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Stare dentro i fatti e curare i vuoti che lasceranno

È come un viaggio indietro nel tempo. Del resto, l’antropologia ti riporta sul campo infinite volte, anche quando è ormai concluso, riproponendo nuovi interrogativi e nuove connessioni. Mi sono resa conto di quanto i momenti bui di oggi in Italia mi riportino a quelli di ieri vissuti durante il mio lungo campo in Burundi nel 2015. Beninteso, ci sono enormi differenze tra le due situazioni, ma dal mio personale punto di vista l’accostamento è inevitabile, perché sono gli unici due casi in cui ho sperimentato una quotidianità seriamente troncata e per certi versi surreale.


Mi capita spesso in questi giorni di sentirmi come risucchiata nello spazio e nel tempo e ritrovarmi catapultata nelle strade di Bujumbura. Mi occupavo di violenza nelle sue molteplici sfaccettature - ma con particolare attenzione a quella politica - e di come essa, da un punto di vista antropologico, si ripercuoteva sulla collettività in contesto urbano, obbligando sostanzialmente gli individui a ripensare il quotidiano sulla base di strategie di resistenza. L’etnografia fu molto più densa di quanto mi aspettassi. La grave crisi politica che investì il paese nel 2015, innescata da elezioni presidenziali estremamente controverse, trasformò la capitale in uno spazio di violenza che paralizzò completamente le pratiche quotidiane e impose forti restrizioni alla libertà delle persone sotto tutti i punti di vista.

La violenza in Burundi è un fenomeno strutturale, non occasionale, e per capirne le ragioni e le peculiari forme che ha assunto nel tempo bisognerebbe partire dalle devastazioni operate dai colonizzatori europei. In questa sede, tuttavia, mi basta dirvi che il continuum della violenza in Burundi ha prodotto una certa consuetudine, costringendo a fare i conti con la morte in maniera piuttosto frequente. Nei momenti peggiori, quando non ci si trova soltanto di fronte alla sospensione delle normali attività quotidiane, ma alla sospensione dei diritti fondamentali dell’uomo, la morte e l’orrore sono tangibili nella vita di tutti i giorni. È il terrore generato da questa sospensione che svuota le strade, immobilizza il quotidiano e inebetisce di fronte a corpi torturati o svaniti nel nulla, la cui assenza imprigiona i vivi in un’agonia perenne. L’impossibilità di ritualizzare la morte è una cosa seria e causa di gravi ripercussioni psicologiche. 

I miei diari di campo sono pieni di testimonianze e riflessioni sulla “gestione della morte”, e rileggendole in questi giorni mi hanno fatto pensare a quanto sarà difficile, anche qui, gestire la morte di persone che stiamo contando una dopo l’altra senza poterle raccontarle perché sono tante, repentine, ravvicinate nel tempo. Queste morti sono troppo dolorose per chi non ha potuto viverle da vicino assistendo i propri cari che, così, se ne sono andati via in solitudine. La violenza del virus negherà inoltre a parenti, amici e a tutti quelli che avrebbero voluto farlo, di stringersi attorno a quei corpi e metabolizzarne la dipartita. 

Qui non ci sono colpi stato e colpi d’arma da fuoco a mettere a rischio la nostra vita obbligandoci dentro le mura di casa, c’è la violenza della malattia. L’antropologia spesso ci porta lontano, ci permette di costruire connessioni e riflettere sulle diverse forme di umanità, sulla struttura che si sono date, su come hanno deciso di abitare gli spazi, organizzare il tempo, suddividere i ruoli, su come hanno imparato ad adattarsi a situazioni ostili e molto altro, per poi riportarci a casa più consapevoli. Sull’adattamento a situazioni ostili, comprese quelle che per un motivo o per un altro mettono a serio rischio la vita dell’individuo e della collettività, questa inedita emergenza ci porrà inevitabilmente di fronte alla necessità di curare una sofferenza nuova, almeno nella forma che sta assumendo. Soprattutto nelle zone più colpite, le pagine dei necrologi sono state paragonate a bollettini di guerra, drammaticamente stracolme di nomi, cognomi e piccoli volti in fotografia. La solitudine in cui sono sprofondate ormai più di 5.400 persone in Italia e lo strazio di chi rimane a galla, dovranno far pensare a cure adeguate e a riparazioni simboliche del trauma.

Questo distanziamento, non solo tra i vivi, ma anche tra i vivi e i morti, che ha impedito la cura dei legami e creato vuoti, sarà un punto su cui lavorare. 

Torino, 23 marzo 2020
Marta Mosca
Dottorato in Scienze Psicologiche, Antropologiche e dell'Educazione
Università di Torino

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Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Eccessi di libertà in tempi di quarantena

“Nella società individualistica, non solo l’universale si realizza attraverso l’azione dei singoli, 
ma la società è essenzialmente la sostanza dell’individuo” 
Theodor W. Adorno

L’esperienza dell’epidemia del nuovo coronavirus, dichiarata dall’11 marzo una pandemia da parte dell’OMS, ha fatto emergere, a livello del vissuto collettivo e non solo di un’interpretazione accademica, la dimensione sociale, economica e politica della malattia. 

Per gli antropologi che non sono in viaggio, l’emergenza ha ristretto l’esperienza del campo al salotto di casa e allo stesso tempo tutti i soggetti coinvolti condividono l’interesse per uno stesso oggetto, il coronavirus, e per le forme di comportamento volte ad affrontare il problema, vissuto come comune. Sebbene abbiamo ridotto le nostre interazioni reali, è aumentata la possibilità e il tempo di ascoltare diversi attori sociali che, attraverso la condivisione di idee, di meme, di citazioni, battute, di forme di attivismo legate alla salute, creano un nuovo linguaggio e forme inedite di comunicazione politica, sociale e affettiva. Questo nuovo linguaggio intreccia lo specialistico con il comune in una coralità di interventi, spesso cacofonici ma con un forte potenziale creativo. Questo tipo di campo prevede necessariamente uno sguardo in divenire, che ricorda la cadenza giornaliera del diario di campo. In pochi giorni, infatti si è passati da uno stile di vita normale a uno “stato di eccezione”, per citare un criticatissimo Agamben, in cui le regole, le norme e i decreti legge si aggiornano di continuo.


Questo virus e la sua velocità di propagazione data da un fattore R0 pari a 2,4 ha messo in breve tempo in seria difficoltà il sistema sanitario italiano. Non tanto la sua letalità quanto il tempo lampo con cui si diffonde in una grande quantità di individui rende necessari interventi d’urgenza per garantire le cure e i servizi per i malati di fronte a un numero limitato di letti in terapia intensiva, di respiratori, di personale sanitario. Le pratiche quotidiane degli individui devono necessariamente dialogare con terminologie sconosciute a molti e ci troviamo ogni giorno a cercare un posizionamento in un discorso insidioso.

Di fronte a una crisi bisogna prendere delle decisioni, bisogna fare delle scelte che siano razionalmente orientate e atte a salvaguardare gli individui e la società. Quando si parla di scelte ci si rivolge al comportamento, a idee di etica e di morale. Secondo l’antropologo Jarrett Zigon ci sono diversi ordini entro cui si circoscrive il mondo morale: l’ordine istituzionale; il discorso pubblico della moralità inteso come tutte quelle articolazioni pubbliche di credenze morali, concezioni e speranze non direttamente articolate da un’istituzione e la morale incorporata, intesa come un habitus che gli individui hanno per relazionarsi con gli altri e con la vita senza troppo riflettere. In alcuni momenti però la vita ci pone a situazioni critiche a cui bisogna rispondere con una scelta e Zigon le definisce “momenti etici”. Queste interruzioni alla norma forzano le persone a fare un passo indietro e fare scelte. 

Il coronavirus ha introdotto un “momento etico” che non coinvolge il solo soggetto individuale, ma l’intera società, anzi un insieme di società. Una pandemia è un problema globale. Di fronte a questa invasione il mondo si deve organizzare e fare scelte, in un campo di valori morali ampio e globale, che diventano progressivamente più determinate localmente da giusti comportamenti imposti dall’alto ed etiche individuali. 

Le istituzioni in campo, i soggetti morali, sono molteplici e a diversi livelli: l’OMS, l’organismo di controllo internazionale che monitora l’evolversi dell’epidemia e invia le proprie definizioni del problema e le linee guida da seguire per gli stati, e predispone una serie di norme di comportamenti dirette agli individui; poi ci sono gli stati che intervengono a seconda del progredire dell’epidemia all’interno dei propri confini, a seconda delle priorità costituzionalmente stabilite e di un sistema di valori nazionale (in Italia il governo, l’istituto superiore di sanità e la protezione civile diventano le istituzioni ufficiali); le regioni, a loro volta, si muovono a seconda del livello di diffusione dell’epidemia le possibilità del sistema sanitario territoriale.

Anche per quanto riguarda il discorso pubblico c’è un considerevole dispiegamento di soggetti fra cui i giornalisti, i rappresentanti di partiti politici che cercano di muoversi tra buon senso e propaganda; A questo si aggiungono i soggetti con la propria morale incorporata, in questo caso esperti, virologi, medici, infermieri, opinionisti, e la gente comune che su Facebook esprime le proprie idee. 

Le scelte da intraprendere sono numerose e avvengono quindi su più livelli, in un’arena complessa e trafficata con un’altissima intensità di negoziazione. Il coronavirus per la sua capacità di contagio e rappresentando un problema per il numero di rianimazioni limitato si esprime come un’ottima metafora culturale se si pensa che ci troviamo in un momento ad altissima concentrazione di valori morali diversi che disorientano di fronte a scelte che invece dovrebbero fatte con chiarezza razionale e allo stesso tempo in urgenza. Una grande libertà di scelta si riduce a poche e semplici questioni per esempio nel districarsi moralmente fra l’imperativo rapidamente diffusosi del #restareacasa e la difesa delle libertà personali. In questo momento decisivo siamo tutti disorientati e cambiamo idea repentinamente, in relazione con le decisioni prese dal governo.

Sui social e ancora nella vita sociale urbana a Como, dove vivo, se fino al 7 marzo 2020 la maggioranza dei punti di vista verteva sull’idea che chiudere i bar alle 18 era un’esagerazione, a partire dall’8 marzo con la promulgazione del decreto ministeriale DPCM con le misure di contenimento per la Lombardia e le province più colpite contro il diffondersi del Covid-19, c’è stato un consistente spostamento di opinioni, che si è rinforzato con l’allargamento a tutta Italia comunicato dal Presidente del Consiglio, il 9 marzo.  All’indomani del comunicato per un paio di giorni le opinioni, scevre di ogni criticismo, hanno iniziato a convergere in un atteggiamento attivista per cui le bacheche sono state invase dal nuovo hashtag #iorestoacasa e presto anche di intimidazioni verso gli “idioti” che non lo facevano. La dimensione razionale del giusto comportamento si è ridotta a semplici reazioni affettive come apprezzamento e colpevolizzazione, che però hanno avuto effetti in una drastica riduzione di persone in giro. Tale riduzione, a oggi, non si è dimostrata sufficiente e così le voci dal basso, canalizzate dai social hanno iniziato ad alzarsi.

Il 21 marzo 2020, l’equinozio ha portato nuove restrizioni con un nuovo decreto del Ministero della Salute che restringe ulteriormente le libertà di movimento delle persone: i parchi saranno chiusi, i controlli saranno intensificati e sarà possibile fare esercizio solo “in prossimità della propria abitazione”. Ancora però molti lavoratori sono costretti ad andare a lavorare. Da giorni imperversava sui canali social il dibattito sui “runner” e sulla loro irresponsabilità. Il senso comune del restare a casa si è esteso rapidamente al cercare l’untore e questa volta lo spazio libero del decreto precedente relativo all’attività sportiva svolta individualmente e nel rispetto della giusta distanza è stato criticato come il motivo della mancanza di risultati delle misure finora adottate. Il nuovo intervento del governo è stato così giustificato da una richiesta popolare dal basso e non, apparentemente, da reali motivi strategici. La gente, in un inedito spazio di libertà e di scelta creato dall’emergenza, ha chiesto di essere ulteriormente normata e il governo ha risposto in tal senso. Gli operai devono invece recarsi a lavoro e poco si sa sul controllo della sicurezza delle aziende che dovrebbero garantire le strutture e gli strumenti per la salvaguardia della salute dei propri lavoratori. Dal momento in cui parte un decreto le modalità e le tempistiche in cui le Asl regionali riescono a organizzare l’effettiva azione di controllo sono diverse ma queste sono tematiche che non trovano ampia visibilità sui media. Non è facile informarsi in un contesto di sovrabbondanza di notizie, ma mi chiedo se abbia senso mettersi all’inseguimento dei corridori. Il nuovo decreto ancora una volta pone agli individui diversi spazi di negoziazione all’interno di un concerto restrittivo: come intendere in termini legali la formula “in prossimità della propria abitazione”? Quanti metri sono la prossimità? A quale distanza scattano provvedimenti? Probabilmente dipenderà dalle interpretazioni locali. 

In questo campo intricato e multidimensionale che sembra togliere la libertà agli individui restituendo la condizione strutturata delle persone, si apre al contempo la possibilità di esplicitare la natura strutturante dei soggetti, ovvero la capacità di ognuno di partecipare alla costruzione di una nuova struttura, utilizzando i termini di Bourdieu. Intendendo la soggettivazione, con Michel Foucault, come processo di formazione del sé in un campo di possibilità, il momento etico che è venuto a crearsi con l’avvento del virus costringe gli individui a una serie di vincoli ben rappresentati dalle mura di casa, del comune o del proprio villaggio. Dall’altra parte offre un ampliamento di possibilità dei margini di azione in cui l’individuale implica il sociale e viceversa. Questo momento eccezionale prevede una distensione delle maglie intricate dei decreti in cui è possibile costruire il sé e allo stesso tempo la società. Un momento etico rappresenta una reale possibilità di cambiamento coinvolgendo la responsabilità di ognuno di scegliere quale direzione intraprendere. Se questo aspetto colmo di speranza, di tempo per pensare al futuro, sembra permettere uno sguardo ottimista sugli eventi drammatici che stiamo vivendo, ho l’impressione che nessuno sappia davvero dove andare. Siamo disorientati e lo siamo a casa nostra. Emergono due paradossi: in un momento di grandi restrizioni si ampliano i nostri margini di libertà e da questa libertà ci sentiamo al contempo sopraffatti.

Faggeto Lario (CO), 22 marzo 2020
Viviana Luz Toro Matuk
Uniludes Lugano Campus

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Cronache dal Dipartimento di Prevenzione #2

Stamattina mi alzo con in testa il pensiero delle telefonate da fare. Ho cercato di mettere a punto un planning della mia giornata: prima telefonate, poi un po’ di giardinaggio, pranzo, un film, telefonate, revisione di un articolo, ginnastica. In questo momento è così un po’ per tutti, in casa ci siamo io e mio figlio che ormai è grande, con le amiche e gli amici ci teniamo in contatto attraverso il telefono, skype, o altre piattaforme informatiche. 

C’è una calma strana, niente conflitti, l’obbligo di stare in casa sembra aver modificato le relazioni: dobbiamo sopportarci per tanti giorni e quindi in qualche modo corriamo ai ripari. Stiamo andando in letargo.
Faccio colazione con mio figlio che ascolta una lezione online del master, anche questa sembra diventata una consuetudine per tanti e naturalmente la preoccupazione dilagante è quella di aumentare le disuguaglianze. Chi non ha un computer, chi non ha una connessione, chi ha bisogno di sostegno come farà?

Arriva il tempo delle telefonate, stamattina chiamerò le persone che mi sono parse più in ansia o leggermente sintomatiche, nel pomeriggio le altre. 
Buongiorno sig. Bruno, come sta oggi? ha misurato la febbre? vuole domandarmi qualcosa? Ci sentiamo domani.
La sig.ra Maria mi racconta di essersi precipitata in Toscana dalla madre malata di Alzheimer e lì ha saputo di essere stata a contatto con una persona positiva e perciò messa in quarantena. Il centro diurno frequentato dalla madre è stato chiuso e quindi ora sono sole in casa. Oggi la madre è scappata e lei, non potendo uscire, ha chiamato i carabinieri che la stanno cercando. È molto preoccupata, si sente impotente. 
Il sig. Mario mi espone i suoi problemi: sono tutti in quarantena, lui e la sua famiglia a casa, la badante dalla madre che è morta pochi giorni fa. Si domanda: chi le porterà da mangiare, chi le comprerà le medicine in caso di bisogno? Lo rassicuro dicendo che la chiamerò immediatamente e mi assicurerò che possa avere tutto quello che occorre. Ci sono associazioni di volontari che possono fare la spesa a chi è in quarantena. in qualche modo il problema si può risolvere. Domani mi preoccuperò di trovare i contatti. In fondo il lavoro di rete mi è congeniale: metto in contatto persone e servizi da molti anni.
Un problema simile è quello che assilla la sig.ra Teresa: ha rotto il termometro, non può più misurarsi la febbre, un fatto banale in altri momenti, ma che oggi diventa drammatico. Lei è sola, ha paura di infettare vicini e parenti e quindi proverà a telefonare a una farmacia per capire se possono lasciarglielo sulla soglia di casa.
La soglia è diventata il luogo dello scambio: lì si lasciano i generi di prima necessità. La soglia protegge gli altri da sé. La soglia non può essere attraversata.


Ci sono poi intere famiglie in quarantena, la madre mi parla dei figli, il marito mi parla della moglie, molti chiedono cosa succederà dopo la quarantena. Non potranno fare molto di più di ciò che fanno adesso: siamo tutti reclusi. 
Il sig. Mauro mi domanda se potrà andare a vedere la sepoltura della madre, stara chiuso in macchina per non infettare nessuno. I funerali sono vietati, ma almeno la possibilità di poter accompagnare i propri cari deve essere concessa. 

È stata una giornata di parole, e mi viene in mente il discorso di Ivan Bargna all’apertura del Word Anthropology Day a Milano: ci sono lavori fatti di parole come quello dell’antropologo. Ebbene io uso la mia voce più che mai in questi giorni e dentro la voce c’è la consapevolezza degli obiettivi: sto cercando di capire, di aiutare e nello stesso tempo di riflettere su ciò che avviene.

Mi domando: sto facendo l’antropologa? Sto facendo l’educatrice? A volte questi due ruoli si confondono, non so se sono un’antropologa che ha incorporato un fare educativo o un’educatrice con competenze antropologiche. Ma forse tutto questo è poco importante. 
Direi che stiamo “inventando” la professione dell’antropologo con fatica ed entusiasmo allo stesso tempo.
Posso certamente dire che un fare quotidiano con l’altro che porti con sé un desiderio di ricerca costante, di comprensione della realtà, di riflessione sulla relazione è per me un fare antropologico.
Allora concludo questo diario con la consapevolezza che sto mettendo a frutto, anche in questo frangente, un saper fare che poggia le sue radici sia nella professione educativa che in quella antropologica.
Ma è nato prima l’uovo o la gallina?

Torino, 22 marzo 2020
Lucia Portis
ASL Città di Torino

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Crisi della presenza e astinenza [STUDENTS' CORNER]

È simile a un liquido di contrasto, il coronavirus. Rende visibile, facendolo emergere, tutto ciò che altrimenti resterebbe occultato allo sguardo. Rende evidenti le paure, le ansie, le angosce. Ci riscopriamo fragili e vulnerabili. Ai tempi dell’epidemia prendiamo atto di quanto sia precario il nostro modo di vivere. E il messaggio, quello che dice “restare a casa”, non è più solo una direttiva del governo. È bensì un farmaco, un ansiolitico, una formula magica, un esorcismo. È un messaggio che tenta disperatamente di dare un senso a ciò che mai ci saremmo aspettati potesse accadere: un’epidemia. Più lo ripetiamo più aumenta la sua efficacia. Chiunque è invitato a pronunciarlo: dalle autorità alle star della televisione. Lo ripetiamo a chi abbiamo occasione di incontrare, nel mondo reale oppure sui social network. Più persone lo pronunciano più risulta essere performante. Ci riscopriamo un po’ come quei “primitivi” che, nominando la pioggia durante il rito, si aspettano poi di vederla cadere dal cielo.



L’Organizzazione mondiale della sanità parla ora di pandemia. Vietato uscire, dunque. Non solo da casa propria ma anche dai confini del comune di residenza. Per i trasgressori sono previste sanzioni. Negozi, ristoranti, bar e palestre sono chiusi. Per circolare è necessario avere in tasca un’autocertificazione che giustifichi i propri spostamenti. Anche chi si muove a piedi è sottoposto ai controlli delle forze dell’ordine. Questa, per un po’ di settimane, sarà la normalità.

Ai tempi del coronavirus ci riscopriamo essere tossicodipendenti in crisi di astinenza. Non siamo abituati a stare fermi e soli con noi stessi. È necessario essere attivi, produrre, ottenere risultati, intrattenere relazioni, essere performanti. È questa la nostra droga. Ci sentiamo inadeguati se non stiamo al passo, se non lavoriamo, se non riusciamo a relazionarci, se la nostra persona non lascia un’impronta. Sentiamo di essere fuori posto. Ci convinciamo di non valere nulla, di avere poco valore. Non è, infatti, proprio grazie al lavoro, alle relazioni e al nostro muoverci nel mondo che plasmiamo la nostra identità?

Poi arriva l’epidemia. Tutto quanto fatto fino a oggi non è più funzionale. Ognuno è chiamato a cambiare atteggiamento e incorporare nuove abitudini. E così l’ansia sociale esplode e, insieme a lei, anche l’aggressività. Basta aprire un qualsiasi social network per rendersene conto. Siamo preoccupati. D’altronde è attraverso le nostre abitudini e azioni che abbiamo definito noi stessi. Queste sono il nostro “habitus”. 

Ora però le abitudini sono cambiate. E con esse stiamo cambiando anche noi, inevitabilmente. Abbiamo paura, sentiamo di essere spaesati e in pericolo. Siamo un po’ frustrati. Si tratta di una sorta di crisi della presenza, un concetto di cui parlava Ernesto de Martino in Sud e magia nel 1959. Fermarsi significa mettere in discussione la nostra esistenza sociale, costruita proprio sul non fermarsi mai. Dopotutto il nostro pane quotidiano, materiale o immateriale che sia, lo otteniamo attraverso l’azione. 

Siamo in crisi di astinenza. Un’astinenza sociale per lo più. Così, per alleviare i sintomi, esorcizziamo la paura del contagio ripetendo a noi stessi, e agli altri, sempre la medesima formula: “restare a casa”. Una formula magica performante: un simbolo per riaffermare una presenza in crisi. 

Milano, 21 marzo 2020
Daniele Pascale
Studente del Corso di Laurea in Scienze Antropologiche ed Etnologiche
Università di Milano Bicocca

Continuiamo con questo post la pubblicazione dei contributi ricevuti da studenti e studentesse di antropologia interessati a condividere il loro punto di vista sulla situazione che stiamo attraversando. Il blog intende così proporsi come uno spazio di ascolto e confronto tra studiosi che si trovano in fasi diverse del loro percorso formativo e professionale.

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La realtà dell'epidemia e il valore dell'antropologia

Dopo aver insegnato e scritto per anni di biopolitica le parole di Lucia Portis ‘Cronache dal dipartimento di Prevenzione’ pubblicate qualche giorno fa su questo blog mi hanno fatto riflettere perché hanno risuonato con le mie inquietudini:

“Sono sincera, lascio da parte la vocazione critica dell’Antropologia medica, certo le questioni di potere sono sempre tra noi: chi sarà più importante? Chi risponde ai quesiti dei medici di base o chi telefona alle persone in quarantena? Ci sono comportamenti che noto o domande che mi pongo ma che di fronte alla complessità della situazione mi sembrano banali, quando tutto questo sarà finito ci sarà tempo per riflettere. […] Sicuramente la biomedicina sta imponendo uno stile di vita a chi ha contratto il virus o è stato in contatto con persone positive e a tutti noi, c’erano alternative possibili? Ci sono persone abbandonate: i senza fissa dimora o chi sta in carcere; ci sono professioni, come quelle educative poco tutelate. C'è chi ha perso il lavoro o lo perderà. In questa situazione così complessa mi viene in mente la parola agency, a volte abusata dagli antropologi. Oggi però questa parola ha avuto senso e concretezza: ho deciso di implicarmi intenzionalmente, di non essere spettatrice, di buttarmi nella mischia…Per me è innanzitutto un dover essere, un imperativo etico, se si può, si fa…”.

Gli interrogativi di Lucia Portis hanno trovato nell’intervento di Carlo Capello che segue una prima risposta. Personalmente, concordo con Capello circa la Sua argomentazione generale sulla natura del potere come essenzialmente sociale, un qualcosa da cui non possiamo ma neppure dobbiamo rifuggire. Concordo anche con la Sua interpretazione del dibattito che si è sviluppato in seguito alla pubblicazione di Agamben di un post in cui allertava dei pericoli dello ‘stato di eccezione’ in tempi di coronavirus. Come Capello scrive, probabilmente per Agamben la teorizzazione dello stato di eccezione come essenza segreta della sovranità è il punto centrale, a prescindere dalla questione se “quel qualcosa su cui si appoggia il sovrano per sospendere la normalità e la norma sia reale o no”.
Ma, a mio parere, la realtà di quel ‘pretesto’ è non solo importante, ma centrale. Ed è qui che filosofia e antropologia si differenziano.

La realtà delle cose non può essere scissa dai dispositivi sociomateriali che si mettono in atto per interpretare una realtà che, altrimenti, per noi umani sarebbe muta, caotica e incomprensibile. Per questo motivo, vari Autori all’interno della socio-antropologia della scienza hanno riconfigurato la realtà non come un sostrato oggettivo e antecedente le interpretazioni umane ma in quanto misura del loro impatto sul mondo: “Realism ... is not about representations of an independent reality but about the real consequences, interventions, creative possibilities, and responsibilities of intra-acting within and as part of the world” (Barad, 2007, p. 37). Ciò introduce il tema della responsabilità nel dibattito sul realismo: ciò che esiste è anche ciò di cui noi siamo responsabili e di cui dobbiamo prenderci cura.


Le epidemie fanno parte della storia dell’uomo, non sono certo una novità ma in ogni periodo storico le cause sono state diverse. Le epidemie del mondo moderno – dalla spagnola, all’Ebola, l’HIV all’aviaria - sono tutte zoonosi, ovvero malattie provocate da un virus che normalmente coabita con animali e per una qualche ragione transita agli esseri umani. Secondo alcune ipotesi, l’epidemia che stiamo vivendo non è incidentale ma è la diretta conseguenza della distruzione violenta e rapida di ecosistemi e di legami di reciprocità tra umani e microbi. Ciò è la conseguenza di interventi troppo spavaldi nei confronti del delicato rapporto tra natura e cultura: perturbare gli ecosistemi può disturbare quello che viene definito ‘antagonismo microbico’ ovvero un equilibrio microbico che evita lo sviluppo di patogeni. Per esempio, “[L]à, dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie” (Quammen, 2014, p. 47). Questi virus cercano un nuovo ospite e, al momento attuale, gli esseri umani sono degli ospiti ideali perché siamo tanti e molti mobili, caratteristica che da là possibilità ai virus di espandersi velocemente e su un ampio raggio. 

Se l’ipotesi più sopra ha un fondamento, allora la sospensione temporanea della normalità all’interno di una cornice democratica - ovvero sospensione “della normalità, non del diritto o dei diritti” (Capello) - è una buona notizia. E’ una buona notizia perché ci permettere di sfruttare le potenzialità di trasformazione offerte da questa fase di liminalità, ben sottolineata da Capello. Ma la liminalità vissuta in una cornice democratica non mantiene solo i diritti ma anche i doveri ovvero le responsabilità che, come cittadini, abbiamo nei confronti degli altri.

Per quanto concetti come ‘biopolitica’ e ‘stato d’eccezione’ siano degli strumenti formidabili per aiutarci nella comprensione di ciò che ci circonda, se “non dichiarati e non sottoposti a scrutinio” (Dei, 2017, p.45) possono intossicare le nostre analisi e renderci anacronistici o ciechi alla realtà delle situazioni. Mai come in questo momento è importante volgere l’attenzione alla realtà di ciò che sta accadendo, ovvero assumercene la responsabilità anche ‘facendo’, come Lucia Portis nel suo lavoro nel dipartimento di Prevenzione. Questo fare diviene un’esperienza antropologica che ci permette di comprendere che viviamo in un mondo in cui tutti, umani e non-umani, persone e virus, sono dipendenti l’uno dall’altro. Significa anche aprire domande di ricerca, che poi potranno essere analizzate etnograficamente, su come possiamo stabilire e mantenere una convivenza pacifica in un mondo umano ma anche più che umano e interconnesso. Un mondo che non è solo da sfruttare ma anche da curare in un’ottica di giustizia sociale allargata.

Quindi, tornando ad Agamben, le misure forti del governo hanno un loro senso e non sono necessariamente ‘pretesti’ per altri fini. Hanno un senso perché la situazione è reale e come tale va affrontata. Di fronte a un problema reale è giusto intervenire, fare, “buttarsi nella mischia” senza troppo elucubrare, come dice di fare Lucia Portis. Al tempo stesso, sono proprio le specificità materiali, reali e tangibili di questa crisi che ci stanno offrendo spunti di riflessione adeguati all’obiettvo che questa situazione richiede: uscire da uno stato di “eccezione virale ”. A tal fine è necessario moltiplicare le voci, i resoconti e le interpretazioni circa cosa sia questa crisi e come vada gestita. La democrazia infatti è un processo, non è una condizione, e perciò l’antropologia ha un’enorme potenzialità nell’ accompagnare questo processo che speriamo ci porti - come prefigurato da Alessandro Natili nel suo post su questo blog - ad un “nuovo Rinascimento”.

Barad K., 2007, Meeting the universe halfway. Quantum physics and the entanglement of matter and meaning, Durham & London, Duke University Press.
Dei F., 2017, "Di Stato si muore? Per una critica dell’antropologia critica", in (a cura di) F. Dei e C. Di Pasquale, Stato, violenza, libertà. La «critica del potere» e l’antropologia contemporanea, Roma, Donzelli editore, 9-50.
Quammen D., 2014, Spillover. L'evoluzione delle pandemie, Milano, Adelphi.

Carisolo (TN), 21 marzo 2020
Roberta Raffaetà
Libera Università di Bolzano

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