e in prima persona. I numeri no. I numeri contano i corpi malati, quelli guariti, quelli che si spostano: corpi e soltanto corpi. Per questa ragione, a volte, i numeri sembrano essere privati di un qualsiasi significato. Il modello matematico dell’epidemia è un “concetto lontano dall’esperienza”, per citare Clifford Geertz. Nell’immaginario delle persone, esso è distante da quanto quotidianamente vivono. I soggetti, secondo il modello matematico, sono oggettivizzati e dunque espropriati della propria dimensione relazionale e sociale. Tuttavia, l’esperienza dell’epidemia, mostra il contrario. Ha infatti a che fare con il distanziamento fisico, l’uso di oggetti quali mascherine e guanti, l’uso di dispositivi digitali per rimanere aggiornati sull’andamento del fenomeno, l’uso di autocertificazioni cartacee per giustificare i propri spostamenti: tutto questo modifica inevitabilmente il nostro modo di relazionarci e di percepirci come soggetti che agiscono e interagiscono. E’ sociale, questa esperienza, proprio perché gli individui la percepiscono attraverso il corpo e attraverso la propria presenza corporea nel mondo. E, attraverso di esso, costruiscono nuovi significati: il corpo non è mai solo un oggetto, è qualcosa di più.


La promessa dell’antropologia

La narrazione di quanto sta avvenendo sembra aver rimosso la dimensione relazionale e sociale. E uno dei risultati è la mancanza di un orizzonte di significato capace di offrire una spiegazione, non tanto dei numeri ma di quanto i soggetti stanno vivendo socialmente in questo capitolo della storia umana. E’ questa la sfida che l’antropologia ha di fronte a sé: trovare nuovi significati, ritualizzare nuovamente l’esperienza e costruire nuovi modelli esplicativi. Sono queste le ragioni che spingono tanti giovani a studiare l’antropologia. Una disciplina che promette sguardi inediti.

Milano, 5 maggio 2020
Daniele Pascale
Studente del Corso di Laurea in Scienze Antropologiche ed Etnologiche
Università di Milano Bicocca

Continuiamo con questo post la pubblicazione dei contributi ricevuti da studenti e studentesse di antropologia interessati a condividere il loro punto di vista sulla situazione che stiamo attraversando. Il blog intende così proporsi come uno spazio di ascolto e confronto tra studiosi che si trovano in fasi diverse del loro percorso formativo e professionale.

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

La giusta distanza educativa. La didattica universitaria dopo il coronavirus // FASE 2

Nell’aprile dell’anno scorso il mio collega Ferdinando Fava mi ha invitato a Padova a presentare il mio libro sulla responsabilità educativa, in programma d’esame, agli studenti del suo corso. La lezione era prevista alle 8.00 del mattino e poiché aimè da Cremona (dove abito) arrivare in treno a Padova per le otto è pressoché impossibile, sono partita il giorno prima e ho dormito in albergo. La lezione è stata viva e partecipata; ho potuto, poi, visitare il bel dipartimento e lo studio del mio collega e anche la città (persino vedere sant’Antonio); il collega mi ha offerto un’ottima colazione e una bella chiacchierata.  

Quest’aprile, in tempo di coronavirus, il mio amico Ferdinando Fava mi ha invitato al suo corso per presentare la mia ricerca sul social network. La lezione sempre alle 8.00. Mi sono svegliata alle 7,30, a casa mia a Cremona, ho preso un caffè e sono intervenuta puntuale dal mio soggiorno grazie a Zoom.  Ho potuto invitare alla lezione l’insegnante del liceo di Crema coinvolta nella ricerca che tranquillamente, da casa sua, non ha avuto problemi (certo a Padova sarebbe stato impossibile per lei venire).  La lezione è stata molto partecipata e dal momento che sono nate diverse domande da parte degli studenti il mio collega mi ha invitata a “ritornare al corso ” la settimana successiva per un’altra lezione, in cui approfondire alcuni aspetti. Certo, niente visita della città, dolcetto, il piacere di rivedere un amico, il calore di un’aula. Ma niente spese per il dipartimento, la possibilità di riprendere il discorso in una seconda lezione e di aprire facilmente il dialogo ad interlocutori che non avrebbero potuto essere presenti fisicamente.


Credo che la cosiddetta  didattica a distanza  (per alcuni un ossimoro) ci sta facendo prendere consapevolezza del valore della didattica in presenza, che per tanti anni abbiamo praticato: il nostro essere lì, in aula,  a volte così faticoso, ma così denso di emozioni; la possibilità di modulare il discorso in relazione alle espressioni sul volto dei nostri interlocutori (che abbiamo imparato a decifrare nel corso degli anni), i molti significati legati alla fisicità dell’incontro (il chiacchiericcio di sottofondo, vedere chi arriva in ritardo e chi esce prima, chi messaggia di nascosto sotto il banco…)


Ma credo anche che la didattica a distanza ci sta permettendo di accorgerci che i nuovi media possono davvero diventare degli alleati, e non nel modo in cui ingenuamente avevamo pensato (“ragazzi trovate le slide della lezione e la bibliografia aggiuntiva sul sito del corso”) 
Se un nuovo medium si caratterizza per la capacità di prefigurare campi del pensabile e di possibile agency, allora la didattica a distanza mi ha permesso di iniziare a  pensarmi come ospite nelle più diverse università senza spostarmi da casa  (a costi zero) e al tempo stesso di pensare che potrei ospitare nel mio corso, per i miei allievi, interventi interessanti di bravissimi colleghi che si trovano all’estero. Che potremmo fare lezione anche dal campo e ospitare a lezione colleghi che si trovano sul campo.  Che la rete può venire in supporto quando nevica e i mezzi non vanno, quando il treno si rompe, quando siamo un po’raffreddati. Insomma, che non occorre in molti casi sospendere la lezione, si può anche fare diversamente (e mi chiedo: perché non lo abbiamo mai fatto?). E poi che potremmo caricare sulla piattaforma dell’università audiolezioni o parti registrate di lezioni (non le semplici slides) che possono riprendere i concetti fondamentali del corso per chi è assente o non frequentante o in difficoltà (anche questo: perché non lo abbiamo mai fatto?).

Se devo immaginare la didattica universitaria dopo il coronavirus penso che non sarà più solo “in presenza” o solo “a distanza”, e credo che adesso sia inutile dividersi tra fautori e detrattori dell’una e dell’altra forma. 
Spero che potrà essere una didattica che prende da entrambe le esperienze il meglio per mantenere e al tempo stesso rinnovare il significato autentico della relazione che si crea, in modi diversi, tra docenti e discenti: l’intenzionalità di un incontro che si basa sull’idea che la trasmissione e la condivisione del sapere – nel nostro caso del sapere antropologico-  è, anche in questi tempi incerti, un valore in cui ancora ci riconosciamo.

Milano, 4 maggio 2020
Angela Biscaldi
Università degli Studi di Milano "La Statale"

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Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano