Molti anni fa abitavo in
provincia di Napoli, ma ammiravo moltissimo la città di Perugia, dove oggi vivo.
Non solo perché chi ci veniva poteva mangiare bene alla mensa comunale per
poche lire, accanto a funzionari di amministrazioni diverse, a persone che
vivevano in strada, a studenti e docenti universitari e a turisti di vario
genere; non solo perché Edoardo Bennato, da Napoli, aveva cantato la prima scala
mobile di una bella città dell’Italia centrale; non solo perché lo stereotipo
del qui-si-fermano-al-semaforo-rosso corrispondeva a più dell’usuale cinquanta
per cento di verità e neanche solo perché c’era la piscina pubblica o perché eravamo
accolti da un abbraccio corale e rispettoso, sincero e franco, sobrio e mai scontato.
Non solo. Pensavo sempre a Perugia per altri due motivi: il jazz e l’antropologia
culturale.
Durante il festival “Umbria
Jazz” a Perugia si poteva dormire nei sacchi a pelo per terra. Beh, forse proprio
dappertutto no… in effetti ricordo che quando arrivammo in città all’alba di un
giorno di luglio del 1982, io rimasi a dormire in macchina, il mio compagno di viaggio
si distese in un portico libero. Ma in mattinata fu risvegliato da un vocione: –
“Documenti!”, esclamò il carabiniere. Per poi chiedergli perché stesse dormendo
sotto le arcate della prefettura.
Nel mese di gennaio di
quell’anno avevo iniziato a Napoli a frequentare il corso di studio di Lingue e
letterature straniere all’Istituto Universitario Orientale, allora si chiamava
così, ed ero diventato allievo di Alfonso Maria di Nola (1926-1997), antropologo
e storico delle religioni in quell’Ateneo. L’antropologia mi piaceva, di Nola
allora lavorava al libro L’arco di rovo (che sarebbe uscito a Torino,
per Boringhieri nel 1983), una lettura storico-culturale di alcune pratiche del
corpo in Europa che andava ben oltre le forme otto-novecentesche della
“medicina popolare” italiana ed europea. Al ritorno da Perugia gli chiesi una
tesi di laurea sul male dell’arcobaleno: volevo sciogliere l’enigma di numerose
tradizioni popolari europee del perché ti fai giallo se ci urini contro.
Nei primi anni Ottanta Alfonso
M. di Nola ancora ammirava diverse persone importanti nel campo accademico
italiano e tra coloro che ricambiavano stima e affetto c’era sicuramente Tullio
Seppilli (1928-2017). Questi alla fine dell’anno successivo, a metà dicembre
del 1983, da Perugia, aveva organizzato a Pesaro il Convegno internazionale Salute e malattie nella medicina tradizionale delle
classi popolari italiane (dedicandolo alla
memoria del suo maestro Ernesto de Martino) per il quale nell’ottobre del
medesimo anno 1983 aveva pubblicato un numero monografico della Rivista “La
Ricerca Folklorica” dal titolo La medicina popolare in Italia (n. 8),
lasciando che di Nola lo aprisse con un saggio intitolato Questioni di
metodo. Uomini straordinari, alla memoria dei quali manifesterò sempre la massima
gratitudine. Poche settimane prima del convegno, Seppilli era stato a Napoli,
all’Orientale, invitato a un ciclo seminariale del dottorato di ricerca che da
studente seguivo, coordinato da Clara Gallini (1931-2017): la grande
antropologa italiana in quel periodo insegnava alla facoltà di Scienze Politiche
all’Orientale e nel 1983 stava pubblicando per l’editore Feltrinelli di Milano
il celebre volume La sonnambula meravigliosa. Di Nola mi aveva detto di
seguire con attenzione quella lezione. Fu il primo ponte che potei esperire tra
i due, tra Napoli/Roma, città quest’ultima dove di Nola viveva, e Perugia, dove
Seppilli abitava e lavorava. Tutti ci potemmo avvalere di quel sodalizio
amicale e politico. A Perugia, come anche a Firenze, Seppilli aveva avviato un
monitoraggio moderno e critico sulle forme, le pratiche e le figure di
operatori della medicina popolare in Italia centrale. A Napoli, come già ad
Arezzo, di Nola era andato rielaborando con originalità il modello gramsciano della
cultura popolare e ora provava a interrogare su quello gli esponenti più aperti
delle medicine democratiche italiane.
Questo
ricordo è per me un modo di testimoniare il rapporto stretto fra antropologie
mediche nascenti nell’Italia dei primi anni Ottanta del Novecento. Intorno alla
capacità dialogante, istituzionale, operativa e trasformativa di Tullio
Seppilli e insieme alla genialità profondamente colta, creativa, dialettica e
critica di Alfonso M. di Nola si andava costruendo una libertà intellettuale e
scientifica che puntava a unire il Centro e il Sud Italia, per disarticolare la
nozione di “medicina popolare” e aprirla all’attualità dell’antropologia
medica. Non senza uno sguardo critico alle politiche sanitarie nazionali.
D’altronde all’antivigilia di Natale del 1978 era stata approvata dal
Parlamento la legge n. 833 che istituiva il Sistema sanitario nazionale
rendendo finalmente operativo l’articolo 32 della Costituzione repubblicana sul
diritto alla salute. Come questo evento doveva interpellare le diverse antropologie
italiane?
Ma cos’è
l’antropologia medica? Diciamo che essa è lo studio sociale, culturale e
politico, del corpo, dei processi di salute/malattia, delle diverse medicine
praticate sul nostro pianeta, ivi compresa la presa in carico della cura nei
sistemi democratici contemporanei. Di lì a poco con maggior forza,
l’antropologia medica, in tanto che antropologia politica dei processi corporei,
avrebbe studiato direttamente con il suo metodo etnografico il welfare
sanitario, cioè lo stato sociale inteso come offerta pubblica ed
egualitaria dei servizi sanitari moderni, che negli stati di diritto sono
garantiti a tutte e a tutti le/i cittadine/i. Un campo di ricerca antropologica
non solo sincronico, ma a suo agio tra passato e presente, del quale ancora
oggi si colgono le feconde influenze anche sul piano operativo dell’uso sociale
e formativo delle conoscenze prodotte.
Ma c’è
un’altra questione molto importante: proprio in questo momento globale così
drammatico che tutti stiamo attraversando in maniera analoga, stante la gravità
della pandemia mondiale da Covid-19 che ci sgomenta, l’enormità della distanza
che separa le regioni del Nord Italia da quelle del Sud Italia, e la funzione straordinaria
del Centro Italia, tornano come diversificati nodi al pettine, tali da indurre
allo svolgersi doveroso di più di una riflessione. La facciamo e la faremo, a
caldo e a freddo.
In verità non è certo da ora che l’antropologia medica, in Umbria fondata
e guidata da Seppilli fin dai primi anni Cinquanta del Novecento, ha aperto un
fronte critico verso i recenti processi di aziendalizzazione dell’assistenza
sanitaria, contrapponendosi a un declino complessivo della cura della salute
pubblica che, pur analogo su tutto il territorio nazionale, non appare oggi pienamente
omogeneo. Il regresso dello stato sociale in Italia è stato diverso da una regione
all’altra sia nei tempi sia nei modi di attuazione della legge nazionale. Appare
legittimo dunque interrogarsi sulle ragioni di tale mancata uniformità. E
probabilmente, proprio alla luce di quel che accade, si potrebbe rilevare come in
Italia centrale la resistenza di una pur residuale struttura a rete della cura
sanitaria costituisca il tronco su cui innestare un nuovo futuro di rapporti
sociali. E come in Italia meridionale, a causa del ridotto processo di
industrializzazione, l’incidenza pandemica sia apparsa minore, laddove sembra
avere attecchito in maniera più virulenta nei luoghi del Nord, in quelle aree
periferiche e urbane che costituiscono veri e propri motori della nave
industriale italiana. Rigetto certamente antichi stereotipi di razzializzazione
del Sud e respingo con analoga forza improbabili quanto banali capovolgimenti
della “questione meridionale” in “questione settentrionale”. Nondimeno credo
sia legittima la seguente domanda: la resistenza di elementi connessi all’organizzazione
sanitaria in area umbra può essere considerata una ragione valida per spiegare
la diversa virulenza della pandemia da Covid-19 in atto?
Certamente vanno rilevate le motivazioni “oggettive” espresse nei termini di una componente demografica molto diversa e di una profonda distinzione nella mobilità umana sul territorio. Ad esempio tra Lombardia e Umbria. Ma tale oggettività può essere fatta oggetto di un esercizio critico? O si tratta di dati che non possono essere revocati in dubbio? Esiste una lotta per l’oggettività? Pongo questi interrogativi proprio per comprendere il ruolo che il discernimento può avere nell’analisi della pandemia che ci tormenta.
Vent’anni fa, l’allora governo di centro-sinistra italiano approvò una legge che modificava la Costituzione repubblicana conferendo alle singole regioni poteri federalistici nella gestione dell’assistenza sanitaria. Fu la famigerata legge che modificò il cosiddetto Titolo V della Costituzione. Oggi la principale forza politica che allora la portò a termine, il Partito Democratico, sembra fare ammenda. Da quel momento la missione del Ministero della Salute si andò significativamente modificando da “pianificazione e governo della sanità” a “garanzia di salute” per il cittadino, talora metaforica e spesso affidata alle competenze della singola persona.
Ora il Covid-19 ha causato troppi morti nel Nord Italia nel corso di questa pandemia per non porre queste domande. Ma la colpa non è solo del virus. Sono parimenti responsabili i tagli alla sanità pubblica determinati dalle scelte dei poteri di governo centrali e locali e la volontà di azzerare l’assistenza sanitaria di base messa in atto pienamente al Nord Italia grazie a quella legge. Specifiche scelte politiche ed economiche si sono andate sovrapponendo a dati oggettivi, ma è indubbia l’impressione che quel che resiste dei modelli di salute distrettuale e territoriale in Centro Italia sia anche esito dell’esperienza sociale di lungo periodo dei piani sanitari storici che hanno caratterizzato il welfare di quest’area culturale italiana. Ciò è avvenuto a dispetto della profonda erosione di quel modello beveridgeano che aveva prodotto nel secondo dopoguerra un nesso concettuale e operativo nazionalmente valido tra sanità e resistenza, collegando la salute alle lotte di liberazione dei popoli che caratterizzarono Italia ed Europa e che raggiunsero esito positivo nel 1948 allorché, anche grazie alla Costituzione italiana, si dimostrarono in grado di guidare un nuovo processo mondiale di istituzionalizzazione della pace.
L’Umbria non è stata certo estranea ai tagli governativi. Anzi, la sua sanità risulta falcidiata da una simile tendenza imposta da chi ha introdotto una commistione tipicamente italiana tra pubblico e privato fino a causare una vera e propria crisi del welfare. Nondimeno, l’Umbria sembra conservare i resti di una rete di sanità pubblica che almeno nella sua dimensione di memoria strutturale pare costituirsi come il frutto di scelte politiche passate che continuano, ancorché carsicamente, a resistere. La drastica riduzione del personale sanitario ha di certo determinato anche in questa regione rarefazioni, disuguaglianze ed erosioni del diritto alla salute sul territorio. Ma credo che occorra prendere atto della resistenza che il modello sanitario e sociale umbro, certo in crisi radicale e messo in mora dalle scelte di governi di destra e di sinistra, continua a mostrare.
«Lombardia ultima, Umbria prima» titolavano giorni fa i quotidiani
chiedendosi quando vi sarebbe stato, e con quali differenze regionali, lo stop
dei contagi. Sono titoli ironici che tuttavia espongono un problema reale: se
gli spazi pubblici italiani costituiscono altrettanti laboratori (la nostra
patria è un laboratorio politico internazionale permanente da secoli) quale
esemplarità politica esprimono le singole regioni? Se si dovesse guardare al
dibattito pubblico apparirebbe evidente che la Lombardia da molti decenni a
questa parte ha costituito un laboratorio di livello europeo in cui si sono
sperimentate le risposte neoliberiste più ciniche alla crisi. E questo nel
quadro di uno statuto del lavoro reso volutamente precario, seppure attraverso
strumenti legali che tuttavia nella nostra Costituzione hanno trovato sempre un
baluardo di resistenza, al punto che questa, come ricordavo all’inizio, fu
manipolata da leggi di cui solo ora ci si pente. Fin dai tempi della cosiddetta
stagione di “Mani pulite” il capoluogo lombardo, Milano, è stato un esempio
dello scontro tra diverse visioni della convivenza sociale. Da un lato la
magistratura legalista, dall’altro la corruzione politica. E i dirigenti
politici italiani di allora cosa fecero? Dopo un timido tentativo di difesa,
essi rivendicarono la propria immunità, quasi come decenni prima era avvenuto
nel lugubre discorso all’aula parlamentare giudicata “sorda e grigia”. Forse
l’assemblea risultava troppo burocratica, ma certo non era il contesto adatto a
evocare spettri di correità dell’intera classe politica. Ironia della sorte,
oggi come allora, dalla corruzione al contagio, torna come luogo di partenza il
Pio Albergo Trivulzio. Oggi che le “mani pulite” sono letterali e non più
metaforiche, le residenze sanitarie assistenziali sono l’oggetto di nuove
inchieste. Un gesto davvero incomprensibile quello di “nascondere” nelle RSA i
casi iniziali di coronavirus, anche perché queste residenze per anziani non
autosufficienti in Lombardia rappresentano affari milionari e pertanto sono
l’oggetto di indagini permanenti. Come pure è incomprensibile quella pressione esercitata
con successo da parte di Confindustria affinché i lavoratori continuassero a
lavorare anche nelle numerose fabbriche di Bergamo. Mi rifiuto di comprendere
la logica del profitto a tutti i costi. Anche quello della vita. Tutti possono
andare sulla rete a verificare i dati attendibili, le lamentele, ad esempio, di
cittadini ammalati come la dolente testimonianza di Veronica che si sfoga con il
web, o i titoli che parlano di “disastro lombardo” da spiegare e che tentano di
farlo. Mi viene in mente, certo dall’Umbria, che mentre il Veneto ha conservato
la traccia territoriale di un rimasuglio di stato sociale, un barlume di welfare pubblico, la Lombardia è stata
il laboratorio politico di un’operazione di smantellamento delle garanzie e dei
diritti.
Credo che le vestigia del welfare in Umbria, così come i resti
delle prassi culturali meridionali del paese, possano essere utili per
ripartire. Si tratta di una dimensione sociale che c’è e si incarna nelle
persone, nelle istituzioni e nel rapporto tra le due. Occorre dunque valorizzare
questa capacità di esserci e di agire, è una presenza, individuale e collettiva.
D’altronde abbiamo dalla nostra parte l’articolo 3 e l’articolo 32 della Costituzione.
Sono testi importanti e vincolanti che non si potranno mai cambiare. Andiamo a
rileggerli e cerchiamo di attuarli. Vi troveremo i valori antichi che possono guidarci verso una forma radicalmente nuova di mutualità sociale.
Perugia, 28 aprile 2020
Giovanni Pizza
Università di Perugia
Perugia, 28 aprile 2020
Giovanni Pizza
Università di Perugia
Giovanni
Pizza è professore associato di antropologia medica e culturale presso
l’Università degli studi di Perugia dove dirige la Scuola di specializzazione
in beni demoetnoantropologici e la Rivista “AM. Rivista della Società italianadi antropologia medica”.
Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.