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Etnografie dell’isolamento e del nostro futuro incerto. Fase 1: Superare l’inquietudine, la rabbia, lo spaesamento dell'estraneo e del troppo intimo [STUDENTS' CORNER]

Pubblichiamo la SECONDA PARTE del lavoro collettivo prodotto da parte delle studentesse e degli studenti nel corso del Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale dell'Università di Torino, con l’accompagnamento di Simona Taliani.


“Premetto che questo esercizio in principio mi ha un poco inquietato” (Maria Fresta, Diario di campo).

“Il mio metodo di ricerca durante questo mese di quarantena è cambiato drasticamente con lo scorrere delle settimane e dei decreti. Se infatti nelle prime settimane (anche all’inizio del lockdown) mi sentivo tranquilla nell’andare al supermercato e, pur mantenendo le distanze di sicurezza, sentirmi in contatto con le persone che mi circondavano, piano piano anche il mio stato di inquietudine ha iniziato ad acquistare nuovo peso. La percezione della diffidenza e della paura espresse dalle persone attorno a me (e probabilmente anche da me stessa) sono aumentate sempre più con lo scorrere delle settimane” (Mia Tessarolo, Diario di campo).

La paura per qualcuno di noi si è spostata dallo spazio esterno a quello intimo, domestico, familiare. Drasticamente familiare.

"Purtroppo, poi c’è stata una situazione di emergenza in famiglia che ha di nuovo portato cambiamenti alla mia ricerca. Mia nonna è stata male ed è stata operata d’urgenza, e questo ovviamente ha portato ansia e tensioni in famiglia. Mia nonna è stata operata a Vercelli in un ospedale in cui non c’è un reparto COVID, quindi non eravamo troppo preoccupati per quello, ma più che altro non potendo andare a trovarla, era difficile starle vicino, e lei ha sofferto particolarmente questa situazione. L’intervento è andato bene ed è tornata a casa, ma questa esperienza mi ha influenzata molto e non ho più portato avanti la mia ricerca. Questo mi ha fatto ragionare su quanto è facile che il lavoro sul campo venga stravolto dalla propria esperienza personale" (Maria Agnese Capellupo, Diario di campo).

Altre nonne hanno fatto irruzione sui nostri rispettivi “campi”.

"Mi sono rimaste solo le mie nonne. I miei nonni sono morti a distanza di dieci anni l’uno dall’altro. L’ultimo l’ho perso nel mese di dicembre. Probabilmente è vero che le donne sono più forti degli uomini; anche il Coronavirus sembra colpire meno il gentil sesso.
Nonna Maria abita a nemmeno un chilometro da casa mia. A piedi sono 7 minuti se cammini velocemente. Nonna è più verso i novanta che verso gli ottant’anni ormai. Ieri si è commossa mentre mi parlava di un dottore del bresciano afflitto dalla situazione emergenziale ormai insopportabile. La nonna si tiene a distanza, ma non troppa. Non ci dà baci. Non ci abbraccia e non ci accarezza. La andiamo a trovare uno per volta, uno ogni sera, a turno. Io, papà, Sofia, zia. Suoniamo il campanello verso le sei di sera, una bella partita a carte, si cucina e poi, dopo il lavaggio dei piatti, si torna a casa.
Entrambe le mie nonne vogliono vivere. Lo dicono chiaramente, che non si vogliono ammalare. Se nonna Luigina ha deciso che l’orto è un toccasana per l’umore, che deve essere mantenuto rigorosamente alto per non indebolire le difese immunitarie, nonna Maria è invece convinta che l’abbandonare qualsiasi tipo di lavoro domestico possa tutelarla dal farsi male, finire in ospedale ed ammalarsi. La differenza dei loro atteggiamenti sta proprio, a mio parere, nei dieci anni d’età che le separano. L’una rimane indipendente, l’altra è bisognosa di compagnia ed assistenza continua. Entrambe sono combattive. Entrambe accusano il mondo di oggi che, permettendo scambi di persone e di merci così rapidi, ha dato possibilità al coronavirus di diffondersi in fretta. La classica sentenza “ai miei tempi non sarebbe successo” sembra avere validità universale.
Mamma è andata a trovare nonna Luigina, per portarle il pane. È andata una volta a settimana. La prima settimana la nonna l’ha trovata ad aspettarla al cancello, le altre due volte però la nonna è rimasta a salutarla dal balcone, che non si sa mai. Lei è preoccupata. Beve bevande calde perché è convinta che il caldo possa uccidere il virus. Ora che non ha più da andare al cimitero dai suoi morti (questo è il suo più grande cruccio) e che non deve più andare a recuperare qualcuno dei suoi sei nipoti a destra e a manca, passa tutto il suo tempo nell’orto. Lei è autosufficiente, dice. Da quando è iniziata la quarantena non ha ancora incaricato nessuno di farle la spesa. Dice che fa scorte da anni. Che le sue galline le danno le uova. Che al limite avrà bisogno di becchime per loro, ma non nell’immediato.
[…] Era gennaio quando abbiamo iniziato a parlare di Coronavirus. Eravamo da lei, guardavamo quel programma di politica sul 4. Io ero spaventata, forse la più spaventata di tutti. Nonna mi diceva di non preoccuparmi, che le frontiere sarebbero state chiuse, che non avremmo avuto problemi. L’emergenza non era la nostra. Intanto sui social già giravano video apocalittici diffusi solo per aumentare il panico. Ne abbiamo guardato uno tutti insieme quella sera, con la nonna, mia sorella ed i miei cugini. Sono andata a letto pensando e ripensando a cosa sarebbe capitato, sovrastata da un nemico invisibile che mi metteva sotto pressione. La nonna mi ha rassicurata perché la televisione passava questo messaggio qui: non c’è nulla di cui preoccuparsi, non è la nostra battaglia. Di lì a poco i due turisti cinesi sarebbero stati ricoverati a Roma. Non c’è nulla di cui preoccuparsi, mi diceva, perché noi qui in Italia non moriremo. Abbiamo un sistema sanitario eccellente che riuscirà a salvare loro e tutti quanti noi. Ora sono io che rassicuro lei, che la tranquillizzo dicendole che nessuno in Italia patirà la fame, che ne usciremo più forti, che presto ci riabbracceremo e sarà ancora più bello; tutto questo mentre alla televisione si prega in diretta, si discute su quali misure il governo dovrà prendere e su quelle che sono già state prese, si dibatte in merito alla possibilità di far fare due passi ai bambini. Mia nonna, come molte anziane ed anziani della sua età, ha solo la televisione a cui affidarsi. Non ha un telefono cellulare collegato ad internet, non ha la possibilità di uscire di casa e comprarsi un giornale. Benché la varietà di canali e programmi rimanga vasta, lo schermo della sua tv, che domina la sala da pranzo, è il suo unico contatto con il mondo ed è il medium tramite il quale lei interpreta il mondo esterno. La confusione che adesso domina il palinsesto televisivo sta aumentando la sua ansia da reclusione forzata" (Irene Chiambretto, Diario di campo).

L’11 marzo una nostra collega ha avuto una febbre improvvisa ed ha chiamato la guardia medica. Scriveva in una email:

"Negli ultimi dieci giorni mi sono trovata ad avere un'improvvisa febbre, molto alta con picchi di 40 gradi, e questa mattina sono riuscita a scrivere tutto l'accaduto sotto vari punti di vista; pensavo potesse essere interessante riportare la mia esperienza con il sistema sanitario durante l'emergenza coronavirus, come ha risposto alla mia (più che altro quella dei miei genitori) richiesta di aiuto. Quello che è successo è stato illuminante, sotto il punto di vista della ricerca: il panico/rabbia del mio medico di famiglia, la guardia medica irreperibile e il numero regionale che non sapeva come classificare questa febbre improvvisa. Non so se può essere d'aiuto nel nostro piccolo progetto, se può essere uno spunto di riflessione o se può essere inserito come un altro punto di vista della ricerca, quello di chi si ritrova con dei sintomi e deve affrontare l'incertezza e comunicare con il sistema sanitario al collasso per la mancanza di posti negli ospedali, tamponi, informazioni, ecc."

Così con più calma scriveva della sua esperienza:

"Mercoledì mattina ho cominciato ad avere un gran mal di testa, ma la comparsa della febbre è avvenuta in serata, 39°C. Credevo si trattasse di stanchezza, ma la febbre non scendeva né assumendo paracetamolo né con le spugnature. La mattina di giovedì alle 6.40 ho perso i sensi, vedevo nero e non riuscivo a sentire nulla così mia madre presa dal panico ha cercato di contattare la guardia medica, che non ha risposto neanche ad una singola chiamata; dopo uno squillo si interrompeva la chiamata. […] Il mio medico non ha risposto alle chiamate, quindi abbiamo telefonato al numero verde regionale, ho risposto ad alcune domande e mi è stato detto che si trattava probabilmente di un’influenza intestinale, anche se non ne presentavo i sintomi – e che era l’ipotesi più plausibile – quindi, per precauzione prendevano i miei dati in caso avessi richiamato con sintomi diversi dall’influenza. Siamo riusciti a contattare il mio medico alle 10 del mattino, che arrabbiata con noi ha urlato al telefono a mio padre di non telefonare per una febbre perché – cito – “Siete tutti nel panico! La dovete smettere! Si prenda la tachipirina e una bustina di Oki dopo i pasti per l’infiammazione”, senza alcuna spiegazione. Non ha fatto domande, non ha chiesto informazioni, ha interrotto mio padre mentre spiegava le mie condizioni e ha riattaccato il telefono. Io non avevo mal di gola, né problemi di stomaco, intestino, o tosse. Non sono riuscita a capire l’origine della febbre, ma ho potuto constatare come (non) funzioni il sistema sanitario in questa emergenza. La guardia medica dovrebbe essere disponibile dalle 20 alle 8 e invece non c’era. Il medico ha prescritto un farmaco senza neanche considerare la mia cartella in cui ci sono le allergie alla maggior parte delle medicine, senza ascoltare minimamente ciò che i miei genitori cercavano di spiegare, senza fornirci assistenza, senza contare il fatto che si è resa disponibile alle 10 del mattino. Per fortuna il numero verde regionale ha saputo aiutarci, anche se l’operatrice non ha capito come mai avessi la febbre così alta senza presentare altri sintomi. Paura, rabbia, delusione. Questo è quello che stiamo vivendo, di fatto siamo stati abbandonati dal sistema sanitario, e ci sentiamo persi" (Jessica Bellardita, Diario di campo).

Una collega del Laboratorio – che conduce un’esperienza parallela (dalla parte di chi risponde alle telefonate) – così accompagna le parole di Jessica:

"Già ad inizio marzo [1], ancora prima che il governo varasse misure restrittive su scala nazionale, i tempi di attesa al numero verde di pubblica utilità si aggiravano attorno ai venti minuti per poter parlare con un primo operatore. Se le domande poste richiedevano una competenza maggiore da parte dell’operatore [che prendeva la chiamata], si veniva rimandati ad un operatore di “secondo livello”, con un’attesa di altri quaranta minuti circa. Nel momento in cui poi si cerca di indagare questioni spinose come tempi di incubazione o assenza di sintomi, la risposta che si riceve è che “gli studi scientifici attualmente disponibili non indicano un’alta probabilità di trasmissione da parte di persone asintomatiche”.
L’enorme instabilità della situazione è resa manifesta anche dal diverso numero di pareri, protocolli, comportamenti da seguire e figure da consultare. Una chiamata al numero verde può dover essere seguita da una chiamata al proprio medico di base o al Dipartimento di igiene e prevenzione della propria provincia, e in ognuno di questi casi si può trovare un parere medico leggermente differente.
In questo contesto di forte incertezza e “non conoscenza”, la figura del malato asintomatico o con sintomi lievi desta non poche preoccupazioni. In questa categoria, infatti, rientrano tutti quei soggetti che risultano positivi al Coronavirus senza presentare alcun sintomo, o presentando sintomi tanto lievi da poter essere confusi con un’altra qualsiasi influenza stagionale [2]. Questi soggetti, pur avendo sintomi lievi o totalmente assenti, sono comunque in grado di diffondere il virus a causa della carica virale che trasportano. Attraverso la nostra prospettiva di analisi, dunque, questi soggetti potrebbero essere visti come “untori” che non possono riconoscersi e non possono essere riconosciuti da terzi. L’impossibilità di distinguere l’untore attraverso sintomi, comportamenti, caratteristiche specifiche o appartenenza ad un qualche gruppo sociale, crea uno scenario di incertezza e di mutabilità, in cui è difficile operare una distinzione tra i “sani” e gli “untori”, appunto. Da qui si innesca dunque un meccanismo di sfiducia nei confronti di tutti, dal momento che ognuno potrebbe essere un potenziale untore.
In un contesto in cui tutti dubitano di tutti e in cui il distanziamento sociale pare essere la sola indicazione incontrovertibile, due sono i comportamenti principali che si possono ravvisare, riassumibili nella definizione di un untore “agente” e di un untore “agito” (Giulia Cattaneo, Diario di campo).

Varia l’attenzione che prestiamo a quanto accade intorno a noi e dentro di noi, varia l’attenzione data all’esperienza vissuta come se col corpo sentissimo e capissimo la realtà che ci circonda. In un lavoro del 2010, Jason Throop [3] parlando del dolore e di come si possa farne una etnografia sottolineava l’importanza che per lui aveva avuto una indicazione teorico-metodologica di Thomas Csordas. I “modi di attenzione somatica” sono per i due antropologi delle elaborate modalità culturali con cui apprendiamo il mondo e la presenza degli altri, attraverso il corpo e il suo stare all’erta. Diciamo che i nostri corpi sono stati ben all’erta, dunque, sensibili e ‘svegli’ anche quando deboli, affannati, sudati, stanchi. 

"Terminiamo questa prima parte di riflessioni su cosa ha significato “fare campo” in questi due mesi con le riflessioni di due nostre colleghe, quasi all’opposto l’una dell’altra per le condizioni di vita che ci hanno visto protagonisti, a volte, nostro malgrado. Non si ha la possibilità di osservare qualcosa o qualcun* a noi sconosciuto" (Ersilia Bernardone, Diario di campo).

"Penso all’attaccamento fisico. Vivo in un Ashram e siamo in 25 a condividere la stessa cucina, stesso bagno e alcuni di noi anche stessa stanza. Qui in molti tossiscono, starnutiscono, viviamo tutti insieme ed io sto molto attenta ma è quasi inevitabile beccarlo [il virus]. Forse siamo tutti positivi, tutti siamo stati in contatto con il virus, non so se la pratica dello yoga, la meditazione, il pranayama, la preghiera, aiuta a mantenere vibrazioni positive della mente e a salvarci dalla malattia. Questa pratica è vero rafforza il sistema immunitario, ma anche è vero che voglio convincermi di questo e non indebolirmi. Oggi mi sono tagliata il dito e non smetteva di scorrere sangue. Avevo paura che la ferita fosse troppo profonda. No, no, sono anemica – mi dicevo – non posso perdere troppo sangue. Poi pensavo: No, i punti no. Devo andare in ospedale e poi mi metteranno in quarantena perché in contatto con altre persone. Poi ho pensato: mi metto i punti qui da sola, con ago e filo. Il dolore si fa più acuto e non penso più al corpo, ma solo al dolore. Riesco a sopportare a combattere il dolore e la mente si fa più forte e la mente resiste e dà forza al corpo, il coraggio… quando tutto finisce realizzo che la preoccupazione che c’è prima della malattia mi ha fatto agitare, ammalare. Dopo due ore, tutto era passato" (Margherita Peluso, Diario di campo).

Dopo qualche giorno, la nostra collega rimasta bloccata in Canada, continua così il suo Diario di campo:

"Mi domando se avessi preferito rimanere a casa con le persone a me più care e vicine. Forse dovevo essere qui a pregare per tutto il mondo. Mamma ma quando finirà? Ma quando posso tornare a casa? (Margherita Peluso, Diario di campo).

(continua)

[1] Riportiamo qui l’esperienza di Giulia Cattaneo, che ha avuto modo di operare presso i servizi preposti all’assistenza dei cittadini durante questa emergenza. Nello specifico qui si tratta di diverse consulenze telefoniche richieste nel corso delle prime due settimane di marzo.
[2] In merito alla questione si veda: Lawton G., (2020), Gli asintomatici che diffondono il virus senza saperlo
[3] J. Throop (2010), Suffering and Sentiment. Exploring the vicissitudes of experience and pain in Yap, University of California Press, Berkeley, Los Angeles and London.


Torino, 17 giugno 2020
Laboratorio di Etnografia, Corso di Laurea in Comunicazione Interculturale, Università di Torino
Anna Airoldi, Martina Anfosso, Stefania Baronetto, Mariangela Jessica Bellardita, Souha Benhlima, Ersilia Bernardone, Maria Agnese Capellupo, Giulia Cattaneo, Irene Chiambretto, Maria Fresta, Lara Gino, Alice Rampado, Lorenzo Maida, Margherita Peluso, Mia Tessarolo con l’accompagnamento di Simona Taliani.

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Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.