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Disinfezione [STUDENTS' CORNER]

Ci siamo addentrati lentamente e con crescente consapevolezza in questa configurazione straordinaria ed eccezionale. Non so se abbia dato alla luce qualcosa di nuovo o semplicemente alcune cose siano state messe tra parentesi e si sia ridotto all'essenzialità ciò che vigeva già. Nella lungimiranza del tempo di una civiltà, questo calarsi non è stato che un attimo, ma la sensazione è di uno sprofondamento lento, una rarefazione progressiva e irregolare, un congelamento a scatti, discontinuo ma prolungato. 

Ed ora? Noi amici, vicini, coetanei, colleghi, passanti, parenti ci guardiamo come corpi soprattutto, assolutizzati nella malattia probabile e immaginata; sorvegliamo i nostri starnuti, i nostri colpi di tosse, se ci asciughiamo col fazzoletto e poi lo gettiamo subito, se tossiamo nell'incavo del gomito, se stringiamo la mano. Il nostro gruppo di amiche con bambini piccoli è passato in tre settimane dalle riunioni festose in privato (Carnevale in casa), ad abbracci nonostante tutto, fino ad abbracciarci-anche-no per epilogare in un “meglio non vedersi più”. Il progressivo allontanamento a livello generale è stato riprodotto in minima scala nel rapporto con la mia amica. Il mio bambino piccolo di tre anni cosa avrà capito del perché non può più vedere il suo amichetto preferito? Siamo corpi, ma anche oggetti, possibili traghetti di un male, anch'esso un oggetto, benché invisibile, impalpabile, ma concretissimo e silentemente cattivo. Arriva e deturpa, uccide, toglie. Siamo guardinghi, ci analizziamo, ma allo stesso tempo partecipi di uno stesso sentire. 


Ci sono azioni che ci fanno recuperare provvisoriamente la nostra dimensione di esseri sociali. Posso scorgere dalla finestra la signora del balcone distante un centinaio di metri da me, percepire solo la sua sagoma, eppure sapere per certo che ha paura quanto me, che gioirebbe come me ad un cenno. Lo dimostrano le iniziative come quelle degli arcobaleni del “tutto andrà bene” e le jam session fra finestre. Le finestre assolutizzate in un affaccio sul mondo, l'unico o quasi. Il paesaggio si restringe, fino a far mancare l'aria, coincide con il panorama che si inquadra dalla finestra, dal balcone. Fuori è, se non un non-luogo, perché per costituzione sarebbe impossibile, una serie di luoghi sospesi, inabitati; paesaggi inutili, non visti, privati di relazione con l'uomo, sottratti all'uomo, non attraversati. La casa per contro diventa un iper-luogo, iper-abitato, al centro di tutto: per chi lavora a casa è anche luogo di lavoro. Per chi insegna è un disastro, diventa la classe intera, il collegio, l'interclasse. Per chi non ha figli piccoli diventa luogo di dispendio di cure dettagliate e senza scadenza, senza limiti di tempo. Pulizie minuziose, riparazione di quel piccolo soprammobile che giace frantumato sulla mensola da mesi. Luogo di cura. Per chi ha i bimbi piccoli, è il tempo mamma che diventa senza confini, un regalo di immensità, ma allo stesso tempo spiazzante. Che tipo di tempo devo passare con mio figlio, che prima vedevo solo quando il lavoro lo consentiva ed era finalizzato alle incombenze vitali, nutrire, lavare, vestire addormentare? Nelle chat delle mamme girano proposte di attività da svolgere insieme ai propri figli. Riprendere il ritmo insieme, divertirsi, arrabbiarsi, raccontare, ascoltarsi, ma  non meramente passare il tempo con loro diventa il vero nucleo creativo di questi giorni a casa con lui. 

Se la socialità è vietata, si implorano occasioni per uscire. Al momento di uscire, una forte incertezza. La spesa. Indosso da giorni gli stessi pantaloni macchiati della tempera usata per dipingere l'arcobaleno. Non sono sporchi, sono macchiati di tempera. In casa ho deciso di tenerli. Mio marito che lavora da casa gioisce perché anch'egli non ha dovuto cambiarsi d'abito tutti i giorni, e sistemare bene il risvolto dei pantaloni. Cambia dunque la mise, e anche la postura. Ogni giorno mi sono pettinata e truccata, non mi sono lasciata andare, ma è venuta meno la richiesta sociale del vestiario impeccabile. Decido di trasferire questo nuovo stato all'esterno. Esco con i pantaloni macchiati di verde. E di blu. Una certa angoscia mi ha preso: chi troverò, cosa troverò, come interagirò? Esco in auto, autocertificazione alla mano, percorro strade deserte. Al semaforo prima del supermercato l'angoscia è troppa: mi viene da piangere. Persone scendono dall'auto, si sistemano la mascherina e si avviano all'ingresso. La mia città sta soffrendo, vuoi per la preoccupazione del contagio, vuoi per l'ansia da reclusione; la solitudine degli anziani che vanno lo stesso a fare la spesa anche se i figli si offrono di andarci al posto loro, diventa grande come il cielo. Parcheggio, infilo i guanti di gomma, prendo il carrello. Dentro, il balletto per mantenere il metro di distanza. Incontro un amico che di solito mi abbraccia con un certo mio disagio. Oggi no, mi saluta freddamente e fugge via, aggrappato al carrello, con la mascherina schiacciata che gli deforma la faccia. La cosa strana è che dopo un po' che sono dentro (ho progettato una bella scorta e fare la spesa aspettando che il prossimo si allontani per prendere il suo posto di fronte allo scaffale prende tempo) il disagio si minimizza. È come se cercassi di riportare tutto alla normalità, come se non sopportassi questa eccezionalità. Poco dopo entrerò in un altro supermercato più grande perché le scorte di carne nel primo erano esaurite e mi rendo conto di muovermi come per far mostra di una certa expertise, di saperci fare con questa meccanica della distanza. In questo supermercato più grande mi fa impressione l'addetto alla disinfezione del corrimano della scala mobile: tiene costantemente uno straccio appoggiato sul corrimano scorrevole e ritmicamente vi spruzza sopra un disinfettante. 

A casa, mentre scarico l'auto della mastodontica spesa, passa una coppia di anziani a piedi, in passeggiata. Ci diciamo buongiorno. Lui mi guarda sgranando due occhi di evidente congiuntivite e non parla subito, la moglie si trattiene alle sue spalle. Poi vince il timore e mi chiede della mia esperienza al supermercato: se si fanno code, e dove. Io li rassicuro che per ora il supermercato era più vuoto di come non l'abbia mai visto. Altre poche battute, tenere, gentili. Tre corpi che si ricongiungono, quasi scusandosi, grati vicendevolmente per i sorrisi.

Castano Primo (MI), 31 marzo 2020
Alessandra Mainini
Studentessa del Corso di Laurea in Scienze Antropologiche ed Etnologiche
Università Milano Bicocca

Continuiamo con questo post la pubblicazione dei contributi ricevuti da studenti e studentesse di antropologia interessati a condividere il loro punto di vista sulla situazione che stiamo attraversando. Il blog intende così proporsi come uno spazio di ascolto e confronto tra studiosi che si trovano in fasi diverse del loro percorso formativo e professionale.

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Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Cronache dal Dipartimento di Prevenzione #3

Oggi le parole mi soffocano, sono troppe ed escono a stento. Provo a fare ordine: sono passate due settimane da quando ho iniziato questo lavoro e un mese di distanziamento sociale (che per me è molto relativo visto che vado al dipartimento quasi tutto i giorni come tutti gli operatori sanitari che ancora stanno bene).

Durante la settimana abbiamo formato un gruppo di professionisti che si occupano della sorveglianza, nome infausto per un lavoro che è più di sostegno che di controllo, o almeno così noi lo stiamo interpretando. Sono arrivati rinforzi da altri dipartimenti. dell’ASL, il clima è molto buono, si collabora senza troppe discussioni, ci si dà una mano quando è necessario, si scambiano opinioni e si condividono difficoltà.

Il momento è difficile per tutti e questo crea un’aura di disponibilità. Condividere la stessa storia aumenta il senso di appartenenza. Rispondiamo all’emergenza tutti con professionalità e impegno costante, ma non siamo né angeli né missionari (provo un fastidio estremo quando sento queste metafore, che tra l’altro rimandano a stereotipi di genere evidentemente molto radicati).

Abbiamo creato un gruppo WhatsApp per comunicare tra noi e qui Sonia scrive: “Mi avete fatto scoprire un altro lato nascosto della mia professione e mi sta piacendo. Ci sono persone che ti apprezzano quando non sono anche riconoscenti, mentre altre sull'orlo di una crisi di nervi sarebbero pronti a mandarti a quel paese. Ma tutto questo fa parte delle persone e della loro storia. Grazie”.
Mi piace questo scambio consapevole, è un valore aggiunto in questi giorni complicati. Non è un’ingenuità, è un sentire comune.

Intorno a noi però c’è il caos determinato un po’ dalla stanchezza e un po’ dalle tante disposizioni che arrivano dall’Unità di Crisi e che si disconfermano una con l’altra.
In questi giorni è sempre più palese che non è possibile gestire la salute con un paradigma di tipo aziendale dove la burocrazia impera, forse questa situazione ci regalerà un servizio sanitario dove non sarà il budget a imperare bensì il benessere delle persone.


Da tre giorni chiamo Giovanna, un medico che si è infettato mentre lavorava. Lei sta abbastanza bene, il marito no, è ricoverato in ospedale con crisi respiratorie. Si sente in colpa, è stata lei a contagiarlo (i medici e gli infermieri stanno pagando un caro prezzo). Ha crisi di panico, si sente in gabbia. Mi dice: “E se mio marito muore, io cosa faccio? Non posso neanche uscire”. Una situazione spaventosa: una donna chiusa in casa in isolamento e un uomo che sta morendo in ospedale solo senza possibilità di incontro, se non telefonico.
Faccio ciò che posso: le do il numero dell’assistenza psicologica messo a disposizione dalla protezione civile e spero che possano darle una mano.

Anche Maria ha il padre in terapia intensiva, probabilmente morirà solo, lei non può andare a trovarlo, qualcuno del reparto le telefona per darle notizie tutti i giorni, di più non si può fare.  Queste situazioni iniziano ad essere sempre più numerose.
Penso spesso alle situazioni limite: ai bambini chiusi in casa, magari in case piccole con genitori poco accudenti o alle donne per cui la casa è un luogo pericoloso e non accogliente. Chi non ha accesso alla rete, chi vive per strada. Penso alle persone sole e fragili, a quelle depresse, mi sento angosciata e soprattutto impotente. Le. disuguaglianze, presenti già prima, stanno crescendo in modo abnorme.
Mi sono sempre ritenuta una militante dentro le istituzioni: combatto le mie battaglie quotidiane perché le cose possano cambiare. Sono un’operatrice sociale e per me implicarsi è un atto politico. Oggi però mi sento inerte.
Posso soltanto testimoniare quello che sta accadendo.

Il sig. Andrea mi chiede tutti i giorni se qualcuno andrà a fargli il tampone, è in quarantena perché è stato in contatto con una persona contagiata, non ha sintomi ma è molto in ansia. Il tampone è diventato un bene preziosissimo: se non hai sintomi scordatelo, di fronte a sintomi conclamati il medico del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica (SISP) manda una richiesta all’Unità di Crisi che ha l’ultima parola su tutto. Una catena infernale e intanto le persone devono gestire la loro ansia.
D’altra parte chi noi non vorrebbe sapere se ha contratto o no il coranavirus? Da un punto di vista simbolico e non solo, vuol dire essere stati contagiati dal virus più temuto dopo l’AIDS. Ci sono famiglie intere che vivono nel terrore perché un loro congiunto è ammalato e loro non possono sapere se sono stati contagiati. In un momento così drammatico abbiamo bisogno di qualche sicurezza che forse sarà effimera (il tampone può risultare negativo oggi e positivo fra due giorni naturalmente), ma per un attimo ci tranquillizza, non possiamo far gestire situazioni così delicate dalla burocrazia.

Vorrei fare un’ultima riflessione sulla responsabilità individuale: oggi da una parte abbiamo uno stato paternalista (il nanny state che limita la libertà individuale per implementare scelte di salute attraverso norme giuridiche) che decide per noi, ci obbliga a stare in casa, ci dice cosa è possibile e cosa è proibito, ci punisce se vogliamo fare una passeggiata, impedisce le riunificazioni famigliari. Dall'altra delega molto alla responsabilità individuale: sei tu “cittadino competente” che devi metterti in isolamento se pensi di essere "pericoloso" (così hanno detto a mia sorella al telefono), se non lo fai sei responsabile di ciò che accadrà a te e agli altri.

L’adottare un comportamento responsabile, anche sul piano delle scelte relative alla salute, rientra sempre di più nel concetto di “virtù individuale”. Siamo costantemente bombardati da messaggi che puntano sulle nostre virtù individuali, che non tengono conto del contesto, delle differenze e delle disuguaglianze. Questo stato di eccezione non fa che amplificare questa tendenza, tipica peraltro del paradigma neoliberista che punta esclusivamente sull'individuo. I positivi sono potenzialmente degli irresponsabili (gli untori), chi va a farsi una corsa è un irresponsabile, i genitori che non riescono a tenere a bada i loro bambini sono irresponsabili e così via.

Ma questo non si può dire, sembra che il virus e l'epidemia abbiano eliminato del tutto la possibilità di dissentire.

Torino, 30 marzo 2020
Lucia Portis
ASL Città di Torino

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La fine di "un" mondo [STUDENTS' CORNER]

Prendo a prestito questa espressione da Ernesto de Martino (1977) per indicare i passaggi dei mondi, la “fine dei mondi” culturali (le apocalissi culturali) e l’inizio dei mondi nuovi. La malattia, ogni malattia, porta la dissoluzione di un mondo, del mio mondo, quello che abito quotidianamente. Ancora di più, un’epidemia mondiale come quella del Covid 19, fa crollare non solo il mio mondo ma quello di tutti. 

Il virus ha sgretolato le nostre invenzioni economiche e sociali. Ha abbattuto i confini che abbiamo inventato per dirci diversi dagli altri, ha spostato le frontiere, ha chiuso porte, porti e aeroporti per aprire reparti (sanitari). Sono crollate le nostre strutture economiche, sociali e politiche. L’Europa ha mostrato la sua impalcatura di paglia. Era tutta un’invenzione. Ogni mondo è un’invenzione, perciò può crollare. Un mondo sta crollando o forse è già crollato. È la “storia che sporge”(De Martino).

Ogni anno con la passione morte e risurrezione di Gesù celebriamo proprio la fine di un mondo, la distruzione di un mondo. Gesù con la sua passione distrugge un mondo con le sue strutture di peccato: un mondo politico e religioso che schiaccia e strumentalizza l’uomo. Un mondo che metteva al centro il sabato e non l’uomo, l’idolo del denaro-potere e non il Dio Vivente. La passione di Gesù distruggeva quel mondo e mentre lo distruggeva ne generava un altro. Nasce un mondo nuovo dalle doglie del parto. Sempre. Il punto di incontro dei due mondi, il ponte tra i due mondi è l’Ultima Cena. È il Corpo di Gesù. Quella notte, il buio della menzogna di un mondo fatto di egoismo e invidia viene vinto dalla luce del Regno di Dio, dall’Amore Eucaristico che si spezza e si dona, e mentre il Corpo di Gesù viene consegnato al mondo delle tenebre, per essere distrutto dalla morte, Egli stesso consegna il suo Corpo di luce alle mani dell’uomo amico e fratello. Un Corpo viene distrutto e un Corpo nuovo nasce. La Pasqua è sempre fine del male e inizio dell’Amore.


Tra pochi giorni inizia la settimana di passione di Gesù e quest’anno celebreremo il mondo che sta crollando sotto i nostri piedi. La tentazione è sempre la stessa: quella di farci scendere dalla croce e non lasciare che questo mondo crolli e muoia. La tentazione è quella di volerlo rimettere in piedi: far ripartire l’economia, rimettere in circolo finanza per non perdere lavoro, creare ammortizzatori sociali e bond per tenere su tutto, sostenere le banche aspettando che passi lo tsunami del contagio. Ma siamo proprio sicuri di voler rimettere in piedi il mondo di prima? Siamo proprio sicuri di non volerlo fare crollare? Non è forse un’opportunità per noi lasciare morire questo mondo così costruito? L’Idolo mostra tutta la sua inconsistenza, ha occhi ma non vede, ha bocca ma non parla.  Vogliamo proprio tenere in piedi un’economia ingiusta che sfrutta l’uomo crea ingiustizia e povertà nel mondo? Un economia che cerca il profitto ad ogni costo; un lavoro che sfrutta l’uomo e la donna senza scampo e senza spazio di riposo per la famiglia; un’economia capitalista che consuma ogni risorsa del creato sfruttando le sorgenti della terra  fino all’ultimo. Una politica chiusa e vuota senza valori e senza un progetto comune, incapace di guardare all’altro come un dono e non un nemico. Siamo proprio sicuri che dobbiamo far ripartire tutto? O forse non dovremmo lasciarlo morire questo mondo politico, economico, giornalistico e consumistico per fare posto al nuovo mondo?

Dobbiamo rinascere dall’Alto, rinascere come chiesa e come società. 
Da dove ripartire? Da “quella notte…”,  dal sacrificio di quanti stanno morendo per il contagio, dal sacrificio di chi è nella notte della solitudine per un virus che ti fa morire prima di morire, tagliandoti ogni relazione di affetto e di vicinanza, dal sacrificio di chi dona la vita per donare cure. Il nostro stare a casa è una morte sociale, una morte simbolica, e purtroppo per tanti può diventare una morte psicologica e violenta, dolorosa quanto quella fisica. Da questa notte/morte dobbiamo ripartire: fate questo in memoria di Me. 

Il mondo nuovo del Cristo è un mondo eucaristico che sa ringraziare per il dono del fratello che è con me, che sa ringraziare e lodare Dio per il pane e per il vino di ogni giorno, che sa vivere il lavoro come condivisione e costruzione di relazioni sociali fatte di servizio e giustizie. Il nuovo mondo non può che partire dall’Eucarestia, da ciò che proprio in queste settimane ci manca di più. È l’ultima cena il luogo creativo che rompe l’individualismo e crea solidarietà. È lo spazio che può fare nascere un mondo nuovo se sapremo viverla come spazio sociale, politico e culturale che tesse relazioni di fraternità, di gratuità e di servizio. Rinascere per noi vuol dire costruire comunità eucaristiche, società conviviali e ospitali che hanno tempo e si danno tempo, che mettono al centro Dio, il fratello e il creato per un cantico di lode. 

Quando tutto questo finirà, alcuni, non tutti, usciranno dalle case e si apriranno le porte come a Pentecoste, si incontreranno e si vedranno. Saranno come vivi tornati dai morti. Corpi di luce, fratelli e sorelle, senza confini.

Bologna, 29 marzo 2020
Fr. Nicola Verde
Frate francescano cappuccino
Corso di Laurea in Antropologia culturale ed Etnologia
Università di Bologna

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L'epidemia raffredda il mondo

“Surriscaldamento” è il termine particolarmente indovinato concepito da Eriksen come metafora per descrivere la globalizzazione, le drammatiche alterazioni ambientali, le trasformazioni economiche e sociali fonti di tensioni e conflitti della nostra epoca storica. La nostra realtà complessa è fatta di spostamenti fisici e virtuali sempre più veloci, e di conseguenza di cambiamenti e interconnessioni sociali sempre più fitte (basti pensare all’economia del turismo). Il cambiamento costante che sembrava inarrestabile ha portato il mondo, per come lo concepiamo, a surriscaldarsi. 

In questa epoca di forte accelerazione siamo però ora protagonisti di una improvvisa e grande decelerazione. Questa decelerazione è partita sotto forma di epidemia dalla Cina, tra le aree più produttive al mondo, per arrivare nel cuore dell’Europa tramite spostamenti fisici prevedibili ma impossibili da arginare, e soprattutto impensabili per lo status quo di solo poche settimane fa. La metafora del surriscaldamento di Eriksen è allora quantomai adatta anche per descrivere questa frenata brusca e disordinata le cui conseguenze sono difficili da immaginare. L’epidemia ci ha colto impreparati e non abbastanza flessibili. Ciò ha generato particolare incertezza, basti pensare alla diffusione in più fasi di notizie riguardanti la reale gravità della situazione, al difficile allineamento di strategia all’interno dell’UE, alla situazione difficile di lavoratori già precari o in nero, e ancor più alla situazione del Sistema Sanitario Nazionale alla ricerca disperata di fondi e manodopera. 


Siamo passati ad una realtà diversa. Alcuni Capi di Stato hanno citato lo scenario di guerra per veicolare il messaggio. Il nemico è invisibile ma ne vediamo gli effetti, dunque dobbiamo arginarne le cause. Nella gara contro un nemico più veloce di noi le stesse regole devono essere perfezionate in corsa. Senza aver fatto in tempo a scansare l’incredulità siamo in costante attesa di nuove indicazioni che modificheranno le nostre cosiddette abitudini. L’attuale epidemia ci ha costretto all’isolamento fisico, sono state bloccate le attività culturali e la maggior parte delle attività produttive, la riproduzione sociale si è allentata e come risultato la nostra routine si è arrestata: ma quale nuova routine si è allora installata? Penso che le scienze sociali avranno molto da raccontare nel prossimo periodo su questa situazione senza precedenti.

Tutto questo ha portato a una situazione unica di immobilità nella vita sociale. La società è nettamente divisa tra chi produce (soprattutto medici, operai, farmacisti e addetti del settore alimentare) e chi consuma.  I cittadini che continuano a lavorare devono mantenere del distacco fisico e la gran parte dei cittadini che invece sono confinati nello spazio della propria abitazione possono dialogare unicamente tramite telefono o mezzi di comunicazione online. Attraverso questa forma di comunicazione le persone hanno tentato di ricostruire la realtà di quanto accade. Cerchiamo tramite le telefonate e le chiamate video di gruppo di ricreare una sensazione di raggruppamento fisico. Al momento si sta scoprendo anche una forma di aggregazione virtuale direi locale composta principalmente dai membri della famiglia, gli amici più stretti e i colleghi di lavoro che giorno per giorno mantengono lo scandire del tempo e i legami necessari.


In questi giorni le dinamiche imposte a tutela della salute pubblica hanno rimpicciolito il nostro mondo. La mobilità è stata ristretta alla zona della nostra abitazione in uno scenario di guerra che si combatte interiorizzando la regola del non spostamento. Infatti, il nostro stesso corpo è sede di questa minaccia: ognuno è chiamato alle armi singolarmente. Questo ha creato un forte senso di appartenenza nei singoli che ha sospeso in parte altre forme identitarie basate ad esempio sullo status sociale. 

Le persone vogliono unirsi non dividersi, pertanto vengono ripetuti alcuni slogan volti a instaurare legami emotivi che superino l’inaccessibilità fisica. 
La collaborazione personale ad attività a sostegno del bene comune e della salute pubblica viene confermata attraverso la ripetizione di concetti sia positivi che negativi che polarizzano i sentimenti. 
Ad esempio, fra i rinforzi positivi vediamo i balconi privati decorati con la bandiera italiana e con partecipazione sotto forma di appuntamenti presi on line a determinati orari per cantare assieme. La scritta “andrà tutto bene” circondata da un arcobaleno è un altro esempio di adesione volto a creare collaborazione.


Altri esempi sono anche di tipo negativo, volti cioè a colpevolizzare l’individuo che non collabora. Il rischio concreto di vanificare il sacrificio dei più si trasforma in alcuni casi in caccia al colpevole. Questa ha comportato momenti di tensione in cui vengono progressivamente presi di mira runner, poi persone che portano a passeggio il cane. 
Nella campagna sui social, tra i quali Instagram, è nato in questo contesto l’hashtag #iorestoacasa. Questa icona diventa quasi un distintivo in cui più che rassicurare chi segue le regole finisce per dimostrare agli altri le proprie buone intenzioni onde evitare ogni possibile insinuazione. La campagna è oltretutto avallata fortemente dal Ministero della Salute che propone anche dei cartellini da appendere fuori dalla porta di casa.

Milano, 29 marzo 2020
Caterina Marchetti
Antropolis

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Il distanziamento sociale [STUDENTS' CORNER]

Zona rossa, spazi e luoghi inaccessibili, distanze. Così si trasformano le possibilità di movimento nei tempi dell’emergenza sanitaria. Un ordine spaziale organizza un insieme di possibilità, per esempio tramite luoghi in cui si può circolare, oppure, se fissati da ordini costituiti, che limitano la circolazione. 

Per De Certeau (2001) il luogo è sempre un luogo di potere e di esclusione: in esso, prendono forma alcune configurazioni significanti, mentre altre potenziali ne vengono escluse. Al contrario, la nozione di «spazio» rimanda a un ambito di mobilità e di cambiamento, lo spazio è «un luogo praticato», è quello che succede ai nomi quando vengono utilizzati. Se lo spazio si produce dalla moltitudine delle relazioni sociali che ne mettono in evidenza il significato e la funzione, le regole imposte da un sistema (istituzionale, sociale, politico, sanitario, etc.) marginalizzano l’esistenza degli individui. 

Il perimetro lodigiano, nel quale abito e vivo, è stato il primo a sperimentare l’obbligatorietà di una condizione di restrizione, anche di confine. La contiguità e l’“attraversamento” non si sono più potuti esprimere a causa di una forzata demarcazione che ci ha separato dagli altri.  «Se l’umanità appare impegnata a “costruire confini” …, il compito dell’antropologia consiste nello studio di come ciò avvenga e di quali effetti la presenza di tali confini abbia per la vita dei gruppi umani» (Fabietti, 2005).


Questa condizione di delimitazione è stata estesa - per la velocità con il quale il virus Covid 19 si è diffuso - a tutto il Paese, prevedendo una serie di obblighi e di norme che limitano e regolano gli spostamenti nei e tra i vari territori. La complessità delle pratiche quotidiane legate agli spazi, il movimento di corpi, i percorsi nello spazio, e degli abitanti ci invita a ri-pensare, nel momento di emergenza sanitaria, il concetto di libertà. 

In questi giorni le amministrazioni locali indicano, obbligatoriamente, ai loro cittadini di adottare comportamenti imprescindibili per contrastare il propagarsi di una forma virale sconosciuta, limitando fortemente la libertà individuale attraverso forme di controllo anche tecnico-sanitario, a un bio-potere. Nella sua analisi, Foucault, individua una trasformazione del potere che è avvenuta in età moderna. Il bio-potere adotta una serie di dispositivi, come potere non di morte, ma sulla vita «si potrebbe dire che al vecchio diritto di far morire o di lasciar vivere si è sostituito un potere di far vivere o di respingere nella morte» (Foucault, 1978). Di assunzione della vita nei confronti di soggetti considerati “esseri” viventi. «Il “diritto” alla vita, al corpo, alla salute, alla felicità, alla soddisfazione dei bisogni, il “diritto” a ritrovare, al di là di tutte le oppressioni o “alienazioni”, quel che si è e tutto quel che si può essere…» (Foucault, 1976).

Accanto al concetto di libertà vi è quello di scelta. Scegliere se essere individui responsabili non solo nell’accettazione di regole imposte e di limitazioni ma per affermare una “esistenza” etica e per il bene collettivo. 
Il filosofo e biologo Maturana adotta una prospettiva autopoietica ai sistemi viventi considerati non più solo e puramente biologici bensì associativi, e conferisce un’autonomia d’azione ai portatori di creazione umana, ossia  di autopoiesi (da lui coniato partendo dalla parola greca auto, ovvero se stesso, e poiesis, ovvero creazione) le cui condotte  «influiscono  significativamente  sulle  vite  di  altri  esseri umani e, quindi, hanno significato etico» (Maturana e Varela, 1985). 
La libertà pertanto è coscienza e auto-conduzione: «Per conservare il nostro star bene dobbiamo, perciò, rispettare noi stessi, ma anche rispettare la nostra stessa responsabilità nella generazione e conservazione dello star bene, come uno spazio di ecologia umana in armonia con tutti gli altri esseri viventi» (Maturana e Davila, 2009).
La poiesis di Maturana è innovazione sociale nella misura in cui stabilisce e riallaccia nuove forme di relazione e nuovi modi di vivere e di praticare il tempo.

Foucault definisce con il concetto di eterotopia (1984) un contro-luogo, uno spazio privilegiato, dove il tempo assume connotazioni diverse: «Luoghi che sono assolutamente “altri” rispetto ai luoghi che li riflettono e di cui parlano». Qualcosa che si differenzia dai codici specifici delle convenzioni sociali. «L’eterotopia ha il potere di giustapporre in un unico ruolo reale diversi spazi, diversi luoghi che sono tra loro incompatibili». Che possono essere anche immaginati e personali, soprattutto necessari. 

Un invito ad appropriarsi di tempi e spazi non più solo come dimensioni praticate, come il camminare costruendo la trama dei luoghi così come pensato da De Certeau, ma rivitalizzare uno spazio-tempo tramite il lavoro d’immaginazione. Così come stanno facendo gli italiani in questi giorni di forzato distanziamento sociale appropriandosi in modo creativo di aree domestiche come la finestra, l’orto, il balcone, il sottotetto e i terrazzi.
Affermando un senso comunitario  e una capacità di resistenza e sopravvivenza psicologica.

Lodi, 28 marzo 2020
Maria Paola Spagliardi
Studentessa del Corso di Laurea in Scienze Antropologiche ed Etnologiche 
Università Milano Bicocca

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Your Responsibility to Practice Mutual Care is Far Greater Than Your Need to Panic Hoard or Buy Guns

Mediated through the video chat screen, my smiling partner-in-crime lifts his glass of wine in a toast from far across the Atlantic Ocean. This fleeting moment of loving happiness, however, is indicative of anything but an ordinary transnational video call. I write this as my husband, a senior medical practitioner, and surgical ward director in the red zone, quarantined city of Milan, continues to work over-time for weeks on end in the midst of one of the largest global COVID-19 outbreaks outside of China. Italy is home to world-class doctors and specialists, and it has documented more than 2900 deaths in a single month, with a spike of nearly 500 fatalities in a single 24 hour period this week. The last four weeks have been agonizing for my family: for all that remains unsaid of the grief and loss that mounts daily, for worry over a nation I call my second home, for our mutual health, and for fear that we don’t know when we might see each other again given the latest travel bans and strict social and physical quarantines in place, including armed blockades in Italy. Our conversations are intended as light-hearted to keep our spirits high—we play guitar or piano, we sing, dance, cook, tell jokes, debate and argue, and sometimes, for a brief moment, we catch ourselves laughing together as we once did, bellies full, heads thrown back, eyes squinting with mirth and a cautious hope that all could be well again someday, somehow. But the losses are always there at our backs, lurking quietly in the darkest corners, waiting to resurface. Inevitably, these moments are also time to find out how many more have died in the ward overnight, how many new staff have been infected, how many respirators might have opened up for a fleeting moment before going back to use again on a new patient. Today our conversations circle to Bergamo—a breathtaking mountain town just outside of Milan. Yet, we speak not of its spectacular views, shops or restaurants, but of its rising death counts. Coffins line the morgues and church. Dozens and dozens of military trucks have been called in to transport the endless waves of cadavers for cremation or burial elsewhere as hospitals and funeral services are overwhelmed with the sudden death spikes. Now is the time for grief and loss to be our guides here in the United States. 

In translating and naming the unspeakable, I call on those not yet effected by COVID-19 to act in mutual aid and care for our community members. Your responsibility to do so immediately and posthaste outweighs any rogue acts of individualism we see on the news or spiraling across social media. There is no need to panic purchase and hoard. The grocery stores will stay stocked, just as they have in even the worst hit cities in Italy. There is no need to purchase guns to protect your stockpiled resource stash. Your duty is to care enough for others that you stay in place; that you treat this as the unprecedented pandemic that it is; that you reconsider short-sighted interpretations of social distancing. Bergamo teaches us that lives, in fact, depend upon it. Now is the time, and long overdue, to listen carefully to our brothers, sisters, comrades, loved ones and global partners in Italy.


I want to use this dual access I find personally available to me—access to the epidemiological front lines of Northern Italy; to some of Europe’s most talented immunologists and virologists; and to daily increases in cases here in the US—to raise two key points of reflection on the current state of emergency and shut down in my own resident city of Los Angeles; and with regard to the frequent irresponsibility of basic interpretations of social distancing as simply personalized measures of physically distancing oneself in public and increased hand-washing. While these two acts of distance and cleanliness are absolutely necessary, and are not epidemiologically incorrect or irrelevant to the known data, these interpretations alone of social distancing fall far below the bar that must be set for the well-being of all community members, especially those most at risk. This is because they are frequently practiced while still maintaining a host of other irresponsible daily tendencies and activities, including: play-dates and face-to-face hang-out time; crowd and small group proximities or participation; one-on-one close proximities with others you are uncertain have been exposed; going out while symptomatic even if minor; small athletic group gatherings, etc. These individualized tendencies, paired with slow federal policy-level responses to the dire public health and economic straits we find ourselves in will fail to make the robust, necessary changes needed to stop the rapid-fire transmission of this highly infectious, viral form of pneumonia. We in the United States are a mere 10-11 days behind Italy. These two factors: lack of serious, sustained and consequential social distancing; and a lack of swift and meaningful policy initiatives for the protection and provisioning of all people, especially the uninsured, precarious workers and homeless folks, will be the US’s downfall in this global pandemic if we do not systemically and systematically heed the grief and loss our global partners in Italy are currently warning us about. 

In their recent article in The Atlantic senior fellow Thomas Wright and former assistant secretary of State for Asia and the Pacific Kurt Cambell reflected on the profound public health effects of the rise of Trump-era Populism. They specifically lamented that amidst increasing global outbreak, “this moment cries out for a cooperative international response,” one in which leaders, and Trump in particular, heed the advice of scientific experts and work to collaborate in the best interests of international public health. To this end, we need take our cues from community initiatives that move beyond able-bodied and individualistic focus—just because you wash your hands and do not present symptoms does not mean you have not contracted the virus or that you could not transmit it to others. Children can definitely transmit the virus even while asymptomatic (and there have been cases of babies and small children effected as well); and younger adults are not immune to its respiratory effects. In fact, the first two patients with severe respirator needs in Milan my husband reported to me some two weeks ago were able-bodied patients aged 25 and 36. So please, now is the time to enact an “essentials only” attitude and a very high stakes standard about the necessity for quarantine and social distancing. Do it to protect other community members. Do it to safe-guard and to make space for those laborers who do not have the option to stay home—and where would we all be without those brave doctors, nurses, emergency resource staff, amazon delivery folks, postal, grocery and garbage workers? Listen to health officials and to the spirits of Milan and Bergamo, Lodi and Cremona, Wuhan and Daegu, Seattle, Tehran and Qom. This can and will affect us here in the United States just as drastically as it effected other parts of the world, if not more so given the exclusionary nature of our healthcare system, an overall lack of worker protections, and given the gendered, racialized and classed nature of care work among other forms of labor that are hardest hit by closures. This is not happening to Italy or China, Iran, or elsewhere because of race or ethnicity, or simply because it’s “dirtier over there.” This profoundly affects all of us, and does not discriminate, so stay home if you can. Do not just ‘run a few quick errands’ while even mildly symptomatic. No, you should not just step out to get that teeth cleaning, haircut, dress fitting or other random things I see and hear people discussing lately that puts them in close physical proximity to others. Cancel the group kids’ play dates. Limit your outside time to purposeful and brief necessity runs for food or medicine. What could a few weeks or a month of discomfort be compared to mass suffering or deaths caused by the high transmissibility of this virus? The most frequent interpretations of social distancing for purposes of interrupting viral transmission of COVID-19 include: directives to hand wash; to stand at least 6 feet apart; to avoid sharing food or drink; to stay at home should any signs of illness present. These are fundamental. I do not suggest these proposals are inaccurate. I argue that without increased, responsible social quarantine that looks outwards to care for others first and foremost, they promote a highly individualistic interpretation of social distancing that will not spare transmission of this mutated virus. I am saying stay home. I am saying assume you have it and work from there. This evening, my husband reports their hospital has reached maximum capacity. Of the 18 available respirators, all are in use. Two of his staff have tested positive. He admits to me that he has completed nearly 20 life-saving emergency surgeries in which the patient ultimately tested positive. Stop stockpiling toilet paper or guns, and start acting like your life will depend on how well you care for others ahead of yourself. After days of hearing of 40, even 50 deaths per day in one hospital alone, and the knowledge that reaching “infrastructural capacity” translates to turning people away for care, means death for many, I for one am ready to listen and act in mutual aid and care for the health and wellness of others. Are you? 

Los Angeles (USA), March 27th, 2020
Rachel Vaughn
UCLA Institute for Society and Genetics

Rachel Vaughn is Lecturer in the UCLA Institute for Society and Genetics, and former visiting fellow in the Center for Study of Women. Her research addresses food precarity, waste and sanitation. She teaches courses on biotechnology, food, sanitation and public health.

This blog is managed by the work group of the World Anthropology Day - Public Anthropology in Milan of the University of Milan-Bicocca. It welcomes short (self)ethnography, theoretical reflections, reading and studying suggestions.

Dalle finestre sulla quarantena: schermi, balcone, quartiere

Milano, quindicesimo giorno dalla proclamazione dello stato di Pandemia da parte dell’OMS e dall’inasprimento delle misure di prevenzione da parte del governo. 


1.  Dalla finestra

È curioso come la città sia attraversata da pulsioni e bisogni differenti. La paura del virus e il desiderio di comunità, l’apprensione per i corpi e il bisogno della vicinanza. 
Milano è deserta, così deserta come non la ricordavo nemmeno in agosto. Mi affaccio dalla finestra, sul marciapiede cammina una donna sulla cinquantina, cammina decisa e intanto fuma velocemente una sigaretta che regge con due dita avvolte da un guanto bianco da infermiera. 
Di colpo però la città prende vita: alle 18 e alle 21. Gli appuntamenti per i flash mob di musica e luci si susseguono in rete. Non è ben chiaro a che ora fare esattamente cosa, ma non importa: quando parte il boato, si comincia. Ognuno mette in comune la propria capacità di prendersi cura dell'umore comune: c’è chi si affaccia con la chitarra, chi con il flauto, chi con il tamburo, chi con il proprio impianto stereo o chi, semplicemente, con pentole e coperchi. È curioso, le canzoni scelte trasmettono i valori in gioco nella società: l’ “Inno di Mameli” emerge continuamente nelle proposte nei gruppi facebook, ma immancabilmente c’è chi risponde: “siam pronti alla morte?? No grazie!”, dalla mia finestra quest’ultima sembra essere la tendenza maggioritaria. Il mio condominio, che è un condominio sociale, ha concordato nella chat del palazzo tre canzoni: “Bella Ciao”, “O mia bela Madunina” e “O Sole Mio”: la prima perché c’è bisogno di Resistere a virus e paura, la seconda ha rispecchiato un affetto per la città abbastanza trasversale ad abitanti di diverse origini (qui ci sono vecchi milanesi, ma anche sudamericani, nord africani, est africani e persino alcuni svizzeri!), la terza è stata motivata con l’incredibile voglia di uscire e di vedere la luce in fondo al tunnel. E’ molto curioso vedere come cambiare le abitudini e aprire nuove forme di comunicazione ridisegni anche la geografia delle relazioni: da un balcone un trio di fratelli ha intrapreso una competizione musicale con i coetanei dirimpettai e sono ore che si accordano sui rispettivi gusti musicali. Chissà se rimarranno amici anche dopo la quarantena. Chissà le assemblee dei condomini saranno meno tremende.


2.  Dal quartiere

Ieri ho deciso di avventurarmi in uno dei piccoli negozi alimentari che tenacemente tengono aperto: due magazzinieri sullo sfondo indossano le mascherine, il titolare tra le cassette la tiene sulla fronte, nel negozio non c’è nessuno. Appena mi vede sussulta, si cala la mascherina sulla bocca e fa un piccolo passo indietro: tutto nel suo corpo e nei suoi gesti mi invita a mantenere le distanze. Penso che dobbiamo prenderci cura a vicenda, indosso anche io la mascherina, si rilassa. Scambiamo due parole: “le verdure sono andate a ruba, mi fa piacere che le persone vengano da me e non ai grandi supermercati, ma devo confessare di provare un brivido ogni volta che entra un cliente…e se fosse portatore?”. “Preferirebbe restare chiuso?”, chiedo. Scuote la testa: “No no…non lo so…” Una cosa è certa, nel momento di massimo isolamento, nel momento di paura l’uno dell’altra, la voglia di parlare è massima. Paradossalmente, non credo di aver mai comunicato così tanto con i commercianti della mia via come in questi giorni e in quelli immediatamente precedenti. “Posso chiederti una cosa? Ma tu hai paura del virus?”, mi chiede d’un tratto il gestore di una panetteria, con cui negli scorsi mesi avrò scambiato sì e no due parole sulla bontà degli ingredienti. “Non so se ho paura del virus, ho paura di contagiare chi è più vulnerabile e che non ci sia abbastanza posto negli ospedali”. Poche parole che innescano un fiume in piena: mi racconta che per lui è lo stesso, che sta gestendo il negozio di sua sorella, perché lei soffre di una malattia autoimmune che prevede una cura al cortisone così forte da annichilire il sistema immunitario e per questo preferisce restare chiusa in casa. Mi dice che, nonostante tutto, si sente un alieno: “Non riesco a sintonizzarmi sulle frequenze generali”, “capisco la gravità di pancia, ma non di testa, ogni tanto mi sembrano tutti pazzi, altre volte credo di essere io il pazzo, il superficiale”, confessa con un certo imbarazzo. Non è la prima persona a cui sento dire frasi simili. Emergenza, isolamento, informazioni discordanti, scarsa chiarezza delle fonti, ma anche vissuti personali, caratteri, contingenze: l’alienazione dal corpo sociale è una tendenza incredibilmente diffusa, proprio nel momento in cui una forza centripeta ci spinge tutti verso un modo di esistenza comune: “#iostoacasa”. 


3.  Dagli schermi

Avrei pensato di avere molto tempo da passare in solitudine. Invece non trascorro un attimo da sola. Il “controllo quotidiano” di mia madre, che una volta al giorno raccoglie gli stati emotivi e di salute della famiglia. Una festa di compleanno su “Zoom”, in cui abbiamo brindato a distanza per far sentire il nostro affetto ad un’amica fuori sede rimasta “incastrata” qui al nord. Una tele-riunione con il gruppo di mutuo soccorso di cui faccio parte, che si sta interrogando su come proseguire la sua attività di questi tempi. Un amico mi ha addirittura raccontato di aver organizzato una spaghettata con i suoi compagni di corso: hanno concordato un menù uguale, cucinato e mangiato insieme. Un’amica mi dice ridendo: “ci sono ex di cui non ricordavo nemmeno l'esistenza che si sono fatti vivi in questi giorni!”. Persino la sessualità e l’amore stanno cercando nuove forme di prossimità. Chissà se gli amici lontani che hanno approfittato della noia di queste ore per riallacciare i rapporti si continueranno a cercare. Chissà se i giovani continueranno ad aiutare gli anziani con la spesa, a sostenersi in momenti di difficoltà. Sarà interessante indagare il tessuto sociale della città a partire da queste domande.

Aggregazione e disgregazione. In questi giorni di incertezze e contraddizioni questa è una delle più forti e mi pare che lo sguardo olistico della Rete giochi un ruolo importante nel portarla a galla.
Ho letto in numerose analisi che circolano in internet come il CoronaVirus si stia rivelando come uno straordinario detector delle diseguaglianze sociali: sono sicura che sia vero. Non devo andare lontano: io sono “privilegiata” con la mia borsa statale, ma una delle mie più care amiche lavora in nero e in questi giorni è a casa. Ma quello che più mi ha colpito è il modo in cui i criteri della sacrificabilità sociale si stiano riconfermando e allo stesso tempo riformulando sull’asse della salute. Le teorie dell’intersezionalità ci spiegano che il modello sociale piramidale è tutt’altro che un ricordo. All’apice troviamo il maschio-bianco-ricco-abile-eterosessuale-cisgender… A ogni variabile che muta, un pezzo di ciò che poteva apparire come un diritto si palesa come privilegio, in negativo. Rispetto alla cura delle persone più esposte ai rischi della malattia,  il senso comune oscilla tra sincera paura per i propri cari, più o meno genuina apprensione per “gli altri” (soprattutto se simili a noi), autoconsolatorie rassicurazioni in salsa Super-Uomo “a me non può succedere nulla” – “io sono forte”, fino alle più spregevoli derive del “tanto muoiono solo vecchi e malati” e all’invisibilizzazione di chi per esempio una casa non ce l’ha o di coloro per cui le pareti domestiche costituiscono un vero e proprio inferno. Quello che mi pare preoccupante sono i segnali “istituzionali” in questa direzione.

Non una parola sulla violenza domestica, i centri antiviolenza sono lasciati soli a riorganizzare un’incredibile mole di lavoro. Forse il caso più emblematico è quello delle carceri. Chi ha letto le pagine di Foucault sulle istituzioni disciplinari totalitarie non può fare a meno di pensare a come si tratti di un esempio paradigmatico, incredibilmente accelerato ed estremizzato, delle conseguenze di isolamento, sovrappopolazione, mancanza di corretta informazione, insufficienza dei servizi socio-sanitari in tutta la società. Il risultato è di 13 morti.  Una domanda mi frulla nel cervello. Come funziona l’empatia sociale? Come si attiva o scompare selettivamente normalmente e in questo stato di emergenza che sembra tanto utile a illuminare le contraddizioni in cui viviamo immersi? Se quando entro in un negozio mi infilo la mascherina perché “mi metto nei panni” di chi è più esposto al contatto con le persone e non si sente a suo agio, se rispetto la paura della signora davanti a me in coda fuori dalla farmacia che letteralmente “zompa” di lato appena sospetta che il metro abbondante che ha posto tra lei e il mondo rischi di venire minacciato, se metto “cura” nelle relazioni, sia per le precauzioni sanitarie reali, ma anche per la paura che è un fatto sociale reale a prescindere da ogni altra speculazione sulla sua fondatezza o meno, non capisco come sia così difficile dallo schermo del pc “mettersi nei panni” di chi è costretto a condividere tra quattro semi-sconosciuti pochi metri quadrati di cella.

È strano: per l’antropologia l’immersione etnografica è tutto, in questi giorni non si può che immergersi nell’etere, spazio incorporeo condiviso da milioni di persone. Mentre mi domando come e in che termini questo possa diventare in qualche modo “campo”, mi perdo nei commenti alle dirette delle telecamere fuori dalle prigioni di San Vittore, Poggio Reale, Modena, Rieti… Faccio uno sforzo tutt’altro che semplice per sospendere il giudizio, ma mi chiedo cosa motivi simili commenti: “Pezzi di merda ma guardali sul tetto a fare le vittime! Se siete li ce un motivo e ci dovete marcire.”, “Fatte una somossa e riempiteli di manganellate prima che sia troppo tardi.”, “Solo in italia succedono queste cose siamo il popolo degli scemi, in america 10 min sarebbe durato a manganellate e calci nel sedere”, ”Libertà!!!! Pezzi di merda non sapete nemmeno il significato. Dovete crepare voi invece della povera gente”… Per non parlare della pioggia di insulti sotto al commento di una ragazza che ha deciso di mostrare la propria vulnerabilità: “Io sto continuando a piangere perché là dentro c’è mio fratello”. I detenuti ricevono dalle istituzioni e dalla loro mala-gestione ordinaria e straordinaria delle carceri un messaggio chiaro: siete sacrificabili. Dagli sfoghi di chi è a casa propria lo stesso: siete sacrificabili.  Lo stesso messaggio arriva, in forma più lieve, agli operai esentati dall’imperativo “#restateacasa”: gli scioperi spontanei di questi giorni hanno molto in comune con le rivolte nelle carceri. C’è un mondo sommerso di addetti delle pulizie, badanti, assistenti lasciati senza adeguate tutele che non si ferma e non può fermarsi, oltre naturalmente a quello visibile di medici e personale sanitario. A seconda di quanto percepiamo di averne bisogno li chiamiamo di volta in volta angeli o eroi. Quindi, come cambia la percezione della vulnerabilità e della sacrificabilità e il valore sociale e simbolico intorno a questi due concetti? 



 4. Essere e non-Essere: questo è il problema

Il portoricano Grosfoguel distingue tra una sfera dell’Essere e quella del non-Essere: ci sono individui e gruppi sociali che, pur nelle loro differenze, rientrano in quel 50% della sfera dell’Essere. Altri subiscono talmente tante voci di oppressioni da essere dimenticati. Mi domando: come la pandemia mondiale ridefinisce i criteri globali e culturalmente situati di ciò che può-Essere e ciò che non-deve Essere? Cosa significa oggi essere esposto al virus nella sfera dell’Essere? E in quella del non-Essere? Cosa significa resistere nella prima? E nella seconda? Cosa significa ammalarsi a Milano? E in Puglia? In Europa? E in Africa? Da ricco? Da povero? Da uomo? Da donna? Da transgender? Da giovane? Da anziano? Con diverse soglie di abilità? Cosa significa avere una buona assicurazione sanitaria o meno negli States? Vivere in un paese che punta alla riduzione del contagio o in uno che, come l’Inghilterra, ha pensato di reintrodurre principi di eugenetica usati dai nazisti per la soppressione di “inferiori” e “fragili”? Come cambia lo sguardo dalla finestra dell’Essere e da quella del non-Essere?

Queste domande mi assillano la mente, che si contorce nell’impossibilità di scambio pieno, di immersione fisica. Mi auguro che la fantasia comunicativa che sta esplodendo in questi giorni possa prepararci al mondo che abiteremo dopo la quarantena, comunque esso si ristrutturerà.

Milano, 26 marzo 2020
Elena Fusar Poli
Università degli Studi di Milano - La Statale

Per inviare il vostro contributo, scrivete a: anthroday@gmail.com.
Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Il (non) senso di tornare a casa

L’isolamento non mi fa paura. Come molti colleghi ricercatori, ho affrontato spesso periodi di isolamento volontario, finalizzati a riordinare le idee e a scrivere dei lavori da pubblicare. Quando ho scritto i miei due libri, l’autoisolamento si è prolungato per mesi. Questo è successo quando vivevo a Milano, forse la città più mobile e dinamica d’Italia, dove cedere alla tentazione di uscire, vedere gente, partecipare alle migliaia di eventi culturali, è irresistibile. 

Adesso però la mia situazione di vita è cambiata. Vivo in Puglia ed ho due figli di tre anni, che vorrebbero andare a scuola, al parco giochi, al mare (qui il tempo lo permetterebbe). Tenerli segregati in casa è difficile. Per qualche giorno, prima che le misure di contenimento del contagio diventassero più restrittive, li ho portati a giocare in aperta campagna, ma ho smesso di farlo prima che questa cosa fosse espressamente proibita (dal decreto di ieri, 20 marzo). Adesso, a parte due ore di didattica on line - che funziona benissimo - la mia giornata consiste nel partecipare ai loro giochi a casa, cercando di far loro pesare il meno possibile lo “shelter at home”, come lo chiamano negli USA (a proposito, come lo chiamiamo in Italia?).


Ho vissuto per 16 anni a Milano. Ho amato la città dal primo giorno in cui sono arrivato. Era per me il luogo in cui le cose accadono. Intendo dire, le cose di cui si parla nel resto del Paese. Mi ero formato sui libri di Ugo Fabietti e adesso lo conoscevo! Ero cresciuto col mito del Leoncavallo: l’ho subito cercato e ne sono diventato un attivista. Avevo studiato Clifford Geertz e dopo pochi giorni il grande antropologo ha tenuto una conferenza alla Bicocca. Potrei andare avanti ancora con molti esempi.

Guardo poco la TV, ma i miei amici di Milano mi descrivono le strade deserte, il silenzio, l’assenza di attività. Se questo mi sembra accettabile nella mia cittadina, Molfetta, a Milano mi sembra impossibile.

Ma il contagio sta arrivando anche qua. A causa soprattutto dei rientri dal Nord. Probabilmente è vero. Non posso esprimere un giudizio sulla scelta di scappare dalla Lombardia senza considerare  il desiderio delle persone di stare vicine ai propri cari in un momento di grave pericolo. Tutti sanno, però, che il sistema sanitario lombardo è tra i migliori del Paese. Rientrando in Puglia, mi sono personalmente accorto di quanto qui il sistema, sebbene funzioni abbastanza bene, richiede ai cittadini molta pazienza e molto impegno. Sembra che la sanità lombarda vada incontro ai cittadini; quella pugliese si fa desiderare. 

Credo allora che molti di quegli studenti, professionisti, lavoratori che dal Sud erano andati a vivere a Milano, che pure avrebbero gli strumenti culturali per agire razionalmente, non lo hanno fatto. Che senso ha partire in massa e andare a intasare dei sistemi sanitari regionali meno efficienti? È probabile che la contraddittorietà dei messaggi istituzionali, nei primi giorni, non abbia favorito la condivisione di comportamenti pienamente consapevoli. La responsabilità dell’esodo incontrollato, quindi, forse non è solo dei singoli, ma anche del sistema politico-istituzionale nel suo complesso. Di conseguenza, credo siano fuori luogo le reazioni di quanti si sono espressi con antipatia verso questi viaggiatori, trattandoli come gli untori di manzoniana memoria. Con sarcasmo, io e alcuni amici abbiamo definito l’esodo verso Sud “il rientro dei cervelli”. Bisognerebbe però chiedersi se la politica e le istituzioni abbiano permesso a quei cervelli di funzionare pienamente.

Molfetta, 25 marzo 2020
Domenico Copertino
Università degli Studi della Basilicata

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Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

L’egemonia dei “normali”. Come si sceglie chi salvare? Il caso di Pesaro

Da tempo stiamo assistendo ad una regressione nel mondo dei servizi per la disabilità psichica, in risposta a bisogni formali guidati dal controllo dell’erogazione e a servizio della logica di bilancio. Abbiamo assistito ad un graduale impoverimento dei fondi destinati dallo Stato all’ambito della disabilità psichica, che ha scelto di delegare in parte il Terzo Settore ed il privato sociale in una sorta d’appalto al ribasso dei servizi. Il sistema ha funzionato per un certo periodo, finchè c’è stata liquidità, ma col crescere della consapevolezza sociale, sono cresciuti i bisogni e di conseguenza anche la domanda di welfare, le specializzazioni, le dimensioni e inesorabilmente sono diminuiti i fondi dedicati. Enti del privato sociale, fondazioni e Terzo Settore si sono trovati sovraccarichi, con poche e inadeguate risorse.

Questo vuoto viene colmato da fondi sanitari che inseriscono però modalità nuove ed inadatte in un ambito di tipo sociale, burocratizzando i processi in favore di una migliore gestione del budget e a sfavore della buona gestione dell’individualità e del rapporto interpersonale tra operatori/educatori/ addetti ai lavori e utenza. Si fa spazio un’ipertrofia della burocrazia che porta ad un inevitabile sacrificio di ore, prima dedicate a proficui processi interpersonali di accompagnamento e adesso destinate invece ad un’aumentata e sterile risposta di controllo socio-economico.


Si sta tornando verso una concezione di struttura chiusa, che per forza non può soddisfare quel bisogno di integrazione di cui si parlava nella 517 e nella 104. Molte strutture offrono quasi tutti i servizi internamente, togliendo di fatto le occasioni di uscire nel mondo e hanno numeri sempre più elevati, cominciando nuovamente e inesorabilmente ad assomigliare sempre più a quegli istituti contro cui tanto si è battuto Basaglia. Si dividono nuovamente in spazi differenti coloro che rispondono allo standard di normalità e coloro che non vi rispondono. Le istanze sociali, i bisogni reali ci chiedono di non procedere ancora attraverso questa sanitarizzazione dei servizi e questo processo trascina con sè un altro problema: l’aumento costante del divario tra ricchi e poveri. I servizi non soddisfano più i bisogni volti alla costruzione di un’autonomia individualizzata, non sono orientati alla soddisfazione di necessità fisiche, umane, culturali e quindi sono costrette a riattivarsi necessariamente le famiglie, se ci sono.

La socialità è il centro della cura dopo la Legge Basaglia e Pesaro negli anni ’80 e ’90 ha vissuto un periodo di welfare illuminato, con l’inizio di una proficua collaborazione tra sanità, enti locali e privato sociale che insieme avviano numerose iniziative quali comunità terapeutiche per tossicodipendenti e minori con difficoltà, scuole e cooperative per persone con problemi psichiatrici e disabilità mentali, centri diurni, fino ad arrivare ai primi anni duemila con l’apertura di realtà piccole e residenziali per persone con disabilità pisichica grave, senza famiglia e finalmente si apre uno scorcio e diventa reale la possibilità di non essere istituzionalizzati. In coda a questo favorevole momento nascono due case, legate al Ce.I.S. (Centro Italiano di Solidarietà di Pesaro): Casa Don Gaudiano nel 2003 e Casa Marcellina nel 2010. Casa Don Gaudiano è una struttura residenziale maschile che ospita adulti psichiatrici e con handicap mentale e Casa Marcellina è il corrispettivo femminile. Entrambe hanno basato la quotidianità sull’importanza della relazione educativa, nella consapevolezza che nessuno degli ospiti guarirà mai (secondo gli standard sociali imposti), attraverso il potenziamento delle capacità, il rispetto delle particolarità e dei bisogni si tenta di far vivere loro una vita meno difficile e più dignitosa, con un incremento delle relazioni sociali e in alcuni casi anche un recupero delle relazioni familiari.

Con le logiche sanitarie ci stiamo pericolosamente e nuovamente avvicinando a ciò che erano i manicomi, alla divisione dei “normali” dai “non normali”, si sta mettendo distanza e si stanno dotando le strutture di servizi interni, per rispondere alle esigenze contingenti togliendo la socialità integrativa, togliendo le persone “non normali” alla vista della città. Invece in queste due strutture ogni persona intesse relazioni dentro la città, attraverso tirocini (TIS), volontariato, amicizie personali e percorsi di responsabilizzazione in cui i più autonomi seguono i meno autonomi, aumentando la percezione del proprio grado d’utilità sociale, si riconoscono in un ruolo specifico.
Per questo e per le spese maggiori che comporta un servizio di questo genere sono stati molti i segnali d’opposizione lanciati negli ultimi anni dai responsabili dei fondi, dagli “erogatori”, che senza mezzi termini hanno chiesto una riduzione della qualità dei servizi in favore delle logiche di bilancio. Le realtà come queste devono scomparire, si deve tornare alla grande struttura, che seppur spersonalizzante, impatta meno economicamente. Ma le persone?

Su queste basi possiamo dare una lettura più consapevole di ciò che sta accadendo ora, ai giorni del Covid-19, che ha costretto lo Stato ad emanare direttive in funzione della protezione della salute pubblica e per ridurre al minimo i decessi. Si parla di numeri ora, i corpi sono numeri, e sulla grande scala ci si può rendere conto dell’enorme difficoltà di trattare le diverse situazioni. Tutti siamo schiacchiati sotto ordinanze generiche. Basti vedere come impatta la realtà dell’oggi sui senza fissa dimora, sulle donne e i bambini vittime di violenza casalinga, nelle carceri, sugli immigrati, tra cui anche chi ha problemi psichici o disabilità mentali.

Nell’emergenza ci stiamo rendendo conto di quanto siano diversamente percepibili le tempistiche d’attesa per chi deve sostare sul proprio divano e chi, si ritrova privato completamente della propria libertà perchè non c’è risposta alle richieste d’aiuto. La privazione della libertà e lo scorrere del tempo non sono uguali per tutti, bisognerebbe imparare a prenderne coscienza.

Da giorni, dopo il decesso di uno degli ospiti e dopo la messa in quarantena della maggior parte del personale, in Casa Don Gaudiano tutti sono chiusi nella propria stanza, sono spaventati, spaesati per obbligo, per imposizione, perchè non sono state fornite altre soluzioni se non la proposta/minaccia d’essere dislocati soli in case di riposo sparse sul vasto territorio provinciale, in stanze isolate, oppure semplicemente chiusi dentro la casa in cui già si trovano e lasciati al proprio destino, senza tamponi, senza sapere chi potrebbe essere tolto dall’isolamento e chi no, chi può ancora essere salvato e chi no. La logica economica diventa estremamente evidente oggi e se si osserva con attenzione si può intuire che questi non sono soggetti produttivi ma che consumano, quindi sono sacrificabili. E si devono ritenere fortunati perchè proprio le grandi strutture, di cui si parlava prima, quelle che stavano cominciando sempre più ad assomigliare ai vecchi istituti, non hanno nemmeno la possibilità dell’isolamento e della quarantena, perchè non ci sono stanze private.

Ad ogni nuovo supposto contagio, l’isolamento aumenta di altri 14 giorni. Al primo contagio la responsabile aveva subito segnalato la situazione ma la persona ammalata è stata prelevata e posta in isolamento soltanto nelle ultime fasi. L’uomo è morto solo, mai nemmeno intubato.

Grazie ad un articolo scritto da Giorgio Guidelli per Il Resto del Carlino di Pesaro il 14 Marzo, finalmente lunedì 16 Marzo sono stati concessi dei tamponi (pochi) a coloro che presentano sintomi febbrili forti, quindi visto che è già avvenuto un decesso, probabilmente sono già certamente contagiati. Gli altri invece, quelli che potrebbero non esserlo continuano ad essere lasciati lì, divisi e soli. È importante specificare che i tamponi sono stati chiesti subito ma sono stati negati.

Ci si domanda qual è il discrimine con ciò che invece è accaduto in una casa di riposo della stessa città, in cui la macchina sanitaria si è subito mossa. Qual è la differenza?
La conosciamo, l’abbiamo già descritta: le famiglie degli anziani sono produttive, votano, spendono, mentre gli ospiti di Casa Don Gaudiano e Casa Marcellina no.

Elena Farina, la responsabile, dice: “Quando questa cosa finirà io dovrò pensare a chi sopravvive” e lo dice con rabbia ed è cosciente che cambierà tutto perchè quando dei funzionari pubblici ti dicono che “il piccolo è bello ma è destinato a morire” non pensi che si possa tradurre in senso letterale, come sta accadendo ai contagiati di Covid-19, ospiti o educatori. Sempre secondo la responsabile l’estremo individualismo che sta emergendo e la dolorosa “logica della normalità” a cui stiamo assistendo inermi ci dimostra, ancora una volta, che chi esce dai canoni è “facile da dimenticare”.

Per questa e tante altre situazioni sul territorio nazionale dobbiamo denunciare, parlare, raccontare, perchè c’è bisogno d’una rieducazione sociale, abbiamo bisogno di ricominciare a vedere cosa abbiamo intorno perchè, dice, “il dopo non deve diventare rimosso, è accaduto qualcosa, siamo cambiati”, dobbiamo cambiare.

Rimini, 25 marzo 2019
Giorgia Guenci Villa
ANPIA
Associazione Margaret

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Il blog è curato dal gruppo di lavoro del World Anthropology Day - Antropologia pubblica a Milano.

Quando le riunioni falliscono: Latour e il Covid-19

Cosa può dire l’antropologia in questa emergenza? È questa la domanda che mi ha tormentato fin dall’inizio di questa pandemia: un tarlo, a dire la verità, che in realtà covavo dentro già da un po’, da quando ho preso in mano l’interessante raccolta di saggi di Bruno Latour, curata da Nicola Manghi, “Essere di questa terra”. E non solo perché applicare il concetto etimologico di “cosa” come “riunione”, può essere un ottimo perno teorico per analizzare la resistenza del Covid-19 a lasciarsi trasformare da matter of concern a matter of fact, per dirla con il sociologo francese.

Nell’ascoltare le interviste dell’infettivologo Massimo Galli su la 7 o la sua risposta alla giornalista Lilli Gruber in cui accetta senza polemica l’appellativo di “cosiddetto esperto” constatando che “nessuno può essere esperto di questo virus nuovo”, mi è ritornato alla mente un passo del quinto saggio contenuto nella raccolta “Guerra e Pace al tempo dei conflitti ecologici”:

“Questa è la grande virtù dell’azione razionalista: se l’azione comincia solo dopo che sia stata raggiunta una conoscenza completa, allora qualunque dubbio, qualunque scetticismo è sufficiente per bloccare le politiche e ritardare l’azione” (p.155).

Francamente, queste parole fanno abbastanza venire i brividi se confrontate con tutti i dibattiti che si sono scatenati attorno al virus nel momento in cui ai governi era chiesto di agire, dibattiti che si svolgevano anche all’interno della stessa comunità scientifica, e perfino all’interno dello stesso ospedale Sacco di Milano, dove la collega dello stesso Galli, la dottoressa Gismondo, aveva etichettato il Covid-19 come una banale influenza per cui, sostanzialmente, per dirla come una commedia di Shakespeare, si stava facendo tanto rumore per nulla. 

Latour, prendendo spunto dalla corsa agli armamenti nella guerra fredda, ci dice che esistono dei “fatti-provoca-scelte”, dei fatti cioè che ci richiedono di spostarsi dal constatativo al performativo, davanti ai quali “agire significa trarre la propria esistenza e la propria sussistenza dal futuro verso il presente” (p.112), che ci chiamano ad agire avendo come punto d’ancoraggio l’incertezza: in una parola, dove “agire significa assumere rischi e fare scommesse”. L’arrivo del Covid-19 in Italia è sicuramente stato uno di quelli.


Nei giorni concitati che hanno seguito il “ritrovamento” del virus nel Paziente 1 di Codogno ci si è trovati di fronte a questo problema dell’incertezza: eravamo di fronte ad un virus (un oggetto scientifico) al cui riguardo non c’erano sufficienti conoscenze scientifiche che permettessero di oggettificarlo, cioè di fissarlo all’interno di una rete di conoscenze. 
All’onesto “non ne sappiamo abbastanza” della comunità scientifica si contrapponeva, così, l’esigenza di agire della politica, nel delirio di un mondo neocapitalista in cui la parola “fermarsi” è quasi sinonimo di “armageddon”.

Se è vero che Latour parla di “riunione fallita” nell’indicare gli oggetti divenuti “matters of fact”, cioè sottratti alla zona metamorfica del lavoro di assemblaggio che li ha costituiti, qui il concetto di “riunione fallita” indica qualcosa di diverso, ma nonostante tutto ancora riassumibile con le parole dello stesso autore: “un pessimo resoconto dell’esperienza e della sperimentazione” che corrisponde ad una “disorientata matassa di polemica, epistemologia e politica modernista” (p.88).

È proprio il fallimento di questa riunione che noi stiamo pagando a caro prezzo oggi, questa nostra abitudine a pensare il tempo dal passato al presente e non dal futuro al presente, “come accade nel mondo vero” (p. 113), a cui si aggiunge una culturale “legalizzazione del rischio” (o se volete “giurisprudenzizzazione”) e questa “burocraticizzazione dell’incertezza”. Se da una parte il 19 febbraio “l’anestesista ha dovuto “chiedere l’autorizzazione all’azienda sanitaria” e assumersi la responsabilità di realizzare il tampone, perché i protocolli italiani non lo giustificavano” , oggi ci troviamo a far fronte con la terribile frase di John Dewey: “Bisogna sentire il dolore nella carne […] prima di misurare cosa significhi sapere qualcosa” (p. 143).

La domanda forte, socialmente parlando, che ci lascia questa storia è il dovere di comprendere cosa significa per i soggetti agire davanti all’incertezza nella nostra società attuale, cosa significhi assumersi rischi e scommesse, e non solo dal punto di vista morale, ma anche e soprattuto dal punto di vista giuridico, economico, sociale: in sintesi dove quello che possiamo chiamare “rischio di sanzione” arriva ad inibire il “rischio dell’azione”. 

Però, questa storia ci lascia anche domande, per noi, molto più scomode. Negli ultimi due saggi di “Essere di questa terra”, davanti al problema del cambiamento climatico, un Latour più anziano e retrospettivo si pone una domanda molto scomoda sulla sua propria carriera: quanto la nostra corrosiva critica filosofico-antropologica nei confronti della scienza è responsabile di aver sottratto autorità alla scienza stessa nell’arena dell’opinione pubblica? Se è vero che siamo “in guerra” con il coronavirus, e la guerra, come la definisce Latour non è altro che “assenza di un arbitro che sia in grado di risolvere la questione” dove “è solo nell’agonia dello scontro che si deciderà l’autorità alla quale potrete o meno appellarvi, a seconda che vinciate o perdiate” (pp. 160-161), quanto il nostro operato ha contribuito alla diffidenza verso gli ufficiali e ingegneri bellici del nostro stesso esercito? 

Alla prima lezione del primo anno di magistrale del corso di antropologia, il professore ci disse “voi perderete l’85% dei vostri amici”. Ed è proprio parlando su WhatsApp in questi giorni con un mio amico medico impegnato in uno degli ospedali della Lombardia, che ho capito cosa volesse dire. Alla sua affermazione “comunque muoiono anche persone sane, cioè con ipertensione o altri disturbi che però senza questa malattia noi in ospedale non vedremmo mai”, la mia risposta è stata un’osservazione sull’assemblaggio culturale, materiale e di conoscenze di quello che lui intendeva con sano. Ovviamente, sono stato mandato a quel paese.

Ed è lì che ho capito il mio errore, l’errore che noi addetti alla pars destruens, allo smascheramento della fiction culturale, spesso commettiamo: il misunderstanding di cosa significhi “fare il critico”. Come arriva ad affermare Latour, “il critico non è colui che toglie la terra sotto i piedi, ma colui che offre ai partecipanti arene in cui radunarsi” (p. 90).

Ciò che questa epidemia lascia a noi studiosi della società come progetto, allora, è anche e soprattutto la necessità di utilizzare le nostre competenze, capacità critiche e strumenti di conoscenza della società, per costruire un’arena comune che faciliti l’azione invece di renderla più complessa, pesante e macchinosa, dove il nostro relativismo culturale come anche il “costruttivismo latourriano” non diventino fonte di ulteriori paralisi decisionali, ma strumenti di assunzione di scelte perché oggi “non è più una questione di sapere, credere o convincere, ma di assemblare, comporre, istruire” (p. 24).

Vélingara (Senegal), 24 marzo 2020
Gabriele Masi
Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale (DACS)
Università di Milano Bicocca

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Bergamo, la sottrazione del rito [STUDENTS' CORNER]

La città di Bergamo, in questo momento, sta cercando di resistere ad un fenomeno diventato così rapidamente fuori misura, da avere sfondato il muro della carne e intaccato la sfera della cultura. 
I resoconti delle persone che stanno sperimentando in prima persona gli effetti più gravi dell’epidemia non restituiscono, tanto e soltanto, la sofferenza per la morte delle persone a loro vicine, quanto la straziante sottrazione del rito. 

I racconti degli ultimi giorni si soffermano sulla subìta impossibilità di rivolgere ai propri cari l’ultimo saluto negli istanti che precedono la loro morte, sulla impossibilità di vedere il defunto (del quale accade che si apprenda la notizia della morte anche dopo 24 ore e che si apprenda contestualmente del suo avvenuto trasferimento per la cremazione in luoghi estranei, altre città di Italia, Padova, Modena et cetera), sulla impossibilità di scegliere gli abiti per la sua vestizione, sulla impossibilità di scegliere una bara dove riporlo per la fase “eterna” (da qualche tempo la carenza di bare impone il ricorso a sacchi), sulla impossibilità per i singoli e per la comunità di realizzare in modo collettivo il rito del funerale.


La città appare così gravemente incisa non solo nella carne, in termini di morte fisica di numerosi membri della comunità, ma anche nella cultura. Accanto all’esperienza della perdita di persone care, stanno emergendo in modo rilevante altri due strappi laceranti.

L’impatto sull’orizzonte dell’identità, innanzitutto. La persistenza e violenza dell’epidemia in paesi piccoli, come quelli più colpiti della provincia bergamasca, hanno causato in pochissimi giorni la morte di tantissimi membri della comunità a tutti noti. Nei racconti ci si sofferma sui “ruoli” dei perduti nell’orizzonte del borgo: “non ci sono più l’ostetrica… il medico di base… il fruttivendolo… il parroco… il signore che stava ogni mattina seduto al bar in piazza…”.

Con anomala rapidità e con una simultaneità estranea al fisiologico ritmo della morte, sono spariti numerosi punti di riferimento della scenografia del borgo, improvvisamente apparsi per l’ultima volta sui necrologi del giornale locale. L’identità del borgo espressa nella sua morfologia umana è irreversibilmente mutata.
Quando l’emergenza sanitaria sarà cessata e la comunità riprenderà possesso della vita nella sua dimensione pubblica, tornando ad occupare strade e piazze di questi piccoli paesi, queste comunità dovranno rinegoziare il ritratto di sé, dopo la frattura identitaria, mettendo in atto strategie per una nuova poiesi del gruppo.

Sotto altro profilo, genti nell’identità delle quali la laboriosità occupa una posizione centrale, comunicano il doloroso smarrimento di fronte all’assottigliarsi del margine di azione di efficace contrasto al problema sempre più invadente e invalidante, di fronte all’impossibilità di garantire la migliore efficienza a cui si è abituati (soprattutto nei racconti del personale ospedaliero).
Il secondo strappo, sopra accennato, è il più drammatico.

I singoli e la comunità stanno sperimentando lo scandalo della morte senza l’apparato rituale che da tempo risalente ne costituisce strategia di gestione.

I singoli sono privati dei loro cari senza poterli “accompagnare”, nessun saluto prima e dopo la morte, nessuna cura del cadavere e decorosa sistemazione della sua “esistenza” post mortem. La comunità è falcidiata di numerosi membri senza potere mettere in scena il dramma collettivo del rito funebre, nel quale inter alia condividere il dolore della perdita, condividere la memoria della vita del defunto e dei significati che questa ha in modo diverso prodotto nell’orizzonte del suo gruppo.

Probabilmente anche sotto questo profilo, una volta cessata l’emergenza, si proverà a porre rimedio, con esequie future ed altre forme di ritualità individuale e collettiva, privata e pubblica. Per ora dai racconti di chi è coinvolto, questa menomazione della sfera culturale, oltre a quella fisica, appare particolarmente lacerante. Può darsi che sia per questa ragione che a Bergamo non sembra avere preso particolarmente piede il nuovo rito delle canzoni sui balconi: di fronte all’irrompere del morbo anche sui simboli, la città è ammutolita.  

Milano, 24 marzo 2020
Valentina Tiengo
Studentessa del Corso di Laurea in Scienze Antropologiche ed Etnologiche
Università di Milano Bicocca

Continuiamo con questo post la pubblicazione dei contributi ricevuti da studenti e studentesse di antropologia interessati a condividere il loro punto di vista sulla situazione che stiamo attraversando. Il blog intende così proporsi come uno spazio di ascolto e confronto tra studiosi che si trovano in fasi diverse del loro percorso formativo e professionale.

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